Un’opera simbolo che divide da decenni, ma che ora entra in una fase decisiva. Il progetto del Ponte sullo Stretto di Messina torna al centro dell’agenda economica e politica, con il Governo determinato ad accelerare l’iter per arrivare all’apertura dei cantieri entro la fine della legislatura. Con un valore stimato di 13,5 miliardi di euro, il ponte rappresenta uno dei più ambiziosi investimenti infrastrutturali italiani, ma anche uno dei più complessi dal punto di vista giuridico e finanziario.
Ponte sullo Stretto di Messina: iter in ripartenza
Dopo i rilievi della Corte dei conti, il dossier riparte da zero o quasi. Il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, guidato da Matteo Salvini, sta lavorando a una nuova delibera per superare le criticità evidenziate dai magistrati contabili.
L’obiettivo – secondo quanto si legge sul Sole 24 Ore – è evitare forzature e costruire un impianto solido sotto il profilo normativo. Tra i passaggi chiave figurano il parere del Consiglio superiore dei lavori pubblici, il coinvolgimento dell’Autorità di regolazione dei trasporti e la definizione di un nuovo Accordo di programma da sottoporre nuovamente alla Corte dei conti. Parallelamente prosegue il confronto con la Commissione europea.
I rilievi dell’Anac: gara e compatibilità europea
A complicare il percorso sono le osservazioni dell’Autorità Nazionale Anticorruzione, guidata da Giuseppe Busia, che ha sollevato dubbi significativi su più fronti.
Il nodo principale riguarda la mancata gara pubblica. Secondo l’Autorità, la riattivazione dei contratti originari, risalenti ai primi anni 2000, accompagnata da un forte aggiornamento dei costi, potrebbe configurare una “modifica sostanziale” incompatibile con la normativa europea.
Il riferimento è alla direttiva appalti 2014, che impone il ricorso a una nuova gara se le modifiche superano il 50% del valore iniziale dell’opera. Ed è proprio su questo punto che si apre lo scontro interpretativo: per l’Anac il valore di riferimento resta quello originario, intorno ai 4 miliardi, mentre il Governo considera gli aggiornamenti successivi, arrivando a una base di circa 8,5 miliardi. Una differenza che potrebbe risultare decisiva per la compatibilità del progetto con le regole europee.
Il confronto con la società Stretto di Messina
Dal canto suo, la Stretto di Messina difende la legittimità dell’impianto contrattuale. Secondo la società, l’aumento dei costi fino a oltre 10 miliardi sarebbe dovuto principalmente all’indicizzazione dei prezzi prevista nei contratti originari, e non a modifiche sostanziali del progetto.
Inoltre, le eventuali varianti andrebbero valutate singolarmente e non cumulate, evitando così il superamento delle soglie previste dalla normativa europea.
Il nodo finanziario: più Stato, meno privati
Un altro punto critico – riporta Il Sole 24 Ore – riguarda la struttura finanziaria. Il passaggio da un modello di project financing, con una significativa partecipazione privata, a un finanziamento quasi interamente pubblico cambia radicalmente il profilo dell’operazione.
Secondo l’Anac, questa trasformazione rappresenta una modifica sostanziale dell’equilibrio contrattuale, con il rischio che lo Stato si faccia carico dell’intero rischio economico dell’opera. Una lettura respinta dalla concessionaria, che sottolinea come la gara originaria riguardasse esclusivamente il general contractor.
Procedura e rischi di contenzioso
Le criticità non si fermano qui. L’Autorità ha espresso perplessità anche sul metodo scelto dal Governo, in particolare sull’uso del decreto-legge per recepire i rilievi della Corte dei conti.
Secondo l’Anac, una gestione tramite atti amministrativi ordinari sarebbe stata più appropriata, evitando il rischio di irrigidire il sistema e aumentare il contenzioso. Inoltre, è stato chiesto un esame più approfondito del progetto esecutivo da parte del Consiglio superiore dei lavori pubblici, per garantire una valutazione tecnica completa e aggiornata.
















