Roberto Pella, Vicepresidente Vicario di Anci

«Cambiare il piano non è possibile, perché il Pnrr non è un programma di spesa ma un insieme di obiettivi e di traguardi condivisi con l’Ue; questa deve essere la premessa su cui dobbiamo tutti trovarci d’accordo, altrimenti rischiamo di creare illusioni da cui non veniamo fuori». Roberto Pella, vicepresidente vicario dell’Associazione nazionale comuni italiani (Anci) in rappresentanza dei piccoli comuni, sindaco di Valdengo (Biella), nonché capogruppo di Forza Italia in commissione Bilancio della Camera e relatore per la maggioranza del dl 152 sull’attuazione del Pnrr, resta coi piedi per terra.

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Lo scenario però è cambiato…

Obiettivi e traguardi per l’Italia non sono cambiati nel corso di questi mesi, ma sono cambiate le condizioni, che si sono rese più complesse: il caro materiali e energia, oltre all’enorme sforzo che le Regioni e i comuni stanno facendo per l’assistenza e l’accoglienza dei profughi ucraini, che si intreccia con il Piano.

Quali sono le criticità per i comuni?

Indubbiamente il personale. Anche se un accordo sul tema è stato siglato a palazzo Chigi alla presenza del presidente dell’Anci Decaro, del presidente del Consiglio e del ministro Brunetta nell’ambito del dl 152 di cui ero relatore per la maggioranza: sblocco del personale, 30 milioni messi a disposizione dei piccoli comuni, oltre 60 milioni per i comuni del Sud inclusi quelli in pre-dissesto nei quali le difficoltà sarebbero state molteplici. Ci stiamo impegnando con il Governo per superare una situazione di difficoltà: avevamo tetti di spesa per la formazione, il blocco del turnover anche nei comuni più piccoli che si sono svuotati di competenze. Non è stato facile partecipare ai bandi: l’età media del personale supera i 50 anni e questo certo non aiuta.

Come far funzionare il Pnrr in presenza di questi limiti?

Il successo è legato al coinvolgimento dei territori: per me è stata azzeccatissima la scelta di Draghi di individuare in modo particolare i comuni non solo come soggetti beneficiari ma anche attuatori di aspetti chiave del Pnrr, come le scuole e gli asili nido. I comuni non devono più passare da Regioni e ministeri, c’è una linea diretta di utilizzo: i comuni sono diventati destinatari di queste risorse. Ma ci sono molti passaggi che avrebbero dovuto essere tolti negli scorsi mesi: molte volte i comuni si trovano con il cerino in mano. Siamo stati abituati all’arte delle proroghe, basti pensare che ogni anno c’è un provvedimento parlamentare che si chiama milleproroghe che ne contiene centinaia. Nel Pnrr invece come sappiamo i tempi sono quelli rigidi già stabiliti, del 2026.

Vede una via d’uscita?

Come si è potuto cogliere nelle frasi del commissario Gentiloni e dello stesso premier Draghi, non solo come Italia – altrimenti saremmo additati come il Paese che non sta nei tempi e non rispetta le regole del gioco – ma insieme agli altri Paesi membri dovremmo cercare di convincere la Commissione europea a rivedere le tempistiche a causa dell’aumento delle materie prime e delle conseguenze della guerra. Mentre fino a qualche mese fa nessuno avrebbe mai osato andare in Europa a chiedere proroghe, in queste ultime settimane le cose sono cambiate.

C’è il rischio di non stare nei tempi?

Sì, molto forte. L’aumento delle materie prime ha scompaginato i bilanci e anche i piani del Pnrr, oggi non si riescono neanche a trovare determinate materie prime indipendentemente dal costo. In più la crisi pandemica di fatto non è del tutto terminata e anche questo si fa sentire. Così anche noi sindaci abbiamo forti perplessità e preoccupazioni di non riuscire a stare nei tempi che ci eravamo assunti con un impegno formale anche in funzione dell’essere diventati soggetti attuatori. Ma nessuno di noi avrebbe immaginato questi aumenti, e soprattutto questa guerra che anche se non ci vede direttamente coinvolti ci colpisce, specie per i costo di energia e materie prime e per i profughi che ormai hanno superato numeri elevati, il che significa difficoltà in più nella gestione dei comuni.