Lavorare tutti insieme, creando occasioni di condivisione trasversali alle diverse aziende. Trovare un luogo comune in cui tutti potessero mangiare, creare, imparare condividendo. Un’idea molto bella, che si stava lentamente affermando, al netto di qualche resistenza comprensibile. Il co-working era partito – ça va sans dire – negli Stati Uniti e in particolare nella Silicon Valley, dove l’esplosione dei canoni di locazione aveva costretto le aziende a trovare soluzioni più economiche per potersi permettere una sede. Prima dell’avvento del Coronavirus, nel nostro Paese si contavano circa 570mila co-workers, divisi in oltre 700 uffici in tutta Italia, un quarto dei quali nella sola Lombardia. Addirittura si parlava di una fetta tra il 5 e il 10% di postazioni di lavoro che sarebbero state all’interno degli spazi di co-working. A livello globale alla fine del 2017 il mercato valeva circa 26 miliardi di dollari e, nella sola Europa, secondo Cbre il 70% delle aziende avrebbe fatto un “pensierino” a questa soluzione entro il 2020.
Ma attenzione, se oggi il modello inizia invece in qualche modo a essere messo in discussione buona parte della colpa è da ricercarsi nella pandemia di Covid e negli obblighi di distanziamento sociale – che pure, come si vedrà, possono tranquillamente essere rispettati anche negli spazi condivisi. Ma anche perché la “bolla” del co-working ha iniziato a manifestarsi già nella seconda metà dello scorso anno. Citofonare, per avere ulteriori informazioni, a WeWork, che era stata accreditata di una valutazione (da Goldman Sachs) di circa 65 miliardi e che a gennaio 2019 aveva ricevuto finanziamenti sulla base di una stima di circa 47 miliardi di dollari. Il rosso accumulato per il terzo anno consecutivo e qualche problema di governance hanno prima fatto abbassare la stima fino a 20 miliardi e poi fatto saltare l’Ipo, lasciando SoftBank con il cerino in mano del primo rosso della sua storia.
Poi, appunto, è arrivato il Coronavirus che ha ulteriormente complicato le cose. Secondo McKinsey, i posti di lavoro a rischio sarebbero addirittura 59 milioni solo in Europa. Il 28 agosto Pinterest, una società di social media, ha pagato 90 milioni di dollari per porre fine a un nuovo obbligo di locazione di spazi per uffici vicino alla sua sede a San Francisco per creare una “forza lavoro più distribuita”. Tradotto: smart working, con tanti saluti a uffici e spazi condivisi.
E in Italia? «Secondo l’osservatorio del Politecnico – ci spiega Danilo Schipani, Chief Marketing Officer di Copernico – i lavoratori in smart working sono passati da 600mila ante Covid a sei milioni durante il lockdown. Siamo davanti a un cambiamento epocale e a un’occasione storica di riorganizzazione del lavoro: si può notare che si va verso un modello di ufficio diffuso e non più necessariamente un grande edificio) in cui si riuniscono tutti i dipendenti di una sola azienda. Ora si ricercano sedi distribuite in vari punti della città anche all’interno di spazi di co-working in modo da evitare un pendolarismo esasperato per il centro delle città o addirittura verso le metropoli e così valorizzando anche i centri urbani più piccoli o nuove aree metropolitane. E poi ancora, per far tornare le persone in ufficio e attrarre talenti, molte aziende tendono adesso a rendere gli ambienti più gradevoli e accoglienti di come è stato fatto fino ad oggi».
Due, dunque, sono i temi fondamentali che riguardano i co-working in questa fase di ripartenza. Il primo è quello di garantire la sicurezza dei lavoratori, il secondo di trovare (o ritrovare) partner con cui collaborare. «Per molti aspetti – chiosa Schipani – i nostri spazi avevano già alcune caratteristiche in linea con le misure imposte. In altri casi siamo intervenuti per apportare adeguamenti, ad esempio per le zone ristorante, inserendo divisori di plexiglass e creando flussi controllati. Allo stesso tempo abbiamo implementato, secondo i massimi standard, le misure di igiene richieste dalla normativa. Abbiamo poi creato un team dedicato e definito codici di comportamenti (protocolli) chiari, condivisi e semplici da applicare per tutta la nostra community». Molti clienti stanno già tornando alla normalità, altri si stanno attrezzando. Sia i grandi, sia le aziende più piccole, potrebbero trovare nel co-working uno strumento adeguato. «Le imprese più strutturate – conclude Schipani – hanno bisogno di nuovi spazi per far rientrare al lavoro più persone in luoghi sicuri. Le pmi, invece, necessitano di strutture in grado di supportarle nell’attuazione delle norme, un modo per rendere più efficiente la gestione dell’ufficio senza particolari aggravi di impegno. Noi saremo in grado di dare uno spazio a tutte quelle aziende che vorranno entrare a far parte della nostra community e ad accompagnarle in un processo di cambiamento interno legato al loro modo di lavorare».
















