È un movimento lieve, quasi impercettibile. Ma c’è. E per fortuna, viene da dire. La carta, intesa come supporto per la produzione di libri e giornali, sta iniziando a riassestarsi, a ritrovare dignità dopo un Terzo Millennio vissuto finora in costante e rapida discesa verso le secche della crisi del comparto. I libri, in particolare, stanno vivendo un ritorno prepotente soprattutto nei paesi anglosassoni. Sembrava, almeno inizialmente, che il combinato disposto di Amazon e degli ebook potesse sferrare un colpo mortale all’editoria libraria tradizionale. Ma, poi, l’inversione di tendenza.
Il numero uno di Harper Collins sottolinea il fenomeno del ritorno delle librerie di quartiere negli usa. Un trend che interessa anche l’Italia
Il formato elettronico, dopo un iniziale boom, non ha saputo guadagnarsi i galloni sul campo di autentica alternativa al libro. Che ha invece recuperato il suo fascino primigenio, ritrovando, soprattutto nei più giovani, un fascino che sembrava perduto. Il profumo della carta, i diversi formati, la difficoltà di lettura sui principali device deputati alla fruizione degli ebook sono stati tutti fattori che hanno spinto un ritorno in auge del libro. Lo scorso anno, ad esempio, nel mercato anglofono si è registrato un incremento delle vendite di volumi cartacei tra il 3 e il 5% e il numero uno del colosso Harper Colins, Brian Murray, in una recente intervista ha voluto diffondere ottimismo, parlando di un progressivo ritorno delle librerie di quartiere negli Stati Uniti. Un fenomeno che si è registrato anche in Italia. A Milano, dopo un decennio di costante e continua contrazione, le librerie sono aumentate, passando da 282 a 298, un incremento di oltre il 5% che deve essere salutato con soddisfazione. Tutti i problemi sono risolti? Sarebbe miope dirlo. Ma intanto bisogna registrare un’altra tendenza, ovvero l’incremento della percentuale di titoli italiani sul totale dell’offerta libraria fornita dal nostro paese. La percentuale di testi tradotti, infatti, è scesa in quindici anni dal 22-23% al 16-17%, a fronte di una vendita complessiva rimasta sostanzialmente inalterata. Non si tratta di festeggiare un improbabile ritorno all’autarchia, ma piuttosto sembra naturale pensare che gli editori nostrani, specialmente i più piccoli, abbiano ripreso quel lavoro di scouting, che poi è la quintessenza del lavoro delle case editrici.
Se invece si va a considerare il mercato dei quotidiani e, più in generale, dei prodotti di informazione su supporto cartaceo, in questo caso il discorso cambia e l’Italia presta il fianco a qualche critica in più. In sette anni, i quotidiani hanno perso oltre il 50% delle loro entrate pubblicitarie, passate da 1,23 miliardi a poco meno di 530 milioni di euro. Un calo drastico che però va letto anche con la progressiva contrazione del numero di copie vendute.
A investire con maggior vigore sulla carta stampata è la grande distribuzione, mentre i social network stanno perdendo terreno

Nel Regno Unito, invece, si è registrato il primo trimestre con un incremento degli introiti pubblicitari dopo ben 29 trimestri di costante contrazione. Si tratta di una crescita del 2,8% (dopo un calo complessivo del 22%), ma intanto è un segnale, piccolo, di una ripresa. Simon Fox, il numero uno del Mirror, ha dichiarato che tra i comparti che hanno ripreso a investire con maggiore vigore sulla carta stampata c’è la grande distribuzione e che il trend è destinato a durare. Non solo: alcune multinazionali come Procter&Gamble e Unilever, tra i principali spender in advertising, hanno ridotto i propri investimenti sui social network, soprattutto su Facebook, dopo i problemi di affidabilità mostrati nei mesi precedenti.
Come è stato possibile raggiungere questo risultato? E soprattutto: si può replicare anche in Italia? La risposta è nì. Il primo spunto di riflessione è tanto ovvio quanto difficile da dirimere: come si può pensare di riportare gli italiani a leggere quotidiani e mensili quando i contenuti si trovano in maniera totalmente gratuita online? Chi ha tentato un meccanismo di paywall finora ha fallito nel suo intento anche perché la facilità di reperimento delle informazioni è talmente alta che ha reso vana l’offerta di un’informazione generalista a pagamento. Per questo, prendere esempio dagli anglosassoni potrebbe essere un esercizio utile. Se le inchieste, i contenuti esclusivi, il ritorno del giornalismo di qualità possono essere le chiavi per ridare vigore all’editoria, forse questo meccanismo deve essere preso in considerazione, in prima battuta, dai giornali stessi, che devono iniziare a evitare la stucchevole rincorsa alla notizia “copia e incolla” per concentrarsi sui contenuti di prima mano.
Inoltre, cercare di mettere un freno allo strapotere di Facebook e Google, che da soli drenano il 77% delle risorse pubblicitarie online, potrebbe convincere gli investitori a riparametrare le proprie spese destinandone una parte anche alla carta stampata. Purché sia di qualità e offra contenuti interessanti ed esclusivi. È un processo lento, lentissimo. Ma la carta sta ritrovando un minimo di forza. «Eppur si muove», diceva Galileo. E speriamo che continui a farlo.
















