A fronte di un futuro sempre meno prevedibile, in cui i “cigni neri” sono ormai all’ordine del giorno, le imprese hanno necessità di una gestione del rischio dinamica e flessibile. L’inclusione dei fattori Esg nelle scelte aziendali, sia strategiche che operative, ha un forte impatto nel modo in cui i rischi vengono mappati e valutati e, più in generale, nella strutturazione di un framework di risk management adeguato. «Più che l’approccio – spiega a Economy Ottorino Capparelli, responsabile Governance, Risk & Compliance di Assiteca -, cambia in maniera radicale la rilevanza che il Risk Management ha nella definizione delle strategie aziendali: se fino a poco tempo fa una gestione risk based era la ciliegina sulla torta delle aziende più virtuose, oggi non è più possibile approcciare e gestire il mercato senza una piena visione dei propri rischi e, in questo particolare momento storico, di come i fattori Esg possono e devono essere integrati in azienda».
La guerra tra Russia e Ucraina e il meccanismo sanzionatorio anche sull’energia, però, rischia di spingere un po’ più in là la palla sul tema della sostenibilità. Perché si alzeranno i costi delle bollette e perché i ricavi si ridurranno, soprattutto per chi svolge parte della propria attività nell’Est Europa. Il che dovrebbe per forza di cose tradursi in una revisione dei budget e in un taglio degli investimenti pianificati, compresi quelli legati ai fattori Esg. «Tuttavia, come tra l’altro ha detto chiaramente il presidente del Consiglio Mario Draghi, il processo di transizione verso la sostenibilità dei nostri sistemi economici è ormai irreversibile e potrà anzi avere una forte accelerazione proprio nell’ottica di rendere le nostre aziende meno dipendenti dalle fonti tradizionali di energia» argomenta Capparelli.
Da un lato, dunque, i temi di sostenibilità coinvolgono tutte le imprese, ma in Italia, eccezion fatta per le grandi aziende, molte Pmi ancora non hanno iniziato un percorso di gestione dei fattori Esg in un modo integrato. La spinta propulsiva delle normative italiane ed europee (ad esempio gli obblighi di reportistica Esg da affiancare ai bilanci), però, farà in modo che questi temi diventino parte integrante del lessico aziendale comune.
Ma i risk manager potevano in qualche modo prevedere un deterioramento delle condizioni macroeconomiche e geopolitiche in modo così rapido? «Più che prevedere un evento – risponde Capparelli -, il bravo risk manager deve saper individuare tutti i possibili scenari (tutti, non solo quelli negativi) sulla base di dati interni ed esterni, valutare l’entità del rischio, la durata dell’impatto e l’efficacia del controllo interno, pianificando in questo modo con rigore metodologico le possibili contromisure. È stato così per l’evento pandemia, in cui le (poche) aziende che avevano un piano di business continuity sono state in grado di metterlo in pratica e limitare gli impatti negativi sul proprio business, ed è così oggi per quanto riguarda gli effetti della guerra».
Assiteca da tempo ha abbandonato il suo ruolo di mero broker per trasformarsi in un soggetto consulenziale che offre alle imprese strategie per migliorare il proprio rating assicurativo e per implementare dinamiche che mitighino il rischio. «Il punto di vista privilegiato da cui osserviamo le realtà aziendali – conclude Capparelli – ci permette di avere un quadro abbastanza chiaro delle dinamiche che spingono le imprese a gestire i fattori Esg. Alla base di tutto vi è la consapevolezza di dover fronteggiare cambiamenti dei mercati che sono irreversibili: climate change, etica nel business, rispetto dei valori umani, sostenibilità dei sistemi di produzione, tanto per citare i principali. Per affrontare questo cambiamento assistiamo le aziende in un percorso modulare tramite un assesment del livello di sostenibilità, per poi proseguire nell’individuazione di quali parametri devono essere considerati primarie quindi nel disegno dei progetti di miglioramento». Sperando che i cigni neri tornino a essere quantomeno un po’ più rari.
















