Prevenzione, investimenti su medicina di territorio e ricerca. Un’interazione più ampia tra pubblico e privato. L’interoperabilità dei dati, fattore cruciale nell’era della digitalizzazione. Se volessimo scrivere – procedendo per grandi linee – un manifesto della nuova sanità italiana post Covid, questi sarebbero senz’altro i primi cinque punti da mettere in cima alla lista.
Lo dicono gli addetti ai lavori e lo ha confermato anche il convegno “Salute Italia! Pnrr, occasione di cambiamento da non sprecare” che Economy ha organizzato facendo sedere allo stesso tavolo, nel centro congressi di Assolombarda a Milano, esponenti di governo, esperti del settore e rappresentanti di enti e aziende di primo piano del panorama nazionale medico-sanitario-farmaceutico e assicurativo.

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Una tavola rotonda che, attraverso vari panel focalizzati sui punti nodali della sanità del Terzo Millennio, ha cercato di tracciare le linee guida del piano di risanamento e ristrutturazione di un comparto che si appresta a beneficiare di 15,63 miliardi euro previsti dal Pnrr.

La politica: sanità efficiente in ogni regione

«Ogni euro destinato alla sanità non è una spesa ma un investimento» ha tenuto a sottolineare in apertura il sottosegretario di Stato al Ministero della Salute, Andrea Costa, ribadendo che «non c’è sviluppo di un Paese senza salute, ed è proprio con questo approccio che va affrontata la partita del Pnrr». «Lo sforzo del governo deve essere quello di garantire omogeneità di risposta su tutto il territorio nazionale: ovunque si trovi, un cittadino deve poter essere curato al meglio ovunque si trovi. E per arrivare a quest’obiettivo bisogna investire su digitalizzazione e condivisione dei dati, telemedicina, medicina di territorio, formazione delle risorse umane» ha concluso Costa, prima di lasciare la parola al deputato Paolo Tiramani che presiede il (fresco di costituzione) Intergruppo parlamentare per l’emergenza sanitaria e la ripresa. «Serve subito una tabella di marcia, con attenzione alla responsabilità delle regioni – ha ribadito Tiramani – il nostro intergruppo vuole dare un contributo fattivo sulle emergenze e le necessità venute fuori durante l’emergenza».

L’industria farmaceutica: più ricerca e più regole sull’innovazione

I due anni di Covid19, assieme alle impagabili professionalità di medici e operatori del nostro Servizio sanitario nazionale, hanno fatto emergere anche il contributo prezioso dell’industria farmaceutica. E di quella italiana in particolare. «Nel 2020 non sapevamo cos’era questo virus e in due anni abbiamo trovato i vaccini e li abbiamo prodotti – ha detto il presidente di Farmindustria Massimo Scaccabarozzi – grazie alla managerialità non abbiamo fatto mancare i nostri farmaci agli italiani. Ma lancio l’allarme sui progetti reshoring: è importante riportare in Italia il valore della ricerca e se si vuole continuare a dare sviluppo all’industria farmaceutica serve una regolamentazione efficace».

«La pandemia ha dato alle farmacie un ruolo sociale – ha ricordato Annarosa Racca, presidente Federfarma Lombardia – la gente si è affidata sempre più a noi, in Lombardia siamo arrivati a fare quasi 5mila vaccinazioni al giorno a novembre-dicembre. Ora il Pnrr dà fondi per prima volta alle farmacie rurali per fare telemedicina, screening: è un modello estendibile».

«C’è un problema di regole che sono specifiche, legate al riconoscimento dell’innovazione che spesso non è codificato in maniera chiara,  – ha puntualizzato Marcello Cattani, presidente e ad Sanofi Italia – e anche di quelle regole che possono rendere il Paese attrattivo a livello internazionale. Il settore farmaceutico sta portando un’altra transizione verso le biotecnologie, dobbiamo far sì che le regole, che sono fiscali, del lavoro, che determinano i partenariati pubblici, siano all’altezza».

