Difficile sintetizzare il futuro della selvicoltura italiana senza cedere ai grandi racconti sull’idillio naturale, ma nella mappa delle azioni reali, #RigeneraBoschi è un progetto che fa la differenza e non solo a livello retorico. Organizzato e promosso da Sorgenia in partnership con l’Università degli Studi di Milano e il supporto tecnico di Pefc Italia, il programma si pone all’incrocio tra ricerca scientifica ed educazione ambientale. Non solo: è la lente attraverso cui si osservano le foreste italiane nell’era della crisi climatica, un viaggio che attraversa numeri e interrogativi dei cittadini, fino ai confini invisibili della resilienza vegetale. Non esiste uno sguardo neutro: nella percezione degli italiani, i boschi sono alleati contro la crisi climatica, baluardi contro la furia degli incendi e la perdita di biodiversità, serbatoi di benessere fisico e psicologico. Questo quanto emerge dalla ricerca “Il rapporto degli italiani con i boschi e le foreste” commissionato dall’azienda all’Università degli Studi di Bari. «I risultati di questa indagine restituiscono un quadro prezioso e articolato del rapporto che gli italiani hanno oggi con i boschi e le foreste», afferma Giovanni Sanesi, docente dell’Università di Bari, custode scientifico del progetto. «Ci sono interessanti spunti di riflessione per la comunità scientifica e le istituzioni per orientare le politiche di gestione e di educazione ambientale. La sfida per il futuro, ben disegnata da questa ricerca, è di investire sempre più in informazione e partecipazione, di valorizzare il ruolo dei boschi come risorsa centrale nella risposta alle urgenze ambientali e sociali».
La stragrande maggioranza, il 94,6% della popolazione, vede le foreste come pilastri della lotta al cambiamento climatico, con una sensibilità crescente rispetto ai temi del dissesto idrogeologico e della tutela della biodiversità. Eppure la percezione, svelata dai dati, risulta spesso distorta: gli italiani sovrastimano la copertura boschiva della propria regione di ben 5,5 punti percentuali rispetto ai dati reali, con picchi in Liguria (13,8%), Calabria (13,1%) e Basilicata (9,9%). Segno che chi vive nelle città, l’83,1% della popolazione, immagina foreste più estese di quelle che realmente circondano il territorio. Intanto, il bisogno di informazione cresce senza confini: il 32,4% vuole sapere di più su questioni forestali, mentre solo il 7,2% si sente già adeguatamente informato.
L’Italia che riscopre i boschi sogna spazi accessibili e comfort, con il 66,6% che desidera sentieri percorribili, mentre solo il 9,8% vorrebbe foreste senza presenza umana. La ricchezza di biodiversità è la desiderata più condivisa, con il 65,3%, e picchi in Trentino-Alto Adige (85%) e Umbria (76%). Intanto, l’assenza di rumori meccanici è richiesta dal 36% del campione. In questa Italia sospesa tra città e natura, l’esperienza personale plasma la visione collettiva. Il 77,8% delle persone frequenta aree verdi almeno una volta al mese, oltre un terzo lo fa settimanalmente, e un resistente 7,4% si immerge nella foresta ogni giorno. La ricerca di verde si fa rituale: il 45,1% ha abbracciato almeno una volta un albero, il 56,5% cerca luoghi isolati per meditazione e relax, mentre il 18,7% cammina scalzo tra sottoboschi e sentieri.
Nel cuore delle cinque foreste monitorate dal progetto #RigeneraBoschi la tecnologia si fonde con la vegetazione. Grazie ai sensori Tree Talker, grandi come smartphone, «per la prima volta disponiamo di una risoluzione temporale senza precedenti e della possibilità di incrociare dati mai rilevati insieme prima, come crescita, fotosintesi, flusso linfatico, oscillazioni del fusto e deficit di pressione di vapore. Questo ci permette di osservare i boschi con uno sguardo nuovo e più integrato, capace di anticipare le loro risposte al cambiamento climatico», spiega Giorgio Vacchiano, docente di Gestione e Pianificazione Forestale all’Università degli Studi di Milano.
