Moody's

Nell’era universale della disattenzione in cui purtroppo viviamo, nell’era dell’eterno presente e della memoria da pesci rossi, tutti imbrodolati nell’orgoglio infondato per la promozione di Moody’s stiamo dimenticando chi (o cosa) è Moody’s e le sue sorelle, Standard and Poor’s e Fitch, visto che le agenzie minori sono ahinoi ancora minorissime, tipo le varie DBRS Morningstar, l’ectoplasmatica Scope Ratings e la cinese Dagong Global.

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Ebbene, rispolveriamo la nostra gracile memoria.

Le agenzie – usiamo questa definizione per evitarci guai, ma le tre agenzie principali cantano insieme, con pochissime varianti, come il Volo, il Trio Lescano o i Tre Tenori – hanno clamorosamente stonato giudizi mille volte, nella storia recente. Per rispetto dei lettori limitiamoci a pochi esempi degli ultimi 25 anni.

Nel 2001 non si accorsero che la Enron stava fallendo e le confermarono l’Investment grade fino a pochi giorni prima del crack. Ci fu uno scandalo, un’inchiesta, clamore e polemiche ma non successe niente di concreto.

Idem per la WorldCom, l’anno dopo: anni di sviolinate e rating elevati e downgrade solo poco prima del fallimento.

E la Parmalat? Nel 2003 con oltre 10 miliardi di debiti insanabili già in pancia, aveva rating abbastanza buoni (non il massimo dei voti, onestamente, ma comunque alti) essendo già andata in acido.

Apoteosi con la Lehman Brothers nel 2008: la banca fallisce il 15 settembre, fino a tre giorni prima aveva la tripla A.

Ma sempre in quell’anno, e anche negli anni precedenti, le tre agenzie avevano saporitamente dormito sul bubbone enorme dei mutui subprime, lasciando la tripla A a centinaia di miliardi di dollari di emissioni di quel genere che poi in un mese vennero tutte abbassate a livello junk.

E ancora; non si accorsero della “Crisi asiatica” del 1997–1998; bastonarono il Giappone, dal 1998 in poi, schiacciandone i rating sul livello dei Paesi in via di sviluppo per colpa del suo fortissimo debito pubblico, dimenticando che era (ed è) tutto sottoscritto da giapponesi, non gira in mani straniere, e quindi non è un problema per i mercati globali.

 E venendo a cose più vicine a noi: durante la crisi del debito sovrano europeo (2010–2012), i governi dell’Eurozona e perfino, dal suo sarcofago, la Bce accusarono le agenzie di aver esagerato negativamente i rating sul debito dei Paesi Ue per favorire gli americani. Tanto che l’Unione lanciò il progetto di un’agenzia di rating europea, rimasto poi lettera morta perché Bruxelles è del tutto incapace di fare alcunchè se non di nuocersi.

Ma fermiamoci qui: la lista sarebbe ancora troppo lunga. Nessuno di noi richiamerebbe un idraulico che avesse sbagliato altrettante volte ad aggiustare il lavandino di casa.Nessuno confermerebbe la fiducia a un elettricista che avesse provocato altrettanti corto-curcuiti. Invece le agenzie di rating stanno sempre lì, intoccabili nel loro potere. Mistero.

Cosa si vuol dire? Che la promozione del nostro debito da parte di Moody’s ci fa comodo, visto che questi tre misteriosi moloch del potere finanziario globale ancora contano nonostante l’evidente faziosità e la palese incompetenza: anzi, il fatto che contino “nonostante tutto” è la miglior prova del loro potere, evidentemente fondato su qualcosa che non vediamo, quindi ben venga il fatto che questo morbo stavolta ci abbia risparmiato. Ci fa comodo e quindi diamo anche atto al governo che la sua politica di obbedienza scondizolante ai diktat di un’Unione Europea ubriaca molesta è fruttuosa, perché ci difende sui mercati dalla speculazione e ci permette di risparmiare soldi sul costo del servizio all’enirme debito pubblico che decenni di politica economica scellerata ci hanno “guadagnato”.

Ma stiamo bene attenti a confinare il nostro sentimento al riguardo nella categoria “sollievo per scampato pericolo” (se le agenzie di rating non ci avessero promosso, il nosro costo del debito sarebbe salito!) ma non “soddisfazione per veri meriti riconosciuti”.

Anche perché attenzione; questi qua sono potenti, ma non sono maestri, proprio com’era Ghino Di Tacco quando, dalla Rocca di Radicofani, presidiava la via Francigena ed esigeva un pedaggio per lasciar passare i pellegrni senza danni. Non sono né bravi né costruttivi: quindi quando ci dicono peste, sarebbe bello – ma è illusorio sperarlo – che noi per primi ce ne fregassimo e soprattutto i mercati li ignorassero; e quando ci dicono “bravi” non esaltiamoci, è un encomio casuale e infondato come lo erano le critiche e soprattutto è un encomio che trascura le enormi palesi lacune del nostro quadro economico, privo di crescita, debole energeticamente, fermo sull’innovazione, a rischio sulla demografia. Ma a capire i problemi veri, questi delle agenzie, come si direbbe a Roma: “nun c’ariveno”. Non gliene frega niente, della ricerca della verità.

Danno i voti secondo come torna utile al sistema. Il loro sistema. Del quale purtroppo siamo vittime.

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Sergio Luciano
Sergio Luciano, direttore di Economy e di Investire, è nato a Napoli nel 1960. Laureato in lettere, è giornalista professionista dal 1983. Dopo esperienze in Radiocor, Avvenire e Giorno è stato redattore capo dell’economia a La Stampa e a Repubblica ed ha guidato la sezione Finanza & Mercati del Sole 24 Ore. Ha fondato e diretto inoltre il quotidiano on-line ilnuovo.it, ha diretto Telelombardia e, dal 2006 al 2009, l’edizione settimanale di Economy. E' stato direttore relazioni esterne in Fastweb ed Unipol. Insegna al master in comunicazione d’impresa dell’Università Cattolica e collabora al Sussidiario.net.