I manager: priorità è formare le competenze

«Oggi è più che mai evidente la necessità che i sistemi sanitari, pubblico e privato, siano guidati da una managerialità di alto profilo. Ecco perché la nostra Federazione pone l’accento sulla formazione di competenze che sappiano interpretare i cambiamenti in atto e in tal senso lavoriamo a un’evoluzione continua dei nostri percorsi “BeManager” di certificazione delle competenze manageriali» è l’opinione del presidente di Federmanager Stefano Cuzzilla.

L’interazione pubblico-privato vada oltre l’emergenza

Gianluca Ansalone, Head of public affairs & sustainability di Novartis, sulle risposte del mondo sanitario e farmaceutico alla pandemia ha rilevato che «l’impegno è stato pubblico e privato e ora occorre che, insieme, pubblico e privato si impegnino per riportare alle cure le persone che le hanno sospese. La salute è diventata un tema strategico cui dedicare politica strategica. Non possiamo tornare allo status di prima. Sarebbe irrispettoso del sacrificio di tutti i cittadini».
Sullo stesso tema è intervenuto Ugo Luigi Aparo, referente sanitario Gruppo Medical Line Consulting: «In molte regioni senza la partnership pubblico-privato non saremmo stati in grado di dare adeguate risposte alla pandemia – ha osservato – il personale privato integra le carenze del pubblico ma talvolta le sostituisce. Ecco perché è importante che gli appalti vengano affidati a società complesse dotate dei necessari requisiti. Integrazione fra strutture e digitalizzazioni sono necessari ma occorre andare oltre per un confronto continuo sugli aspetti gestionali, organizzativi e tecnologici. La sfida è raggiungere un’organizzazione che vada oltre l’emergenza».

Una sanità accessibile e che migliori la qualità della vita

Sulla necessità di una maggiore interazione pubblico-privato è d’accordo anche Luciano Dragonetti, presidente di Mutua MBA il quale ha posto l’accento sul ruolo delle società del mutuo soccorso. «Sono enti no profit – ha spiegato – Non sono mai scomparse, hanno una valenza importante per un tema di sensibilizzazione culturale a fare prevenzione. Si occupano prevalentemente di questo aspetto associativo. Abbiamo sostenuto molti artigiani e commercianti che si sono trovati in difficoltà con la pandemia. Vogliamo dare a tutti la possibilità di essere serviti, in Italia i servizi sanitari sono tanti, ci sono casi di eccellenza in alcune zone, in altre meno. Il mutuo soccorso in un quadro di destrutturazione sociale può essere un aiuto. I nati dal ‘64 al ‘66 che sono i più numerosi al lavoro si troveranno con un gap rispetto all’ultimo reddito, una riduzione delle disponibilità economiche proprio mentre le visite specialistiche diventano più care».

Caterina Miscia, direttore generale Fasi ha spiegato il ruolo del Fondo di Assistenza Sanitaria Integrativa: «La sua missione è quella di erogare ai dirigenti volontariamente iscritti, in servizio o in pensione, ed ai loro nuclei familiari prestazioni integrative dell’assistenza fornita dal Servizio Sanitario Nazionale. Nasce nel 1977 nel momento in cui Ssn nasce, nel ‘78 pone le proprie basi. Inizialmente le uniche prestazioni erano quelle odontoiatriche, quelle escluse dalla riforma del Ssn. Non essendo obbligatoria, Fasi ha implementato la tutela avvicinandosi ai bisogni, coprendo man mano tutte le esigenze. Ha istituzionalizzato una unità che ascolta le esigenze dei dirigenti. Per esempio, con la pandemia è emersa una difficoltà dei bambini, per la quale ci siamo attrezzati. Oggi la popolazione del fondo ha il 30% oltre i 70 anni di età. Questo trend si prevede in ulteriore crescita. Dobbiamo puntare sul dare una risposta alla domanda di una migliore qualità della vita».