I boschi italiani studiati dal progetto #RigeneraBoschi sono cinque: Parco Nord Milano (Lombardia), Bosco di Forlì-Bertinoro (Emilia-Romagna), Unione dei Comuni montana Colline Metallifere (Toscana), Parco naturale regionale Bosco Incoronata (Puglia) e Parco Nazionale del Pollino (Calabria-Basilicata). In ogni sito, due aree a confronto: una con gestione sostenibile, l’altra lasciata a libera evoluzione. E i dati, dopo 7.000 ore di monitoraggio per sito, parlano chiaro: in quattro aree su cinque, gli alberi gestiti crescono più rapidamente e resistono meglio agli stress climatici, con un massimo annuale del 43% di crescita nel Pollino. Nei boschi non gestiti, il caldo e la siccità accentuano le oscillazioni del fusto; quelli gestiti, invece, mostrano una risposta meccanica attenuata e una maggiore resilienza. «Come togliere persone da una stanza sovraffollata: chi rimane respira meglio e ha più spazio per muoversi», riflette Vacchiano. La riduzione della densità arborea rafforza il bosco, non lo impoverisce: gli alberi rimasti sviluppano chiome più ampie, sistemi radicali più robusti e una maggiore capacità di resistenza agli eventi estremi.
Non mancano le eccezioni: al Bosco dell’Incoronata in Puglia, la crescita è minore tra gli alberi gestiti, forse per la competizione degli eucalipti invasivi. «Le eccezioni e i dati incerti non devono spaventare: fanno parte della normale complessità ecologica e sono preziosi, perché ci indicano dove concentrare nuove ricerche. È naturale che la gestione forestale tradizionale debba adattarsi a pressioni climatiche senza precedenti. Questi risultati confermano che solo con un approccio flessibile e adattativo potremo garantire boschi resilienti anche in futuro», ragiona Vacchiano.
Il flusso linfatico, la linfa vitale delle piante, racconta una danza stagionale: in primavera raggiunge velocità di 30-40 cm/ora, cala durante le estati aride per lo stress idrico. Dove l’acqua c’è (come nel Pollino), gli alberi gestiti mantengono flussi costanti e resistono meglio, ma là dove la risorsa è limitata, si osserva un trade-off: più luce disponibile ma maggiore vulnerabilità alla siccità. Anche il rapporto tra luce e fotosintesi svela equilibri delicati: in generale, la gestione favorisce la fotosintesi estiva, ma nel bosco di Forlì-Bertinoro si registra un miglior rapporto tra luce e fotosintesi in estate, suggerendo che probabilmente l’eccessiva apertura del bosco nel gestito possa causare stress idrico, mentre l’ombra del non gestito possa mitigare tale condizione.
Il progetto #RigeneraBoschi si fa bussola e laboratorio per politiche adattative: «A un anno dall’avvio di RigeneraBoschi, i dati raccolti e analizzati ci restituiscono una prima fotografia dello stato di salute di alcune delle nostre foreste. Oggi disponiamo di risultati che saranno affinati nelle fasi successive per capire come gli ecosistemi reagiscono agli stress climatici, così da fornire un contributo per affrontare meglio emergenze legate a cambiamento climatico e incendi», sottolinea Michele De Censi, amministratore delegato di Sorgenia. «Lo studio dimostra in maniera scientifica quello che sappiamo, cioè che gestire i nostri boschi con una selvicoltura climaticamente intelligente è utile sia all’uomo che alla stabilità del bosco. Un bosco abbandonato non è ospitale per il turismo o per la sua fruizione ed è più soggetto a frane e incendi, mentre un bosco con attività di cura e tagli pianificati da dottori forestali è più resistente alle minacce esterne, fornisce materie prime per l’uomo ed è più ospitale per le attività ricreative», conclude Antonio Brunori, segretario generale di Pefc Italia.
#RigeneraBoschi continua per tutto il 2026 con il monitoraggio scientifico e il coinvolgimento di studenti e studentesse in attività immersive di educazione ambientale.
















