Al momento non c’è in Italia una strategia comparabile: a fare da apripista. Gli Stati Uniti da McDonald’s lanciano un nuovo piano di marketing, battezzato internamente “McValue 2.0”. Il lancio – a partire da aprile – consiste in un menù con prodotti a 3 dollari o meno e di colazioni complete a 4 dollari. Dentro questa soglia simbolica rientrano alcuni dei prodotti più iconici e replicabili della catena, come il Sausage Biscuit o i 4 pezzi di Chicken McNuggets, mentre il pacchetto breakfast include un McMuffin, hash brown e caffè.
Dietro l’operazione c’è una dinamica che interessa direttamente imprese e investitori: il fast food globale si sta adattando a una domanda sempre più compressa. Negli ultimi anni, infatti, l’aumento dei prezzi – in parte legato all’inflazione e in parte alla crescita dei costi operativi post-pandemia – ha allontanato una quota rilevante di clientela, soprattutto quella a basso reddito.
Non è un dettaglio. Secondo diverse rilevazioni di mercato citate dalla stampa americana, la percezione di “accessibilità” del brand è crollata rispetto al periodo pre-Covid. E quando un player come McDonald’s smette di essere percepito come economico, l’impatto si riflette direttamente sul traffico nei ristoranti e, quindi, sui ricavi.
La strategia attuale è quindi un tentativo di ricostruire quel posizionamento perduto. Non a caso, il gruppo arriva da una serie di esperimenti progressivi: prima il ritorno dei menu da 5 dollari, poi gli sconti su combo selezionate, ora un vero e proprio reset verso il basso di alcune fasce di prezzo. Una marcia indietro? Più che altro una correzione di rotta, dettata da una domanda che sta diventando più sensibile al prezzo e meno fedele al brand.
Per gli operatori del settore, il segnale è evidente: si è aperta una nuova “guerra del valore” nel fast food americano. Non solo McDonald’s, ma anche concorrenti diretti stanno rilanciando offerte aggressive per intercettare consumatori sempre più attenti al budget. In questo contesto, il pricing torna a essere leva strategica primaria, più ancora dell’innovazione di prodotto.
C’è poi un elemento meno visibile ma altrettanto rilevante: il rapporto con i franchisee. Ridurre i prezzi in un sistema altamente decentralizzato come quello di McDonald’s richiede un allineamento complesso tra casa madre e operatori locali, che devono sostenere margini più compressi. Non a caso, in passato il gruppo è intervenuto direttamente per compensare parte dei costi delle promozioni. Ma non è una soluzione sostenibile nel lungo periodo.
Per questo il piano da 3 e 4 dollari va letto anche come un test. Se riuscirà a riportare traffico senza erodere eccessivamente la redditività, potrebbe diventare il nuovo standard. In caso contrario, il rischio è quello di innescare una spirale di sconti difficilmente reversibile.
