Servono nuovi medici ai quali affiancare i robot

La pandemia ha acceso una crisi che già covava sotto la cenere da anni: quella del personale sanitario. Nel 2021 le dimissioni sono aumentate del 44% rispetto al 2020; e il 93% (!) degli operatori ha mostrato sintomi di burnout. Ma soprattutto, mancano migliaia di medici e infermieri. Al convegno di Economy, Donato Scolozzi, associate partner Kpmg ed esperto della materia, ha ribadito il tema del ricambio generazionale: «La vocazione di fare il medico riguarda una percentuale fissa di ragazzi. I giovani diminuiscono, quindi il numero di chi ha questa vocazione diventa più basso. E non è che aumentando i posti alla facoltà di medicina aumentino i medici, e soprattutto non il numero di chi va a lavorare in pronto soccorso. È più probabile che aumenti il numero dei dentisti, o di altre specializzazioni che sono ben pagate». Il lavoro del medico in trincea, insomma, non attrae più: «Si pensi all’esperienza di lavoro del medico in pronto soccorso. In tanti oggi iniziamo a lavorare appena prendiamo lo smartphone in mano. Lui invece, nonostante sia un super-professionista, non può iniziare a lavorare a distanza». Come se ne esce? «Da un lato certamente cerchiamo di aprire le porte il più possibile ai medici e agli infermieri. Cerchiamo di far fare un po’ agli infermieri il mestiere che fanno i medici, di aumentare il loro livello di professionalizzazione per sostituire il medico nelle operazioni più semplici. Ma deve essere messa a disposizione dei medici anche una logistica più intelligente: nasce l’esigenza della digitalizzazione. Oggi abbiamo l’opportunità della vita, il Pnrr, per migliorare da un lato l’esperienza paziente dall’altro per creare le condizioni per prendersi cura di chi si prende cura di noi, perché questa gente possa essere utilizzata meglio. Telemedicina e teleconsulto sono certamente belle opportunità. Forse però si potrebbe fare qualcosa prima. Torniamo all’esperienza del medico in pronto soccorso: lo si potrebbe mettere in condizione di fare il passaggio di consegne in modo più rapido, di prendere le informazioni necessarie in modo più agile. Oggi usiamo gli audiolibri per leggere di più. Con un po’ di fantasia potremmo applicare qualcosa di simile al mondo della medicina. Con i sistemi di voice recognition il medico potrebbe essere informato mentre raggiunge la struttura, senza dover necessariamente parlare con qualcuno. Intendiamoci, è fondamentale che la gente continui a parlarsi, ma meglio farlo su temi di più elevata caratura, non sui dati sulla situazione del turno precedente. Da qualche parte saranno pur scritti, quindi possono essere letti con un sistema di voice recognition, in modo che il medico mentre si dirige verso la struttura sappia già cosa lo aspetta». L’intelligenza artificiale apre nuovi scenari, con «il robot che può dire al medico che il caso che sta trattando assomiglia a tot casi simili, con caratteristiche analoghe. Questo ridurrebbe gli errori e faciliterebbe la vita dei medici. Tutto ciò che è semplice e routinario – cognitivo può esser sostituito dal robot. In medicina si deve fare un po’ più di attenzione, ma c’è la possibilità di supportare il medico».

Digitalizzazione: fondamentale l’interoperabilità dei dati

Elena Bottinelli, head of Innovation, digitalization and sustainability Gruppo San Donato, ha parlato dell’impatto della digitalizzazione sugli ospedali. «Abbiamo una sfida davanti a noi che non possiamo perdere: la trasformazione digitale di come cambia il modo di lavorare negli ospedali in relazione ai pazienti. Con i temi degli algoritmi e dell’intelligenza artificiale si apre un mondo di competenze da colmare. Gli algoritmi devono passare dai comitati etici, il che apre la questione delle competenze necessarie per farlo. È importante anche formare il cittadino, che è molto spaventato sui dati personali e la cybersecurity. Ma la fiducia del cittadino è una precondizione necessaria per procedere. Nel framework Ue su tecnologia si dice che deve avvicinare e non dividere, si parla della sicurezza del dato, dell’esigenza di mettere in primo piano il cittadino e la sua libertà di scelta. Per esempio, con la medicina predittiva ci si chiede: cosa dire al paziente di come probabilmente si evolverà la malattia? Di qui l’importanza del ruolo del medico. La parte etica è un pilastro. Grossa parte del Pnrr è destinato a apparecchiature elettromedicali, copre alcuni aspetti di connettività e interoperabilità, dati comunque fondamentali, un grosso passo avanti. Ma bisogna fare molto, da capire se con il Pnrr, proprio sul tema delle competenze e di come coinvolgere il cittadino in questo percorso».

