L’ottimismo è conservatore («sto bene così come sto e chi sta peggio di me si freghi!»)? Oppure è l’unico approccio utile e giusto per migliorare la nostra e l’altrui vita senza mugugni, senza pessimismo catastrofista e senza polemiche sterili? Claudio Cerasa, direttore de Il Foglio, prova a rispondere con un saggio brillante e dichiaratamente controcorrente, “L’antidoto” (Sbe, 224 pagine, 19 euro): un elogio dell’ottimismo pragmatico, tutt’altro che ingenuo, e insieme un «pussa via» alla mestizia elevata a professione compulsiva.
La conversazione con l’autore sul suo libro parte da una provocazione ovvia: non è che l’ottimismo rischia di diventare una forma di quieto vivere, un adattamento al “calduccio”, per maleolente che sia? Cerasa ribalta subito il tavolo: storicamente, osserva, il conservatore è semmai colui che diffida del futuro e dell’innovazione. Se oggi l’ottimismo sembra talvolta appannaggio di chi difende lo status quo è perché, paradossalmente, una parte del mondo progressista ha fatto del catastrofismo la propria cifra, soprattutto su scienza e tecnologia. Più che conservatore, dunque, l’ottimismo è diventato reattivo.
Da qui il salto alla storia: senza pessimismo ci sarebbe stata la Bastiglia? Forse no, ammette Cerasa che però suggerisce: il giacobinismo è spesso un’altra forma di disfattismo, enfatizza il presente come rovina senza riuscire a costruire una visione credibile del futuro. E oggi, aggiunge, i nuovi “giacobini” sono proprio coloro che alimentano una sfiducia sistematica nel domani.
Il discorso si allarga poi al terreno culturale e persino religioso. Negli ultimi anni – è la sua lettura – una certa narrazione ecclesiale (Papa Francesco…) ha contribuito a diffondere una sfiducia quasi strutturale nell’Occidente, vista come origine dei mali globali. Un atteggiamento che, secondo Cerasa, ha finito per rafforzare una spirale di pessimismo autolesionista. Oggi intravede invece la possibilità di un riequilibrio: una visione meno ideologica, più “agostiniana”, capace di difendere libertà e progresso senza complessi.
Ma il nodo più concreto arriva quando si parla di benessere. È facile essere ottimisti quando si sta bene: molto meno quando “si hanno le pezze al sedere”. Qui Cerasa non nega il problema: il rallentamento economico genera inevitabilmente pessimismo. Tuttavia distingue tra dati reali e percezioni amplificate. Se salari, crescita e inflazione sono questioni oggettive, il modo in cui vengono raccontate può trasformarsi in un moltiplicatore di sfiducia.
Il punto, insiste, è distinguere tra emergenze vere e emergenze fabbricate: «Se tutto è emergenza, niente è emergenza». Ed è qui che l’ottimismo diventa quasi una responsabilità, soprattutto per chi governa o informa.
Resta però una domanda più profonda: e se il problema fosse l’animo umano, attratto per natura dal negativo? L’industria culturale vive da sempre di questa attrazione per il male. Cerasa non lo nega: una quota di morbosità è inevitabile, perfino comprensibile. Il punto è decidere dove mettere il limite. Quando questo “male” presunto e sbandierato diventa il centro dell’agenda pubblica – politica o mediatica – si innesca un circuito vizioso: più negatività si offre, più negatività viene richiesta. La sfida, allora, non è eliminare la morbosità ma governarla. E alla fine, quasi inevitabilmente, la conversazione approda alla politica: tutti pessimisti quando sono all’opposizione, tutti improvvisamente ottimisti quando vanno al governo. Un gioco di ruoli che alimenta sfiducia e immobilismo. Forse, suggerisce Cerasa tra le righe, l’antidoto sta proprio nel rompere questo schema: recuperare un ottimismo che non sia consolatorio ma operativo. Non un “va tutto bene”, ma un “c’è del buono, e il resto possiamo farlo andare meglio”.
















