La Turchia si riprende TripoliHaftar è sconfitto, l’Italia pure
L'unico effimero successo di Giuseppe Conte nella vicenda libica: la stretta di mano tra Fayez al-Sarraj e Khalifa Haftar alla Conferenza di Palermo nel novembre 2018.

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Addio Tripoli, bel suol d’amore: centodue anni dopo la guerra Italo Turca che sancì l’amministrazione italiana della Cirenaica e della Tripolitania (che sarebbe diventata annessione nel 1923), la Turchia del nuovo Sultano Recep Tayyip Erdogan si è sostanzialmente ripresa la Libia, quantomeno per ora la Tripolitania, cioè la parte più importante del paese, nonché la più vicina ai nostri confini. Il patetico annuncio di Khalifa Haftar, in rotta sul piano militare, probabilmente abbandonato dalle stesse tribù della Cirenaica che lo hanno sostenuto, che si è autoproclamato capo unico della Libia accettando un fantomatico mandato popolare, sconfessato non solo dagli Stati Uniti e dall’Europa ma perfino dalla Russia che lo sosteneva, dimostra una sola cosa: il trionfo di Erdogan. Il presidente turco ha spedito a Tripoli, in appoggio al Gna di Fayez al-Sarraj, tremila mercenari jihadisti di Al Qaeda provenienti dal nord della Siria, dove avevano appena finito di sterminare i valorosi combattenti curdi, gli unici ad aver davvero lottato contro l’Isis difendendo quindi tutti noi, grazie al tradimento di Trump; e poi ha mandato direttamente l’esercito turco, dopo regolare autorizzazione del parlamento: consiglieri militari con droni e sistemi di disturbo elettronici, missili e semoventi antiaerei, obici semoventi, cingolati da combattimento… Questo ha ribaltato i rapporti di forza sul campo, fino alla recente, completa sconfitta militare dell’Lna di Haftar, pur appoggiato da Egitto e mercenari russi, oltre che da Emirati e Francia, a ovest di Tripoli, e alla disperata mossa del golpe, respinto da tutti, russi compresi.

Abbiamo altro a cui pensare in tempi di pandemia? Ok, ma non si tratta di una questione di secondaria importanza, né da un punto di vista politico né tantomeno, inutile nasconderlo, da un punto di vista economico. Gli interessi dell’Eni in Libia, che rappresentano le esigenze energetiche del paese, sono assai importanti, e rischiano seriamente di essere compromessi. Inutile fingere che il costo dell’energia non sia uno dei problemi che affliggono il nostro sistema produttivo e ne minano la competitività sui mercati internazionali. Petrolio e gas libici sono vitali; e lo scontro sulle risorse energetiche nel Mediterraneo con la Turchia è già in atto da tempo. A febbraio 2018 una nave da guerra turca ha bloccato la Saipem 12000 noleggiata dall’Eni in acque cipriote; lo scorso ottobre la Turchia ha inviato la nave da trivellazione Yavuz a cercare gas e petrolio in un’area in concessione a Eni e Total. Da un punto di vista politico inoltre Erdogan, vero dominus a questo punto del Gna di al-Sarraj, è in grado di ricattare l’Europa, e in primis l’Italia, con la minaccia di dare via libera a milioni di profughi non solo sulla rotta balcanica, ma anche su quella mediterranea. Si sarebbe potuto evitare questo nefasto epilogo? Certo che sì. Lo ha detto anche il massimo esperto di Libia, lo storico Angelo Del Boca: «Certo la colpa principale non ce l’ha questo governo, ma quelli che l’hanno preceduto sì, eccome. Penso alla guerra della Nato, con interventismo francese a guida Sarkozy e seguito italiano e americano, che con la caduta di Gheddafi ha mandato in pezzi il Paese». Quello, dunque, il peccato originale, senza con ciò voler dimenticare le nefandezze del regime di Gheddafi. Ma in tempi più recenti è mancato il coraggio di un sostegno più convinto e fattivo al fragile governo di al-Sarraj che lo sottraesse al controllo di centinaia di milizie, diverse delle quali di chiara impronta jihadista. Anche perché si è pensato solo a trattenere i migranti nelle carceri libiche, in spregio al diritto internazionale. Ancora Del Boca: «con il governo Renzi-Minniti di Libia si è parlato solo per sostenere al-Serraj perché tenesse nelle carceri e nei campi di concentramento i migranti; poi, buon erede, è arrivato Salvini impegnato nella propaganda vergognosa di fermare l’”invasione” che da lì sarebbe arrivata, cacciando i migranti nelle carceri della Libia “posto sicuro”». Erdogan, invece, non se l’è fatto ripetere due volte: è piombato in Libia con migliaia di mercenari jihadisti e carri armati, e ha risolto la questione. Non saranno i sorrisi smaglianti del premier Conte in visita allo stesso Erdogan in Turchia lo scorso gennaio, o le improbabili proposte del ministro degli esteri Luigi Di Maio, come una missione dei “caschi blu europei” (Del Boca: «È una incredibile sciocchezza. I caschi blu europei non esistono»), a farci recuperare un ruolo centrale a Tripoli, ormai perduto.