«Milano rimane comunque davanti, avanguardia. Sta sperimentando una fase di riassetto che la renderà più vivibile. Noi meneghini, d’altronde, siamo veloci ad adattarci e lo faremo anche questa volta, a costo di dover sacrificare qualche totem». Germano Lanzoni è ormai entrato di diritto nell’immaginario collettivo perché presta il volto al Milanese Imbruttito e la voce al Milan, di cui è speaker ufficiale da un ventennio. Fiero delle sue origini, anche se oggi, «per ragioni di rogito», è a tutti gli effetti un giargiana (alias, un non milanese) ha mantenuto un legame viscerale con la Madonnina.
Lanzoni, diversamente da altre città che sono tornate alla vita di prima, Milano sembra più sonnacchiosa, guardinga. I ristoranti sono ancora un po’ vuoti, i co-working sono pieni ma non pienissimi… È forse, dopo decenni, rimasta indietro?
Io penso esattamente l’opposto: stiamo vivendo in anteprima il cambiamento. La mia percezione è che il futuro prossimo non sarà pari a quello che era prima del Coronavirus. Le aziende dovranno misurare la produttività reale di questi mesi di smart working e, quando si accorgeranno che gli indicatori sono cresciuti, non potranno fare altro che prendere atto che serve un riassetto e un cambiamento.
Rimane sempre la città “faro”?
Certo, anche perché solo qui le informazioni si convertono in opportunità. Quindi le distanze che noi siamo costretti a tenere, e che magari terremo anche in futuro, non inaridiscono il ruolo di Milano come sorgente. Rimane, invece, l’unica città veramente attrattiva, un modello che tutti vorrebbero e dovrebbero replicare. E questo non perché siamo particolarmente “fighi”, perché siamo sempre a fare gli aperitivi e a costruire grattacieli, ma perché qui ci sono ancora tante opportunità.
Dopo aver cambiato volto a ridosso dell’Expo, oggi Milano si trova ad affrontare un nuovo cambiamento
Land of opportunities è già stata appaltata. Un altro slogan?
Work in progress. Milano sta cambiando pelle, ha scelto di diventare più vivibile e questa nuova modalità di interazione con il mondo passa anche dal fatto che certe soluzioni non erano compatibili con 1,3 milioni di persone che “usavano” la città quotidianamente. Inutile fare tanti peana sul car e bike sharing se poi bisogna fare la gimkana tra le macchine. C’è la connessione più veloce d’Italia, ci sono tante possibilità, ora mi aspetto che ci sia una redistribuzione degli spazi.
Milano città democratica?
Sicuramente non possiamo far finta di niente: ci attende un cambiamento dall’alto che permetterà di allargare la base. Sempre più persone dovranno incrementare la loro vivibilità urbana proprio perché nel futuro prossimo e a medio termine non ci sarà quell’invasione che ha caratterizzato il post-Expo.
Appunto, l’Expo: Milano si era appena dotata di una faccia nuova, verticale, elitaria. Può già cambiarla?
Certo che può, ed è figo che decida di cambiare. Il nostro punto di forza, quello che ci differenzia da altre città è che ci adattiamo facilmente al contesto. Non possiamo stare fermi, il nostro non può e non deve essere un vuoto correre sul posto, altrimenti ben venga la caduta dei troni. Non voglio Milano perché ha il prefisso “02”, ma perché mi piace la mia città, che mi stimola a confrontarmi con la parte più alta possibile delle aziende. È come fosse un circolo virtuoso.
Però cambiare vuol dire anche abbandonare certi totem che ci accompagnano da tempo: ad esempio, da milanista, saprebbe rinunciare a San Siro?
Io parto dall’assunto che tutto ciò che è vivo ha un valore e tutto ciò che è morto è un ricordo. Quando il totem è una soluzione per la vita quotidiana va bene e nessuno lo può abbattere. Ma quando la relazione è esclusivamente personale, allora lì bisogna valutare un po’ meglio, perché rischiamo di dare troppa importanza alle cose. Lo stadio di San Siro è stato donato dall’allora patron del Milan, Pirelli, alla città, ma se non dovesse essere più vivo e vitale, se dovesse diventare soltanto un luogo di pellegrinaggio di vecchi nostalgici, allora che senso ha tenerlo in piedi? Rischia di diventare un nuovo Colosseo.
I grattacieli, San Siro, la mobilità condivisa, i progetti “smart”: il capoluogo lombardo da anni guida il cambiamento
I romani non apprezzeranno…
Ma è la verità. Il Colosseo uno lo guarda e pensa alla magnificenza, ma chi si metterebbe a cercare il seggiolino della curva su cui è stato seduto per 30 anni? E poi dobbiamo deciderci: o i luoghi valgono, e allora valgono tutti, oppure bisogna essere pronti a cambiare. Pensiamo a CityLife: era demanio pubblico, oggi è un quartiere innovativo. Pensiamo al grattacielo della Regione Lombardia che sorge su un bosco regalato alla città. Il contemporaneo ha diritto di scelta, il che però non vuol dire radere al suolo la parte storica. Milano è forte perché ha contrasti, Corso Como, Piazza Gae Aulenti, ma anche gli incroci con le case di ringhiera e i vecchi tram che passano. Il contemporaneo deve essere contaminazione.
Lei è la riprova che si possono fare tante cose: comico, comunicatore, formatore, adesso anche scrittore. Anche in questo caso trionfa la milanesità?
Il mio lavoro è una costante e continua avventura di sperimentazione e diversificazione. Io cerco di mettere qualità nelle cose e ho la fortuna di essere un comico, il che mi porta naturalmente a dover ripartire da capo ogni volta. Quando si sale sul palco e si viene presentati c’è (o almeno si spera) il boato del pubblico all’inizio, ma se poi le battute non fanno ridere non si può vivere di ciò che è stato. Ora ho avuto la fortuna, grazie alla celebrità portata dal Milanese Imbruttito e da altre esperienze, di poter fare dei progetti con grandi brand. Il che significa confrontarsi con persone che hanno una vision precisa. A me poi il compito di cogliere le opportunità e trasformarle per le esigenze del pubblico. Mi piace essere sorgente, non solo prodotto.
Ora è diventato anche autore di libri con “La terra dei pirla” in cui racconta il lockdown.
Ci ho messo cuore e ironia. La scrittura poi rimane e anche il confronto con chi ti legge e vuole ascoltarti cambia radicalmente. Far ridere le persone con uno sketch registrato è più facile che farlo in una libreria, alle 18. Perché magari chi viene ha rinunciato a fare altro e ha altre aspettative. Il “pirla”, che ispirerà anche il mio prossimo spettacolo, è una bellissima sottomaschera da raccontare che riguarda un po’ tutti.
La prima copia del libro lei l’ha consegnata al sindaco Sala. Che cosa pensa di lui? Crede che si ricandiderà?
Io lo adoro, perché credo che sia una persona molto seria e intelligente. Ha riportato la figura di sindaco come punto di riferimento. Quello che apprezzo è che prende posizione non per mera appartenenza politica, ma perché ha un pragmatismo tipicamente milanese. La nostra è una città complicata, con delle periferie che sono difficili. Per il futuro mi auguro che l’elettore sappia scegliere con la “pancia” giusta, cioè quella che ha fame di rivalsa, non quella che sa solo brontolare. Spero che Beppe accetti questo mio endorsement nonostante un mio difetto… ovvero l’essere un giargiana.
Sarebbe?
Vivo a Cormano, ormai sono un giargiana a tutti gli effetti.

















