È per definizione lo strumento che “si sente ma non si vede”. Markbass ha fatto esattamente il contrario: ha preso ciò che stava sullo sfondo del palco, il basso, e l’ha trasformato in un protagonista riconoscibile da venti metri di distanza, con quel giallo acceso, le casse leggerissime al neodimio, il suono che taglia il mix. E oggi, nel suo venticinquesimo anniversario, quell’intuizione nata in Italia diventa il trampolino per una nuova fase di crescita.

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Venticinque anni dopo quella prima rivoluzione tecnologica, Markbass è un marchio presente in oltre ottanta Paesi, universalmente riconosciuto dai musicisti professionisti per la combinazione di innovazione, affidabilità e identità forte. Non è solo una storia di prodotto, ma di costruzione di un brand: «Ho voluto che Markbass fosse legata alla mia persona non per megalomania», racconta Marco De Virgiliis, «ma perché nella storia mi sono sempre piaciuti Enzo Ferrari, Ferruccio Lamborghini, Valentino: persone che hanno valorizzato il marchio proprio attraverso la loro personalità». Il risultato è un logo e un’estetica che parlano immediatamente di suono, prestazioni e carattere.

Questa ricorrenza arriva in un momento di svolta strategica. Dopo l’ingresso in Borsa e la raccolta di capitali freschi, l’azienda non si limita a consolidare il proprio core business: vuole trasformare un successo di nicchia in una piattaforma più ampia. Il primo passo, nel settembre scorso, è stata la quotazione su Euronext Growth Milan: «Volevamo muovere circa 4,5 milioni, sono arrivate offerte per 12 milioni», racconta De Virgiliis. «Alla fine ne abbiamo raccolti 6: non investitori, ma soci. E questa è una responsabilità che sento tutta». I 6 milioni raccolti con l’Ipo sono destinati, nelle parole del fondatore, «ad ampliare i cataloghi: non solo amplificatori, ma anche strumenti, audio, stampi». L’idea è chiara: usare il patrimonio di fiducia costruito con i bassisti per entrare in mondi confinanti – strumenti, audio professionale, soluzioni digitali, fino al consumer audio – mantenendo lo stesso cliente al centro, lo stesso standard di suono e lo stesso rapporto diretto con il musicista.

Nel piano di crescita Markbass il punto di partenza resta il core degli amplificatori per basso, un mercato globale da 0,43 miliardi di euro in cui l’azienda ha già conquistato una posizione di forza, ma l’obiettivo dichiarato è spingersi ben oltre questa nicchia e “aggredire” mercati adiacenti molto più grandi. Le corde valgono circa 0,64 miliardi, gli strumenti musicali 1,5 miliardi, il PA market 12,5 miliardi, il consumer audio 19 miliardi e l’audio professionale 34 miliardi: una massa critica che, nelle parole di De Virgiliis, può cambiare completamente la scala del gruppo se Markbass riuscirà a prendersi «il 2% di qua, il 3% di là». L’esempio di Marshall, passata da 35 a 440 milioni di fatturato proprio spostandosi dagli strumenti al consumo, è la prova che un marchio forte può attraversare i confini di categoria; l’ambizione è replicare questo salto utilizzando la credibilità costruita con i bassisti per entrare in corde, strumenti, sistemi PA, soluzioni professionali e, domani, prodotti consumer, senza tradire l’idea originaria di un suono riconoscibile e di un rapporto diretto con il musicista.

L’ambizione è dichiaratamente espansiva. Markbass arriva a questo anniversario con un track record che parla di una quota del 40% nel mercato degli amplificatori per basso, con artisti di primo piano che scelgono i suoi prodotti, e un marchio che ha smesso da tempo di essere “solo” un brand italiano per diventare un riferimento internazionale. La scommessa ora è moltiplicare per molte volte il mercato potenziale: non più solo amplificazione per basso, ma un ecosistema di prodotti che intercettano il musicista in ogni fase, dallo studio alla strada, dal club al contenuto digitale.