«Il Covid ha messo in evidenza le lacune strutturali di questo ambito», ha sottolineato Luca Foresti, ceo del Centro medico Santagostino. «Quando parliamo di privato in sanità dobbiamo distinguere tra soggetti accreditati e soggetti finanziati, dentro la spesa dei 120 miliardi messi a budget dal sistema sanitario nazionale. Un 30% è fuori. Quando parliamo di dati, per esempio, i soggetti privati sono totalmente fuori, e i pazienti hanno di conseguenza dati “bucati”. Ora pare siamo in dirittura d’arrivo. Tra gli effetti del Pnrr sembra si stia andando verso un fascicolo elettronico unico. La gestione dei dati, che è la madre di tutte le riforme, si può d’altronde fare con costi ridicoli rispetto al totale della spesa in sanità. Non dimentichiamo che la spesa investita è una percentuale bassissima del PNRR ed è solo un budget in investimenti, non in spesa corrente. Quindi restano fuori tutti i servizi. Un altro punto centrale del nostro sistema sanitario è il medico di base. Non esiste medicina di base senza medico di base, questo è un punto dolente. C’è poca volontà dei nuovi medici di fare il medico di base e molti andranno in pensione pochissimi entreranno. Il medico di base è un professionista alla cui base c’è un contratto tra un professionista e stato o regione, per smuovere questa situazione la soluzione che vedo è aprire agli operatori privati. Questo porterebbe nuova tecnologia. Nuova eppure semplice. Lo strumento essenziale in questo rapporto, come già in altri paesi c’è già ed è la chat che permette un rapporto di dialogo continuo medico paziente lasciando la visita solo quando necessaria».

Servizi online a misura della persona

Il tema dei dati scambiati online è cruciale. Anche per offrire nuovi servizi che ruotano intorno alla salute. Lo dimostra il caso di Farmaè, che con i suoi brand Beautyè, Sanort, Valnan e AmicaFarmacia è il primo retailer muticanale di salute e benessere in Italia, ma anche una media platform alla qule si affidano industrie come L’Orèal, Bayer, Pfizer. «La nostra è una piattaforma basata sul retail onlife che ha modellato un nuovo paradigma economico nel quale online, offline e logistica si sarebbero fuse in un’unica catena di valore. Incentrata sulla persona, però», ha raccontato il fondatore di Farmaè Riccardo Iacometti. «Oggi abbiamo 45 mila referenze in 14 diverse categorie, più di 195 mila clienti fedeli, oltre 93 milioni di euro di ricavi aggregati tra Farmè, beautiè (con la “e” minuscola), Sanort, Valnan e AmicaFarmacia. Ma non siamo “solo” un e-commerce: siamo anche un operatore logistico con una piattaforma logistica completamente automatizzata a Migliarino Pisano da 5 mila metri quadrati in grado di recapitare gli ordini in 48 ore e di gestire un turnover di merce per un valore superiore ai 150 milioni di euro l’anno. Ne abbiamo sviluppato uno gemello a Bagnolo Piemonte per servire il Nord Italia: 1.500 metri quadrati che diventeranno 5 mila per gestire anche gli ordini di AmicaFarmacia». Non solo: nel 2020 Farmaè ha acquisito Valnan, la web agency fondata da Alberto Maglione: «Quella è il terzo tassello del puzzle, dopo logistica ed e-commerce. L’evoluzione che abbiamo avuto negli anni ci ha portato a essere importanti per le industrie non solo come valvola di sfogo commerciale sulle nostre piattaforme, ma anche per il lavoro di intelligence sul comportamento: la data economy ha cambiato la relazione tra la marca e il consumatore e quelli che erano nostri fornitori sono diventati anche nostri clienti. Oggi siamo una media platform su cui investono marchi come L’Oréal, GlaxoSmithKline, Pfizer, Procter & Gamble, Bayer, Shideido, Collistar, Lvmh… Abbiamo 110 clienti sotto contratto nell’area media: il futuro dell’online è di essere il canale dove non solo si vende la merce, ma si conosce il consumatore. Le industrie stanno capendo che sull’online non solo si vende, ma si fa posizionamento strategico e band reputation».

