Nel mondo perfetto dei fintech‑bro, un roboadvisor che replica gli investimenti di Donald Trump sarebbe già in app‑store: con un click ti abboni al “portafoglio POTUS”, l’algoritmo segue ogni sua mossa e tu ti svegli la mattina un po’ più ricco e un po’ più arancione. Nella realtà, le cose sono molto meno glamour e molto più torbide. I numeri e i documenti pubblici raccontano un’altra storia: la ricchezza di Trump è un panetto opaco di immobili, brand, società non quotate e flussi di cassa difficili da mappare, altro che portafoglio replicabile come un ETF sullo S&P 500.

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Partiamo dai fatti. Nel 2015, quando scese in campo la prima volta, Forbes stimava il patrimonio di Trump intorno ai 4,5 miliardi di dollari. Nel 2023 l’asticella oscillava fra i 2,6 e i 3,1 miliardi, a seconda delle valutazioni su golf club, resort e grattacieli; nel mezzo, la quotazione “meme” della Trump Media & Technology Group, la casa di Truth Social, lo ha fatto brevemente tornare sopra i 6 miliardi sulla carta, prima che il titolo si sgonfiasse come molte SPAC della stagione 2021–2022. Non proprio la traiettoria lineare del genio della Borsa che i fan amano raccontare: più roulette immobiliare che stock picker sistematico.

Le disclosure ufficiali depositate all’Office of Government Ethics e alle autorità federali. L’OGE Form 278e del 2025 elenca centinaia di asset, da resort in Florida a campi da golf scozzesi, da royalties sui libri a licenze di merchandising, fino a interessi in società non quotate e partecipazioni in fondi. I range di valore sono larghi (spesso “da 1 a 5 milioni”, “oltre 50 milioni”), i redditi aggregati. Sappiamo, ad esempio, che nel 2024 le sue società hanno generato entrate per oltre 600 milioni di dollari fra affitti, green fee, eventi e diritti di immagine, ma non abbiamo un log puntuale di acquisti e vendite di singoli titoli quotati, con quantità e timing. È come voler ricostruire la ricetta di un piatto guardando solo il conto del ristorante.

E quanto ha guadagnato dalla presidenza? Qui l’ironia si scrive con bilanci e contenziosi. L’Emoluments Clause della Costituzione americana vieterebbe al presidente di ricevere pagamenti da governi stranieri, ma una serie di inchieste di CREW e ProPublica ha documentato come hotel e resort del gruppo abbiano fatturato decine di milioni a delegazioni, lobby, partiti e strutture collegate durante gli anni alla Casa Bianca, con casi simbolici come il Trump International Hotel di Washington pieno di ambasciatori pronti a pagare 700 dollari a notte per farsi vedere al posto giusto. Nel frattempo, il marchio “Trump” è stato monetizzato in ogni forma possibile: club che raddoppiano la quota di iscrizione, fee per eventi politici, contratti con il GOP per rally e convention. È difficile dare una cifra precisa, ma le stime principali parlano di centinaia di milioni di dollari di ricavi aggiuntivi legati direttamente all’esposizione presidenziale, a fronte di un valore di brand che prima del 2016 era in declino e che la campagna permanente ha riportato sotto i riflettori.

Sul fronte borsa, le cose sono molto meno hollywoodiane di quanto immaginano i fan dei “politician trackers”. Gli app che seguono i trade dei membri del Congresso (come Capitol Trades Tracker o Autopilot, che hanno raccolto oltre 55 milioni di dollari di capitale investito replicando gli acquisti di deputati e senatori) funzionano perché esiste una legge, lo STOCK Act, che impone la comunicazione delle operazioni entro 45 giorni. Per Trump non c’è nulla di simile: le sue disclosure sono annuali, aggregate e concentrano il grosso della ricchezza fuori dai mercati regolamentati. Il sogno di un “Trump ETF” che si ribilancia in tempo reale sulle sue mosse resta quindi nel cassetto delle fantasie markettate su TikTok.

Se volessimo davvero costruire un roboadvisor “Trump‑style”, dovremmo limitarci a un’imitazione grossolana: alta concentrazione su real estate quotato e REIT per imitare la montagna di mattoni di cui vive il tycoon; forte tilt su energia e commodities, in coerenza con la retorica fossil‑friendly e con i benefici che i boom del petrolio hanno portato alle sue cerchie; una spruzzata di media/tech polarizzanti e, se il regolatore lo consente, crypto e SPAC per catturare l’elemento speculativo che ha caratterizzato la fase post‑Casa Bianca. Sarebbe più una caricatura di stile di rischio che una replica fedele. E, soprattutto, un servizio da lanciare con disclaimer alti così: dati incompleti, ritardo informativo, nessuna garanzia di coerenza con le mosse reali, nessun accesso a eventuali informazioni privilegiate.

In fondo, il vero algoritmo di Trump non è mai stato scritto in Python, ma in televisione: visibilità, polarizzazione, narrativa di successo, spinta continua sul brand personale. I bilanci dicono che il conto gli è tornato almeno in parte: non è diventato l’uomo più ricco d’America, ma ha trasformato la politica in una gigantesca campagna di marketing permanente, che ha rimesso in moto asset stanchi e dato valore di Borsa a una piattaforma social nata già come meme stock.

Si può fare un roboadvisor che replichi esattamente gli investimenti di Trump? No. Ma si può fare, se proprio ci si tiene, un portafoglio che replica il suo modo di stare al mondo: concentrato, rumoroso, esposto a shock geopolitici e a ondate speculative. A quel punto, però, forse è più saggio ascoltare l’avvertenza implicita nei moduli dell’Office of Government Ethics: guardare i conti dei potenti serve a capire come funzionano il potere e i conflitti di interesse, non a costruirci sopra il proprio piano pensionistico.