Il mercato americano resta una priorità strategica. «Negli Usa, grazie a due partnership – una rete di circa 320 negozi fisici e un grande player online – riusciamo ad arrivare ovunque senza avere alcuna struttura organizzativa nostra», spiega De Virgiliis. «Perché gli Stati Uniti non sono solo le grandi città». L’immagine è quella di una distribuzione capillare, asset light, che permette al marchio di essere presente “ovunque conta” senza appesantirsi con costi fissi e strutture proprietarie.

Markbass ha scelto da subito una strada diversa rispetto a molti competitor: invece di comprare endorsement, ha costruito rapporti autentici con alcuni dei bassisti più influenti al mondo. Marcus Miller, leggenda vivente del basso moderno, ha legato il suo nome a testate e preamplificatori sviluppati insieme a De Virgiliis, portando il suono giallo nei contesti più diversi, dal jazz alle grandi produzioni pop. Richard Bona, altro gigante assoluto dello strumento, non solo utilizza gli ampli Markbass, ma ha contribuito a mettere a fuoco quattro linee di strumenti che hanno aperto all’azienda le porte del mercato dei bassi elettrici. A loro si affiancano musicisti come Cliff Hugo dei Supertramp e molti altri professionisti che hanno scelto questi prodotti per motivi sonori e di affidabilità prima ancora che di immagine. È anche grazie a questa rete di relazioni, fatta di feedback continui dal palco e dallo studio, che Markbass ha potuto trasformare la firma degli artisti in un vero motore di innovazione.

Il piano tattico dei prossimi mesi racconta bene l’intenzione di spingere su innovazione e narrativa. «A giugno usciranno i prodotti per la street music, a batteria», anticipa De Virgiliis. Non sarà un semplice lancio di gamma: l’uscita avverrà in «un evento importante, insieme a chitarre e altri strumenti: una presentazione di nuovi prodotti in stile Steve Jobs». L’idea è trasformare ogni nuovo prodotto in un racconto, in cui tecnologia, design e storytelling si tengono insieme.

Sul fronte dei pedali, l’azienda ha scelto di guardare in faccia la discontinuità tecnologica. «Il mercato dei pedali tradizionali sta finendo, perché ormai è tutto digitale», osserva il fondatore. Non è un congedo nostalgico, ma una constatazione lucida: certe fasce di prodotto non sono più sostenibili industrialmente. «È venuta meno la fattibilità di certi prodotti, ma i simulatori digitali ci permetteranno, entro pochi mesi, di lanciare una nuova fase di DVMark». DVMark, il marchio “fratello” dedicato alla chitarra e alle soluzioni ibride, è il laboratorio in cui hardware e software convergono. Il suo prodotto simbolo, il Multiamp, racchiude «uno studio di registrazione intero in un box»: amplificatore, effetti, modellazione digitale in un’unica macchina, pensata tanto per il palco quanto per lo studio.

Questo movimento verso il digitale non è un tradimento dell’analogico, ma un’estensione di quella stessa idea che, venticinque anni fa, aveva portato il neodimio dentro alle casse da basso: cambiare la fisica dell’oggetto senza comprometterne l’anima sonora. Oggi la leggerezza non è solo nei chili in meno, ma nei cavi che spariscono, nei preset che si salvano, nel suono che viaggia in digitale verso mixer, interfacce e workstation.

Se la traiettoria di prodotto guarda avanti, il baricentro culturale dell’azienda resta saldamente ancorato a un’idea molto personale di impresa. «Ho sempre amato figure come Ferrari o Lamborghini perché hanno messo la loro faccia, la loro storia, dentro il marchio», racconta De Virgiliis. Markbass nasce e cresce con questa stessa logica: il fondatore è parte della promessa di marca. L’operazione di Borsa, con il lock-up di 18 mesi sottoscritto dal fondatore e il supporto degli advisor, è il tentativo di trasformare questa energia personale in una struttura che possa reggere nel tempo. «Con l’Ipo del 2025 non abbiamo avuto grandi traumi, grazie al supporto dei nostri advisor», sottolinea.

