«Little pharma» con grande tasso di innovazione

«Perfino in un anno così complicato come il 2020 il valore della produzione del comparto farmaceutico è aumentato dell’1%, arrivando a 34,3 miliardi». Francesco Soletti, una lunga carriera nel farmaceutico, oggi membro della commissione Chimica e Farmaceutica Federmanager, racconta a Economy le peculiarità di un settore, il pharma, che è prepotentemente tornato alla ribalta durante la pandemia ma che da almeno un ventennio rappresenta un’autentica eccellenza italiana. Il nostro Paese, infatti, ha un tessuto imprenditoriale composito, con distretti d’eccellenza e realtà piccole e medie ad altissimo tasso d’innovazione. Vero, non abbiamo la capacità dimensionale e strategica per competere con i colossi della farmaceutica ed è per questo che difficilmente un vaccino anti-Covid o simile uscirà da un’azienda nostrana. Ma siamo decisamente all’avanguardia. «Siamo molto forti nella produzione – aggiunge Soletti – e siamo tra i principali poli farmaceutici del mondo. Abbiamo un approccio molto interessante perché oggi l’80% della ricerca è fatto in una sorta di partenariato tra pubblico e privato, con partnership tra il Ssn e le aziende, portando la conoscenza diffusa a reale beneficio della collettività». 

Aggiungi Economy Magazine come fonte preferita su Google!

Se è vero che Milano è il cuore pulsante del business farmaceutico, è Latina il principale polo produttivo

Dal punto di vista scientifico, l’Italia è stato il quarto Paese per pubblicazioni sul Covid dopo Usa, Cina e Uk, davanti a Francia e Germania. Abbiamo una composizione unica in Europa con molte Pmi, con le aziende a capitale interamente italiano che rappresentano il 43% del totale. Il 75% del fatturato di queste imprese avviene all’estero, un dato in crescita rispetto al manifatturiero che pure è un comparto ad alto tasso di export. La necessità per comprendere appieno il mondo del farmaceutico è di uscire dalle convinzioni un po’ ataviche di un’industria “cattiva”: lo spauracchio di Big Pharma non esiste. In realtà, il contributo del mondo della farmaceutica al miglioramento delle condizioni di vita delle persone è notevole. Ogni anno, il pharma investe in ricerca e sviluppo, a livello globale, 167 miliardi di euro, cifra che ne fa il comparto più “munifico” a livello mondiale. Per quanto riguarda l’Italia, lo scorso anno sono stati spesi tre miliardi, di cui 1,6 in ricerca e sviluppo e 1,4 nell’ammodernamento degli impianti di produzione, con una crescita degli investimenti del 14% negli ultimi cinque anni. «Abbiamo 67mila addetti – aggiunge Soletti, rappresentante italiano nella Federazione Europea dei Manager della chimica e farmaceutica – il 90% dei quali laureati o diplomati contro il 63% della media dell’industria italiana. In particolare, il 54% è laureato contro il 21% del manifatturiero. Contribuiamo attivamente alla riduzione del gender gap, visto che nel settore le donne rappresentano il 43% contro il 29% dell’industria, rivestono il 42% dei ruoli apicali e sono addirittura maggioritarie (52%) nella ricerca e sviluppo. Complessivamente l’indotto occupa altre 225mila persone». La farmaceutica è dunque a buon diritto un settore strategico, capace di attrarre denaro dall’estero. E questo non tanto per una visione politica particolarmente lungimirante, ma per un’imprenditoria capace. Per questo tutelare il settore e incentivarlo significa proteggere anche un’occupazione altamente qualificata, in un Paese che è tra i meno laureati in Europa e con il più alto tasso di analfabetismo funzionale. 

