Inflazione Usa: la flexible non preoccupa, ma occhio alla sticky

Argomento di conversazione principe dell’ultimo anno, l’inflazione ha colonizzato i dibattiti finanziari del post-pandemia. “Quanto sarà elevata?”, ci si chiede. E quanto durerà? Avranno ragione la Fed con tutte le altre Banche centrali al seguito, a sostenere che sia transitoria, o sarà invece la nuova normalità a seguito delle carenze di manodopera, delle strozzature della catena di approvvigionamento e di una grave crisi energetica?

Lo sviluppo incerto della pandemia rende difficile prevedere le condizioni a breve termine, ma le cose cambiano sul lungo termine, dove il quadro si fa più chiaro. «Sebbene oggi ci troviamo di fronte a un aumento ciclico dell’inflazione e dei tassi di interesse», commentano Pramod Atluri (nella foto a lato) e Ritchie Tuazon, gestori di portafoglio a reddito fisso di Capital Group, «se guardiamo alla situazione tra cinque anni, riteniamo che la crescita economica degli Stati Uniti sarà più lenta e l’inflazione potrebbe essere inferiore. La crescita economica dovrebbe subire un rallentamento a causa di livelli di debito elevati e di minori stimoli, con un ritorno a guadagni del Pil dell’1,5%-2,5% annuo. Di conseguenza, anche i tassi di interesse dovrebbero rimanere relativamente bassi».

Ma in questo momento tutti sono concentrati sull’inflazione, perché rappresenta il rischio più grande per i portafogli degli investitori nel breve termine. In particolare, si parla di due tipi diversi di inflazione: sticky e flexible. La prima, attualmente intorno al 2,6% annualizzato, tende a mostrare una capacità di tenuta più lunga. Le categorie sticky includono affitto, affitto equivalente dei proprietari, spese assicurative e spese mediche. L’inflazione flexible invece, contiene categorie di prodotti come generi alimentari, energia e automobili, i cui prezzi possono oscillare sensibilmente tra alti e bassi nel corso del tempo (come già accaduto ad esempio con legname, rame e soia). I prezzi di questi prodotti sono schizzati alle stelle quest’estate e da allora hanno subito un calo. Quest’anno l’inflazione flexible è salita  a quasi il 14%, il dato più alto dagli anni ’70. Tuttavia, è probabile che questo livello di inflazione non permanga.

Quest’ultima sarebbe quindi transitoria, ma attenzione alla sticky perché potrebbe essere problematica. «Come sa chiunque abbia cercato di acquistare un’auto usata», spiegano gli esperti, «le categorie di inflazione flexible hanno subito un’impennata a causa di carenze correlate alla pandemia, mancanza di manodopera disponibile e interruzioni della catena di approvvigionamento. Una rapida soluzione a tali sfide è improbabile, ma si dovrebbe tornare a condizioni più normali entro la metà-fine del 2022. Ciò significa che il rischio di rialzo è rappresentato dai componenti sticky, che favoriranno l’inflazione nel 2022: è a questo che gli investitori devono fare attenzione».

L’inflazione complessiva, secondo le valutazioni dell’U.S. Consumer Price Index, dovrebbe diminuire gradualmente nei mesi a venire, scendendo infine a un range compreso tra il 2,50% e il 2,75% entro la fine del 2022. «Se tale previsione dovesse essere valida», proseguono, «vi sarebbe una buona probabilità che la Federal Reserve non aumenti nuovamente i tassi di interesse nel 2022. Non crediamo che la Fed avrà fretta di aumentare i tassi e potenzialmente deragliare la ripresa dal Covid se l’inflazione resterà sotto controllo».

Ma cosa succederebbe se questa prospettiva inflazionistica positiva fosse sbagliata, e i prezzi al consumo dovessero aumentare drasticamente? «Questo non è affatto il nostro caso di base, ma riteniamo che sia un rischio abbastanza grande che dovrebbe esser preso in considerazione nella costruzione del portafoglio. Prediligiamo i titoli del Tesoro americani protetti dall’inflazione – i Treasury inflation-protected securities (Tips) – come copertura efficace contro un’inflazione più elevata», spiegano Alturi e Tuazon.

Quali sono dunque le implicazioni per gli investimenti? Secondo i due esperti la mossa migliore in vista del prossimo anno, sarebbe tenere alcuni Tips nel proprio portafoglio. Per quanto riguarda le azioni invece, ci sarebbero alcune regole da tenere in considerazione: «Storicamente, i prezzi più elevati hanno favorito le materie prime, così come i settori che beneficiano di tassi di interesse più elevati (come le banche) e le società con potere di determinazione dei prezzi in categorie fondamentali come i semiconduttori e i marchi di consumo popolari», dicono i due gestori. «È importante ricordare, prima di apportare modifiche al portafoglio, che periodi prolungati di inflazione elevata sono rari nella storia degli Stati Uniti. Le persone di una certa età ricorderanno l’inflazione ultra-elevata a cui si è assistito negli anni ’70 e all’inizio degli anni ’80. Ma a posteriori, è chiaro che è stato un periodo unico. Di fatto, le pressioni deflazionistiche sono state spesso più difficili da domare, come confermeranno gli studenti della Grande depressione».

Nel corso degli ultimi 100 anni, l’inflazione degli Stati Uniti è rimasta al di sotto del 5% per la maggior parte del tempo. Più recentemente, dopo la crisi finanziaria globale del 2007-2009, l’inflazione ha faticato a raggiungere il 2% su base continuativa. E questo nonostante le misure di stimolo senza precedenti intraprese dalla Fed nel tentativo di raggiungere l’obiettivo del 2% della banca centrale.

Un altro aspetto importante da tenere in considerazione è che è soprattutto agli estremi, quando l’inflazione è pari o superiore al 6%, che le attività finanziarie tendono a sentire la fatica. «Come ci si aspetterebbe anche i titoli sono sotto pressione quando l’inflazione diventa negativa. Ma una certa inflazione può essere positiva per gli investitori», concludono Alturi e Tuazon. «Anche durante i periodi di maggiore inflazione, le azioni e le obbligazioni statunitensi hanno generalmente fornito rendimenti solidi».