Che la modernizzazione della pubblica amministrazione porti a uno snellimento – con relativa accelerazione – delle procedure è, purtroppo, una pia illusione. Prendiamo lo smart working: durante le settimane di lockdown ce ne siamo ubriacati e l’abbiamo “decantato” a tal punto che la feccia – nessuno si offenda, stiamo parlando di residui solidi della vinificazione – si è depositata sul fondo. Nella modernissima Milano, per esempio, con gli uffici anagrafe – appunto – in smart working, durante il lockdown si sono viste famiglie attendere fino a cinque mesi per ottenere documenti di identità validi per l’espatrio. Tacciamo per pudore sui casi delle bidelle in smart working nei plessi scolastici (che avranno mai fatto da casa? avranno spiegato per telefono al solerte dirigente di turno come aprire e chiudere i portoni e come si utilizza lo scopettone?), ma facciamo invece il caso del fisco 4.0. Ricordando – tornando alle faccende enologiche – che si approssima la stagione della vendemmia.
Che c’entra con la digitalizzazione della PA? C’entra, eccome. Perché ora per una pratica che in epoca di code allo sportello richiedeva unon più di un’ora, ora servono addirittura 15 giorni: tanti ne occorrono per dotare di codice fiscale i lavoratori stranieri da contrattualizzare per la vendemmia. A lanciare l’allarme è la Cia-Agricoltori Italiani, che denuncia come, grazie alla digitalizzazione e alla modernizzazione delle procedure, le imprese agricole, dopo aver presentato via e-mail la modulistica precompilata, devono aspettare tempi troppo lunghi per il rilascio del codice, essenziale all’assunzione dei braccianti esteri per un regolare rapporto di lavoro. «La lunga procedura non ha riscontri con il passato e suscita molti dubbi sull’efficienza delle piattaforme digitali della Pubblica Amministrazione, che in tempi di crisi come questo dovrebbero, invece, velocizzare le pratiche burocratiche per agevolare il rilancio dell’economia del Paese – denuncia una nota di Cia-Agricoltori Italiani – Rispetto all’era pre-Covid, la digitalizzazione della richiesta dovrebbe essere persino più snella per gli uffici territoriali dell’Agenzia delle Entrate, perché permette di bypassare ogni difficoltà di incomprensione linguistica con il lavoratore straniero, che prima era costretto a recarsi personalmente a eseguire la pratica».
Fosse solo questo: a complicare la faccenda c’è l’indicazione degli sportelli digitali di non effettuare richieste di codici fiscali cumulativi: massimo dieci per singola e-mail. Il senso di questa prescrizione, francamente, sfugge. Certo, volendo pensare bene, si potrebbe interpretare tutto ciò come un incentivo all’assunzione di manodopera indigena. Perché a pensare al burosauro di turno impegnato nel complicare la vita a cittadini e imprese ci si inacidisce. E il vino diventa aceto.
















