La notizia è che la Camera ha approvato la legge sulle lobby e ha chiuso il primo tempo della partita: il disegno di legge sulla rappresentanza di interessi è passato a Montecitorio il 29 gennaio 2026, con le opposizioni astenute, e ora va al Senato per il via libera definitivo. Eppure, “lobby”, in Italia, resta una brutta parola, tanto che la proposta arrivata finalmente in Aula alla Camera si guarda bene dal nominarla: preferisce la formula più rassicurante di “relazioni istituzionali per la rappresentanza di interessi”. È il compromesso lessicale di un Paese in cui il termine lobbista continua ad avere un’aura vagamente sulfurea, nonostante la Corte costituzionale e mezza dottrina abbiano spiegato che rappresentare interessi è un pezzo normale (e necessario) del processo democratico.

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Ci sono voluti cinquant’anni di tentativi andati a vuoto, per arrivare a questo punto: oltre un centinaio di proposte dal dopoguerra in poi, tutte arenate tra cambi di legislatura, diffidenze culturali e convenienze trasversali. Negli anni Duemila si è preferito il bricolage normativo: qualche registro alla Camera, iniziative regionali (pioniera la Toscana nel 2002), codici di condotta qua e là, con il risultato di avere una regolazione a macchia di leopardo. Nel frattempo Bruxelles ha messo in piedi un Registro europeo della trasparenza e diversi Paesi hanno leggi organiche, lasciando l’Italia in quella zona grigia in cui il lobbying è legittimo ma scarsamente tracciato.

Sul fronte normativo, il primo vero salto di qualità arriva il 12 gennaio 2022, quando l’Assemblea della Camera approva una proposta di legge per disciplinare l’attività di lobbying, con l’idea di creare un Registro per la trasparenza dell’attività di rappresentanza di interessi presso l’Autorità garante della concorrenza e del mercato; il testo, però, si ferma poi al Senato e non diventa legge. Nella legislatura successiva, XIX, il tema viene riaperto: il 22 marzo 2023 il senatore Antonio Misiani (PD) deposita a Palazzo Madama il disegno di legge S.608, che riprende il tema della regolazione delle relazioni tra portatori di interessi e decisori pubblici, inserendo il lobbying dentro la cornice più ampia delle politiche di prevenzione della corruzione inaugurate con la legge Severino del 6 novembre 2012. Alla Camera, intanto, la I Commissione Affari costituzionali avvia nel 2023 un’indagine conoscitiva sulla rappresentanza di interessi, chiusa nell’estate 2024, da cui nasce la proposta di legge C.2336 presentata il 1° aprile 2025, oggi al centro del dibattito parlamentare.

Il testo in discussione nel 2025–2026 sceglie con cura il lessico: non “lobbying”, ma “attività di relazioni istituzionali per la rappresentanza di interessi”, con l’obiettivo dichiarato di normalizzare una pratica che la Corte costituzionale e molta dottrina considerano già pienamente legittima sul piano delle libertà costituzionali. Nella versione approdata alla Camera la regia del nuovo sistema di trasparenza viene affidata al Cnel, che dovrebbe gestire un Registro pubblico dei portatori di interessi e rendere tracciabili incontri, contributi scritti, posizioni espresse da imprese, associazioni e organizzazioni nei confronti di Parlamento, Governo e amministrazioni centrali; non è un dettaglio organizzativo, perché nella versione del 2022 si parlava invece di affidare il registro all’Antitrust, spostando il baricentro più sul versante concorrenziale che su quello di consultazione istituzionale. Tra il 2025 e l’inizio del 2026 la discussione si concentra, oltre che sulle definizioni, sulle clausole di esclusione (quanto Terzo settore, quanta advocacy sociale, quanta rappresentanza sindacale restano fuori) e sull’estensione dei poteri sanzionatori del comitato di vigilanza che dovrà presidiare il futuro registro.

Ecco: nonostante le richieste della coalizione Lobbying4Change – promossa da The Good Lobby, riunisce decine di organizzazioni della società civile, tra cui Altroconsumo, Cittadinanzattiva, Lipu, Slow Food, Transparency International Italia e Aoi – il provvedimento votato dalla Camera esclude dagli obblighi di trasparenza alcuni tra i principali attori che svolgono attività di relazioni istituzionali, come ad esempio Confindustria, compromettendo, di fatto, per i cittadini la possibilità di valutarne l’influenza sulle decisioni pubbliche. E sono state respinte anche numerose altre proposte migliorative avanzate nel corso dell’iter, volte a rafforzare la trasparenza degli incontri, la reciprocità degli obblighi, il sistema sanzionatorio e i meccanismi di monitoraggio. Il risultato finale è una legge meno ambiziosa, meno coerente e meno incisiva rispetto agli obiettivi iniziali della riforma, incapace di garantire parità di trattamento tra tutti i soggetti che svolgono attività di rappresentanza di interessi. «Stigmatizziamo la decisione di pochi che ha così minato l’esito del confronto parlamentare alla Camera, proprio nel momento in cui si erano finalmente create le condizioni per rafforzare in modo significativo la qualità della riforma», commenta Federico Anghelé, direttore di The Good Lobby, portavoce della coalizione che raggruppa 52 organizzazioni della società civile. «Lobbying4Change continuerà a promuovere, nel passaggio al Senato, un confronto costruttivo volto a rafforzare la disciplina della rappresentanza di interessi, nella convinzione che solo una regolazione solida, inclusiva e condivisa possa rafforzare la qualità dei processi decisionali e la fiducia dei cittadini nelle istituzioni».