La disciplina gestionale è un altro tratto distintivo. I capitali raccolti non vanno a sanare fragilità pregresse, ma a finanziare crescita mirata: nuovi stampi, nuove linee, nuove categorie di prodotto. «Se strada facendo ci rendiamo conto che bisogna spingere di più, ho diversi canali a cui attingere», dice De Virgiliis. «E in ogni caso il nostro controllo di gestione resta sempre serrato». È un equilibrio consapevole tra acceleratore e freno, tra desiderio di espansione e rifiuto di sacrificare solidità finanziaria e indipendenza decisionale.

In questo equilibrio gioca un ruolo anche il tema della personalizzazione e dei suoi rischi. L’autoironia con cui il fondatore si definisce «l’unico punto debole» del sistema dice molto: da un lato la forza di una figura carismatica che guida la visione, dall’altro la consapevolezza che, per reggere il salto di scala, il marchio deve imparare a camminare sulle proprie gambe, oltre il mito del “padre fondatore”. È una transizione che molte aziende italiane di successo non sono riuscite a gestire; Markbass prova a governarla dall’interno, mantenendo la faccia di De Virgiliis in primo piano, ma poggiandosi su un’architettura di governance più robusta.

Accanto alla tecnologia e alla finanza, c’è un terzo asse che ha sempre contato molto per Markbass: l’estetica. «Come dicono gli americani, gli strumenti si comprano con gli occhi», sorride De Virgiliis. Non è una banalizzazione, ma la presa d’atto che, per un musicista, l’oggetto è al tempo stesso strumento di lavoro e prolungamento della propria identità sul palco. I colori iconici del marchio – rosso passione, blu sky e nero – non sono il frutto di una palette casuale: «Sono i colori Alfa Romeo, le Samba, tutta una cultura da appassionati di auto». Dentro questi riferimenti c’è l’idea di un made in Italy che dialoga con il design automobilistico, con l’immaginario delle corse, con una certa idea di performance.

La dimensione visiva è funzionale alla strategia: distinguersi a colpo d’occhio in un mare di amplificatori neri, fare in modo che il pubblico, guardando il palco, sappia immediatamente “dov’è” il suono del basso. In questo senso l’heritage industriale italiano non è un semplice sfondo, ma una lente con cui viene interpretata ogni scelta: materiali, linee, finiture e perfino nomi di prodotto sono pensati per raccontare qualcosa in più rispetto a un elenco di specifiche tecniche.

Sullo sfondo di tutto questo resta la tensione tra numeri e sogni. «Come diceva Enzo Ferrari, nei numeri non sempre ci sono i sogni», ama ripetere De Virgiliis. Eppure la storia di Markbass dimostra che, lavorando con ostinazione, i sogni possono finire dentro i numeri: quota 40% in un mercato di nicchia, presenza in oltre ottanta Paesi, riconoscibilità trasversale tra i professionisti. Il passaggio in Borsa e il nuovo ciclo di investimenti spostano semplicemente l’asticella più in alto: la sfida non è più solo “fare meglio” degli altri sul basso, ma rubare quote di mercato a colossi globali in segmenti ben più affollati.

«Siamo una molla compressa pronta a esplodere», sintetizza De Virgiliis, con la voce di chi ha già dimostrato di poter cambiare le regole di un settore partendo dal garage. «Adesso abbiamo le risorse». La partita si giocherà su più tavoli contemporaneamente: consolidare il presidio nel basso, spingere sui prodotti a batteria per la street music, sviluppare ulteriormente la galassia DVMark e le soluzioni digitali, costruire una presenza stabile nell’audio professionale e, domani, parlare anche al consumatore finale.

Se i primi venticinque anni sono stati quelli della rivoluzione del neodimio e del giallo sul palco, i prossimi potrebbero essere quelli dell’espansione “orizzontale”: stessa anima sonora, ma molti più contesti in cui riconoscerla. La lezione che Markbass porta in dote alla manifattura italiana è semplice e radicale: quando la passione per il suono incontra il rigore del controllo di gestione e una visione chiara di marca, anche un mercato di nicchia può diventare il punto di partenza per un progetto di scala globale.