Puntare dritti verso la telemedicina

Se il Covid ci ha messo brutalmente di fronte alla debolezza del nostro sistema salute, ha anche impresso dunque una forte accelerazione al tema della digitalizzazione. Non si torna più indietro. E persino la telemedicina, che pareva fantascienza, ora è a portata di mano. O quasi. Se per la diagnostica a distanza è ancora presto (ma non troppo), per tutto il resto non lo è: la consegna del farmaco a casa, l’assistenza a domicilio di babysitter, fisioterapisti, infermieri o dogsitter, o l’assistenza medica di uno specialista H24 da consultare anche in videochiamata. Un primo esempio arriva, tanto per cambiare, dal privato, con Assistenza 360 di Axa. «Axa è impegnata in ambito salute oltre le mere coperture assicurative per dare supporto nella vita di tutti i giorni. Ci potremmo definire pionieri nella telemedicina, nell’aver lanciato nel 2020 il portale Salute basato sulla partnership mondiale con Microsoft per offrire servizi gratuiti», ha spiegato Chiara Soldano, head of health & innovation and executive director Axa Italia. «Il nostro portale effettua la ricerca basandosi non soltanto sui sintomi accusati, ma anche sul piano nazionale del ministero della Salute. Ci stiamo evolvendo da compagnia assicuratrice a partner per avvicinare anche il non cliente con servizi usufruibili dal proprio divano».

«La possibilità di conoscere in modo oggettivo la vita clinica del paziente, tramite dati, elementi diagnostici, terapie farmacologiche o ospedaliere, che non viene più raccontata a un medico ma che il medico stesso può consultare direttamente, è il grande valore aggiunto della tecnologia applicata al Sistema Salute, unita all’elaborazione di un percorso diagnostico più mirato, anche attraverso lo studio di casi analoghi», ha sottolineato Giorgio Casati, Direttore Generale Asl Roma 2 «Se un vantaggio della telemedicina è l’annullamento delle distanze fra strutture sanitarie e pazienti, l’ostacolo è invece la diffidenza: «Le persone – ha proseguito Casati – di fronte all’innovazione temono che i dati possano essere usati con finalità diverse da quelle dichiarate, oppure di non essere seguiti in modo efficace. L’obiettivo è non perdere di vista la persona e trasformare i piani di cura per le diverse patologie in un percorso individuale. Come? Attraverso lo svecchiamento degli attuali modelli organizzativi, nati da logiche di natura disciplinare, a favore di approcci più specialistici sul territorio basati su setting assistenziali differenziati».

I dati vanno protetti dagli attacchi informatici

 C’è virus e virus e quello digitale non è meno pericoloso. Persino nel comparto healthcare, già duramente provato dal Covid: sul dark web una cartella sanitaria può valere anche mille dollari, per non parlare delle informazioni su ricerche e sperimentazioni cliniche. Secondo l’ultimo rapporto Clusit, la sanità è il secondo al mondo per numero di attacchi gravi ai sistemi informativi. «Tra virus biologico e virus digitale cambia poco: l’obiettivo è scardinare le difese dell’organizzazione ospite per trarne un vantaggio», ha sottolineato Gianpiero Porchia, manager della business unit On Premise IT di Filippetti Spa: «nel mirino ci sono i dati e i servizi digitalizzati, a rischio la loro confidenzialità, integrità e disponibilità. Come per la salute è necessario fare, continuamente, un check-up (audit) del rischio di compromissione in modo da poterlo mitigare. In Filippetti SpA facciamo leva sulla tecnologia VMware per monitorare ogni giorno le difese, automatizzando le contromisure e prevenire ogni tipo di contagio». Porchia parla con cognizione di causa: Filippetti ha implementato nella propria offerta tecnologica, gran parte dell’offerta VMware, in particolare Workspace One, Carbon Black e Nsx.

