Lo sviluppo tecnologico degli ultimi dieci anni, grazie all’avvento delle connessioni ad alta velocità e alla diffusione di device per la comunicazione mobile come smartphone e tablet, ha creato le condizioni per una rivoluzione copernicana dei processi produttivi. Il passaggio dall’enterprise 1.0 all’enterprise 2.0 è decollato. Cresce il risparmio sui processi produttivi, migliorano i tempi di reazione, si innalzano i livelli di creatività, agility e di resilienza organizzativa. Non si tratta tuttavia di un’evoluzione indolore: a sottolinearlo è Carlo Galimberti, docente di Psicologia Sociale della comunicazione presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano; non sta infatti avvenendo senza costi economici, organizzativi e relazionali per imprese e lavoratori. «Tale processo sta alimentando mutamenti a livello di organizzazione dei processi; un nuovo rapporto con la tecnologia e la richiesta di una revisione della cultura della sicurezza d’impresa». È la premessa concettuale del prof. Galimberti mentre ci introduce all’elaborazione del costrutto del Tecnostress, inteso come “una sindrome da uso costante, simultaneo ed eccessivo di tecnologie dell’informazione e di apparecchi informatici digitali in situazioni di mobilità e non mobilità che oggi sembra affliggere manager dirigenti e cittadini in generale“ (Carlo Galimberti, Fulvio Gaudioso e Francesco Bacchini, 2016).
La rivoluzione copernicana che sta coinvolgendo le imprese non è una evoluzione indolore: va cambiata la cultura della sicurezza aziendale
La prima definizione di Tecnostress è datata 1984 (Craig Brod) e fa riferimento ad un disagio di adattamento causato dall’incapacità di far fronte alle nuove tecnologie in modo sano; un malessere che si evidenzia in due modi distinti: nella lotta ad accettare le nuove tecnologie da una parte, e nell’identificazione eccessiva con esse dall’altra. Definizioni oggi già superate, ma facilmente associabili a fenomeni come techno-anxiety, intesa come apprensione ed agitazione nell’uso delle tecnologie (Gaudron e Vignoli 2002) e techno-addiction come dipendenza da esse senza riuscire a staccare, con una facile associazione al concetto di Workaholism: la tendenza a lavorare eccessivamente ed in maniera compulsiva (Schaufeli, Taris e Bakker, 2008). Ed il respiro si fa corto.
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«Per allargare ulteriormente la prospettiva – continua – si dovrebbe porre in atto un’adeguata attività di gestione dei tempi e dei modi della comunicazione con particolare attenzione all’orario di lavoro, normale e straordinario. Ed in attesa di una regolamentazione normativa specifica, si dovrebbe pensare al tecnostress alla stregua di una nuova ed evoluta forma di stress lavorativo. Una proposta di lettura del fenomeno tra ricerca psicosociale e normativa giuslavoristica».
Bisogna pensare al tecnostress come a una nuova forma di stress lavorativo che va trattato per produrre valore
Ne consegue che la messa in atto operativa di un tale approccio costituirebbe un arricchimento tanto della cultura della sicurezza d’impresa quanto dell’organizzazione, contribuendo a fare del Tecnostress non tanto un mostro da combattere, quanto un’occasione per costruire sicurezza, parlando il linguaggio dell’organizzazione, producendo valore per l’impresa e benessere per i lavoratori–cittadini attraverso la diffusione di una cultura la cui necessità è avvertita sia dal mondo delle imprese che dalla società.
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Cos’è il “DIgital detox”

