Sotto la spinta del Coronavirus, il mondo della farmaceutica italiana ha avviato un percorso ulteriore di crescita. Ad esempio, se si pensa al plasma iperimmune: è stato sperimentato nel nostro Paese per la cura dei sintomi del Covid-19 e da lì se ne sono studiate le applicazioni anche in altri ambiti della medicina. In generale, l’Italia è lo Stato europeo con il maggior incremento di brevetti presentati: +29% negli ultimi due anni rispetto a una media Ue che registra un aumento del 10%. Vero è anche che partivamo da livelli meno avanzati rispetto ai nostri competitor, ma stiamo crescendo tanto e abbiamo intrapreso una strada molto buona, con livelli scientifici significativi. «La ricerca – chiosa Soletti – ha dimostrato di essere un’arma a vantaggio dei cittadini. Noi oggi diamo per scontate tante cose, ma dimentichiamo che fino a pochi anni fa la sopravvivenza a cinque anni da cancro era di un paziente su tre, oggi siamo a due su tre. I guariti dai tumori sono aumentati del 37%. Se pensiamo all’Aids, un tempo questa sindrome era una piaga incredibile, una condanna a morte, oggi invece è una patologia cronica e un ventenne a cui viene diagnosticato ha un’aspettativa di vita di decenni. Oppure prendiamo i vaccini, che stanno permettendo di far ripartire il Paese: nel 1964 è stata introdotta la vaccinazione di massa per la poliomielite e nel 1982 l’Italia ha avuto l’ultimo caso. Dal 2002 l’intera Europa è stata dichiarata poli-free. Investire in farmaci e vaccini riduce i costi per i cittadini e per il sistema. Si evitano pensioni d’invalidità, si permette ai pazienti di avere una vita decorosa più a lungo. Mediamente, un euro per la vaccinazione ne fa risparmiare fino a 16 in cure di assistenza ai malati». Un tema fondamentale, in un Paese com l’Italia che è il secondo più anziano al mondo dopo il Giappone. Da notare che se è vero che Milano è il cuore pulsante del business farmaceutico, è Latina il principale polo produttivo: lì, infatti, si concentra il 19% dell’intero comparto. E al terzo posto, dopo il capoluogo lombardo, c’è Frosinone. A livello regionale, dopo la Lombardia c’è l’Emilia Romagna, testimonianza di una diffusione capillare degli addetti su tutto il territorio. C’è infine un ultimo aspetto da tenere in considerazione: la sostenibilità. In linea con gli obiettivi dell’Onu per il 2030, il mondo farmaceutico ha già da tempo iniziato a ridurre drasticamente la propria impronta. «Le aziende farmaceutiche – conclude Soletti – hanno abbattuto del 32% le emissioni in dieci anni, oltretutto a fronte di una produzione in aumento. La riduzione dei gas clima-alteranti è stata del 32%, mentre quella dei consumi energetici è arrivata al 59%, a fronte di una media del manifatturiero che si è fermata al 17%». Mica male per un settore che ancora non gode di una buonissima pubblicità. Eppure, ci sono tutti i fattori per farlo diventare un comparto strategico, su cui compiere delle riflessioni complessive e particolari, che potrebbe addirittura rappresentare un benchmark, cercando di capire quali siano le “ricette” (è proprio il caso di dirlo…) che hanno permesso di creare un’eccellenza pur senza avere colossi alle spalle. D’altronde, se si applicasse questo approccio anche ad altri settori del manifatturiero, si potrebbero ottenere risultati ancora più interessanti. 

Federmanager in assemblea per il rilancio del paese

Torna a Roma all’Auditorium Conciliazione, l’Assemblea nazionale di Federmanager con il suo piano per il rilancio del Paese. Un piano che risponde all’appello del presidente Draghi di costruire un Patto per l’Italia in cui tutte le forze politiche, sociali, economiche e di rappresentanza lavorino insieme a una prospettiva di sviluppo. «Occorre immaginare prima, e realizzare subito dopo, un progetto di sistema che ci metta nelle condizioni di superare l’emergenza pandemica e di puntare più in alto, approfittando delle ingenti risorse finanziarie stanziate per le riforme e gli investimenti che sono attesi da tempo», dichiara il presidente Federmanager, Stefano Cuzzilla. Con l’Assemblea del 12 novembre Federmanager, nel suo ruolo di corpo intermedio, intende dare un segnale propulsivo in tutti i settori nei quali competenze e know how dei manager sono decisivi per trasformare l’Italia in un Paese moderno, più verde, efficiente e solidale. Se si vuole davvero convertire la crisi in opportunità, servono visione, capacità progettuale e partecipazione di tutte le forze sane del Paese: è questo il messaggio dell’Assemblea, nella quale sono coinvolti i principali rappresentanti del mondo politico, istituzionale, del lavoro, dell’impresa e gli stakeholder più rilevanti, dalla pubblica amministrazione al mondo della ricerca e dell’Accademia. Per Cuzzilla: «Nel breve termine, dobbiamo arginare la fuoriuscita di competenze dal mondo del lavoro e riparare le conseguenze economiche e sociali di questa crisi mentre, nel medio-lungo termine, dobbiamo risolvere il problema della mancata attrazione di nuove, trattenendo in Italia i giovani migliori e incoraggiando i talenti stranieri a lavorare nel nostro Paese». Tra gli obiettivi dei manager anche l’adozione di una strategia di politica industriale che individui quale modello produttivo, quale settore di investimento, quale leva di competitività, quale tipo di produzione, quali filiere e quali mercati saranno vincenti. Nel Patto per l’Italia, insomma, va chiarito quale transizione sogniamo per la manifattura, che è quella che sta sostenendo le stime di incremento del nostro Pil.