«In un mondo in cui il perimetro della sicurezza è completamente dissolto, diventa cruciale proteggere le modalità con cui le applicazioni vengono utilizzate, sia che l’accesso avvenga dal pc aziendale che da dispositivo mobile», sottolinea Claudia Angelelli, senior manager solution engineering di VMware Semea. «VMware Workspace One è una piattaforma basata sull’intelligence che integra funzioni di controllo degli accessi, gestione delle app e gestione degli endpoint multipiattaforma, per distribuire e gestire in modo semplice e sicuro qualsiasi applicazione su qualsiasi dispositivo. Abbiamo tanti dati condivisi con i nostri medici, dalle ricette elettroniche, ai certificati, ai referti delle analisi, alle cartelle cliniche. Dobbiamo assicurare che tutta la catena del dato sia protetta, a partire dall’inserimento del dato nell’applicazione, per passare ai server e ai data center che ospitano il database che lo contiene, fino al dispositivo, pc o mobile, con cui il paziente accede a quei dati e li utilizza. La protezione di tutta la catena end-to-end rispetta l’applicazione della sicurezza Zero Trust: un approccio alla sicurezza IT che si basa sul principio “non fidarsi mai di nessuno, verificare sempre”. Questo modello impone un controllo minuzioso e continuativo di tutti gli elementi della catena, attivando un allarme non appena viene riscontrata una difformità negli accessi oppure una anomalia nel comportamento di una applicazione. Grazie all’autenticazione a due fattori, siamo in grado di rilevare se un comportamento negli accessi è aspettato o inaspettato e, in quest’ultimo caso, fare delle verifiche approfondite per scongiurare che si tratti di un attacco. Il controllo continuo e minuzioso garantisce velocità nell’identificazione di un potenziale attacco, fondamentale per evitare l’intrusione di un hacker nei sistemi aziendali».

La medicina va orientata verso la personalizzazione della cura

Sostenibilità del Sistema Salute, sanità digitale, prossimità di cura: per scoprire come dati e tecnologia possano agevolare un’evoluzione del Sistema mirata a migliorare esiti, percorsi e allocazione delle risorse, in occasione dell’evento di Economy “Salute Italia!” Roche Italia ha presentato il ciclo di digital talk “Roche Now – connessi per la salute del futuro” incentrato sul ruolo determinante della digitalizzazione sanitaria.
«La ricerca di soluzioni terapeutiche e servizi innovativi in grado di rispondere ai bisogni dei pazienti e di chi gli sta vicino, è nel Dna della nostra Azienda, tanto che investiamo ogni anno una grossa quota del nostro fatturato», ha spiegato Licia Confalonieri, Real World Evidence manager Roche Italia. «L’intelligenza artificiale e i servizi tecnologi rappresentano una risorsa eccezionale per la sostenibilità del nostro Sistema, infatti per implementare un modello di medicina territoriale che risponda concretamente ai bisogni di salute del nostro Paese dobbiamo lavorare facendo sinergie tra pubblico e privato in grado di creare valore. Ormai è chiaro a tutti che un sistema sanitario sostenibile e una medicina sempre più orientata verso la personalizzazione del percorso di cura richiedono un cambio di paradigma, un nuovo approccio organizzativo dei sistemi di salute pubblica, al cui interno un ruolo fondamentale spetta alla tecnologia digitale. È proprio per questo che abbiamo realizzato il progetto Roche Now, connessi per la salute del futuro».

«Per ottenere il massimo dei benefici che la tecnologia può apportare nel settore sanitario – sottolinea il conduttore Ennio Tasciotti, scienziato e imprenditore in nanotecnologia e tecnologie biomediche; professore di medicina rigenerativa e direttore dello Human Longevity Program Irccs San Raffaele Roma – è fondamentale disegnare una strategia digitale chiara e integrata. Oggi, noi attori del Sistema Salute abbiamo l’occasione di ridisegnare la medicina del futuro creando un modello nuovo in grado di apportare miglioramenti sostanziali in termini di gestione dei pazienti, incremento della qualità̀ della vita e diminuzione della spesa. Il tutto grazie all’innovazione tecnologica».