La persistenza di uno stigma sul lobbying contrasta con la dinamica dei numeri: le imprese hanno capito che senza una strategia strutturata di relazioni istituzionali rischiano di restare spettatrici nelle partite regolatorie decisive, dall’energia alla sanità. Per questo il portafoglio clienti delle società di public affairs spazia da utility e banche fino a big tech, farmaceutiche e associazioni di categoria, che chiedono non solo accesso ai decisori, ma capacità analitica su norme e policy. Il risultato è un settore sempre più ibrido tra consulenza regolatoria, comunicazione e analisi economico-politica, con competenze che assomigliano più a quelle di un think tank che a quelle della caricatura del lobbista con il sigaro.

La domanda, ora che la legge è in Aula, è se il Registro pubblico si limiterà a essere una vetrina, con qualche comunicato autocelebrativo e schede poco aggiornate, o se riuscirà davvero a cambiare la fisiologia del processo decisionale. Se funzionasse, renderà visibile chi parla con chi, su quali dossier e per conto di quali interessi, riducendo l’asimmetria tra “addetti ai lavori” e opinione pubblica. Ma una regolazione nata già annacquata rischia di spingere parte delle interlocuzioni fuori dal perimetro formale, lasciando al buio proprio la componente meno strutturata: soggetti piccoli, territori, associazioni che non hanno bilanci milionari né staff legale dedicato.

Intanto il mercato corre

Se il legislatore procede con passo felpato, il mercato delle relazioni istituzionali viaggia a tutt’altra velocità. Se ancora è presto per i consuntivo 2025, basti dire che nel 2024 le prime sei società italiane di public affairs hanno generato oltre 65 milioni di euro di fatturato complessivo, con una dinamica di crescita netta rispetto ai livelli di metà anni Duemila.

Tra i primi troviamo Comin & Partners, che chiude il 2024 a 17,3 milioni di euro, derivanti da attività di comunicazione, pr e public affair, con una crescita sostenuta del 10% anno su anno e un Ebitda di 7 milioni. Quasi al pari, ma con ricavi esclusivamente da attività di public affair, Cattaneo Zanetto Pomposo raggiunge i 17,1 milioni nel 2024, partendo dai 16,47 milioni del 2023, con un incremento attorno al 4%, consolidando la posizione di coppia di leader nel mercato italiano. Va ricordato che Cattaneo Zanetto Pomposo è da tempo integrata nella struttura di Excellera Advisory Group (holding che riunisce anche Community), il cui giro d’affari complessivo superava già i 31 milioni nel 2023 e prosegue la sua crescita in concomitanza con la spinta verso i 60 milioni di ricavi dichiarati come obiettivo 2024/2025.

Segue InRete, guidata da Simone Dattoli e Luca Simonato, che nel 2023 registrava 10,36 milioni di euro e presuntivamente si assesta intorno ai 10,5 milioni nel 2024, con una crescita moderata ma sostenuta, confermando la posizione di terzo player del segmento. Utopia Lab e FB Associati restano nella fascia tra i 7,5 e i 7,8 milioni di euro, con Utopia che conferma la propria visibilità anche nelle classifiche internazionali (Global Top 250 PR Agency Ranking, dove il fatturato è indicato in circa 9,5 milioni di dollari). In ascesa rapida c’è Dini Romiti Consulting, che passa da 3,25 milioni nel 2023 a una stima di 3,5 milioni nel 2024, con una crescita percentuale superiore alla media e segnali forti di specializzazione in nicchie regolatorie e settori ad alto valore aggiunto.

Vale la pena sottolineare come, nel periodo 2023-2024, il tasso di crescita annuo medio del settore si collochi attorno al 10%, in linea con la dinamica delle società di consulenza strategica di fascia medio-alta italiana. Sommando le prime sei società della classifica indipendenti, il giro d’affari supera, appunto, i 65 milioni di euro; allargando il perimetro a quaranta operatori attivi in modo sistematico, l’industria si attesta in Italia intorno ai 110–120 milioni di euro annui. Una cifra che, per metterla a fuoco, è superiore al fatturato aggregato di tutta l’industria italiana di alcune specializzazioni consulenziali, e che continua a crescere proprio mentre il legislatore discute dei dettagli della definizione normativa.