Dal 18 marzo 2026 è entrata in vigore la Direttiva Omnibus I (UE) 2026/470, un intervento che modifica in modo significativo il perimetro della CSRD (Corporate Sustainability Reporting Directive) innalzando le soglie a 1.000 dipendenti e 450 milioni di fatturato e, di fatto, escludendo la quasi totalità delle PMI italiane dall’obbligo diretto di rendicontazione ESG. Una semplificazione che, almeno sul piano normativo, rappresenta un alleggerimento evidente, ma che nella pratica rischia di produrre effetti molto più complessi. Il punto è che le circa 4.000–5.000 grandi aziende italiane che restano soggette alla CSRD continuano a dover rendicontare l’impatto dell’intera catena del valore, includendo quindi fornitori, subfornitori e partner operativi. Questo obbligo non si interrompe con l’uscita delle PMI dal perimetro normativo, ma si trasferisce lungo la filiera, dove gli uffici acquisti stanno già richiedendo dati ESG ai fornitori indipendentemente dagli obblighi di legge, trasformando la sostenibilità in un requisito operativo sempre più stringente.
Il rischio filiera: migliaia di PMI nella “zona grigia”
È proprio in questo passaggio che si apre quella che può essere definita una vera e propria “zona grigia”, in cui le imprese non sono formalmente obbligate ma restano pienamente esposte alle richieste del mercato. Secondo le elaborazioni di TreeBlock, piattaforma specializzata nella gestione ESG per le imprese, sono tra 60.000 e 80.000 le PMI italiane con più di 10 addetti attive nei settori più esposti all’export e alle grandi forniture che si trovano oggi in questa condizione intermedia, dove l’assenza di obbligo non equivale affatto a una riduzione della pressione. Il meccanismo che si sta consolidando è tanto semplice quanto selettivo: le grandi aziende devono raccogliere dati ESG lungo tutta la filiera per adempiere ai propri obblighi e, per farlo, hanno bisogno di fornitori in grado di fornire informazioni strutturate e verificabili. In assenza di questi dati, la sostituzione con partner più preparati diventa una scelta naturale, e spesso inevitabile. Non a caso, sempre secondo TreeBlock, circa il 30-40% dei fornitori PMI delle grandi imprese italiane si trova già oggi in una condizione di rischio elevato di esclusione o declassamento nella catena di fornitura. “Il problema non è la norma in sé, ma il vuoto operativo che si crea nell’attesa degli standard tecnici. Le PMI vengono interpellate dai loro clienti già adesso, senza avere ancora strumenti standardizzati per rispondere. Chi si presenta con dati strutturati viene preferito; chi non ce l’ha viene messo in lista d’attesa — o tolto dalla lista del tutto”, spiega Stefan Grbovic, CEO di TreeBlock, sintetizzando un fenomeno che sta emergendo con sempre maggiore evidenza.
Il vuoto normativo: richieste immediate, standard a luglio
A rendere il quadro ancora più complesso è la dimensione temporale della transizione. Gli standard tecnici dedicati alle PMI, i Voluntary SME Standard (VSME), sono attesi entro il 19 luglio 2026, ma nel frattempo il mercato non si è fermato e le richieste ESG sono già pienamente operative. In assenza di uno standard condiviso, le grandi imprese stanno adottando modelli proprietari o adattando framework esistenti, generando una molteplicità di questionari e richieste spesso eterogenee, che le PMI devono gestire senza linee guida univoche. Questo si traduce in una pressione operativa significativa, in cui una stessa impresa può trovarsi a rispondere a clienti diversi con metriche e livelli di dettaglio non allineati, aumentando il rischio di inefficienze e incoerenze.
Il rischio credito: l’ESG entra nei rating
Parallelamente alla pressione lungo la filiera, si rafforza anche il fronte finanziario, dove i criteri ESG stanno diventando progressivamente parte integrante delle valutazioni di rischio. Dal 2026, infatti, le banche richiedono informazioni ESG strutturate anche a soggetti non obbligati alla rendicontazione, estendendo di fatto l’impatto della sostenibilità ben oltre il perimetro normativo. Secondo le stime riportate da TreeBlock, circa il 10-15% delle PMI italiane nei settori a maggiore esposizione – tra cui logistica, manifattura pesante e agricoltura – presenta un profilo ESG tale da poter determinare un aumento dei tassi di interesse o, nei casi più critici, il diniego del credito. Al contrario, le imprese con una maggiore adeguatezza ESG registrano tassi di default inferiori del 25% rispetto alla media, evidenziando come la sostenibilità stia diventando un indicatore sempre più rilevante nella valutazione dell’affidabilità finanziaria.
Dalla compliance al mercato: cambia la logica della sostenibilità
In questo scenario, la Direttiva Omnibus I segna un passaggio di fondo: la sostenibilità esce progressivamente dalla dimensione esclusivamente normativa per entrare in quella, più ampia e incisiva, della competizione economica. Le grandi aziende restano infatti obbligate a rendicontare lungo l’intera catena del valore, Scope 3 incluso, e continueranno a richiedere dati a fornitori e partner operativi indipendentemente dalla loro dimensione. Per le PMI, questo significa che la sostenibilità non è più solo un adempimento da evitare o rinviare, ma una condizione concreta di accesso al mercato, che incide direttamente sulla capacità di mantenere relazioni commerciali e posizionamento competitivo. “Oggi una PMI che riceve un questionario ESG da un grande committente può scegliere: rispondere in modo frammentato e poco credibile, oppure avere un sistema che produce quei dati in modo strutturato e verificabile. La seconda opzione non è più un vantaggio competitivo — è una condizione di accesso al mercato”, conclude Grbovic.
