Gli oncologi insistono sulle cure di prossimità

 Il Presidente della Società Scientifica Cipomo Collegio Italiano dei Primari Oncologi Medici Ospedalieri, e direttore Asl Piacenza, Luigi Cavanna, ha affermato che «La medicina territoriale permette di lavorare in una fase pre-ospedaliera intercettando i bisogni dei pazienti precocemente, in questo modo si ottengono due grandi risultati: il primo, per il paziente stesso, che viene curato meglio se trattato a casa o presso strutture vicino al suo domicilio, il secondo, per il sistema sanitario, che non viene sovraccaricato. La prossimità delle cure produce un risparmio di tempo e risorse economiche, mentre la distanza dal centro di cura influenza in modo statisticamente significativo alcuni elementi fondamentali, causando una diagnosi tardiva, una terapia non appropriata, un esito meno preciso e una peggiore qualità di vita».

Più attenzione e più servizi per “i silver”

Mariuccia Rossini, presidente Silver Economy Network, ha spiegato come è nata la sua iniziativa. «Da dove nasce l’idea di un cluster di aziende che si occupano di silver economy? Molto semplice, ci siamo ispirati a un’idea francese già consolidata: un nucleo che coinvolgesse aziende di prodotti e servizi rivolti al mondo della terza età e che potessero scambiarsi e condividere tutto quanto di positivo e innovativo realizzano in questo campo mettendolo a fattor comune. L’intento è quello di creare nuovi servizi e migliorare quelli esistenti. Al momento abbiamo 60 aziende e intendiamo crescere ancora. Vogliamo essere rifermento nazionale ma anche internazionale, perché siamo un’eccellenza e questa deve essere riconosciuta e promossa in quanto tale. La silver economy muove 200 miliardi solo in Italia. Ma attenzione, non si parla solo di patologie. I silver sono coloro che spendono di più in termini di cultura, divertimento, tecnologia e food. Ma pensiamo anche ai super food, quelli per esempio con additivi contro la demineralizzazione. Gli ambiti sono più di quanti pensiamo: case connesse e nuove soluzioni abitative, la connettività è al primo posto per i silver. Il nostro è il primo network di questo tipo che nasce in Italia».

Edoardo Fontana Rava, direttore servizi di investimento e assicurativi Banca Mediolanum ha parlato del valore della prevenzione assicurativa. «La silver economy è destinata a crescere. Nel 2025 il 45% del mercato sarà silver economy. Il mercato per l’assistenza previdenziale è stato messo alla prova dai recenti fattori di rischio pandemici e non solo. Oggi c’è una grande preoccupazione sul futuro ma a fronte di questo, l’87% della popolazione non sa come e quanto mettere da parte. I clienti faticano a capire quanto accumulare. La logica della piramide inversa è conosciuta ma non attuata, per i silver è ovviamente tardi mentre occorre sensibilizzare i giovani. La prevenzione è anche uno strumento di democratizzazione della sanità, perché tutti possono intervenire prima. Va dunque vista in modo integrato trovando le risorse nel tempo e per farlo serve una consulenza globale. Qui sta la responsabilità del mondo finanziario.  Si può chiedere una fiscalità di vantaggio sulla previdenza integrativa e assicurativa? Sì, ma in realtà c’è già qualche vantaggio fiscale, anche importante. Il problema non credo però sia il costo ma il far percepire la strategia di lungo periodo: una protezione che parte all’età giusta e si completa e cresce con molteplici interventi mirati rivolgendosi anche alle generazioni successive».

Integrare nel Ssn la medicina dei bassi dosaggi

 Alessandro Pizzoccaro, presidente Guna SPA, ha parlato di come evolve la medicina omeopatica. «Al termine omeopatia preferiamo medicina dei bassi dosaggi. La stessa impostazione negli ultimi anni è cambiata notevolmente. Un aspetto molto importante è che sono stati sviluppati molti studi scientifici per confermarne l’efficacia. Sono disponibili a migliaia, una trentina di questi pubblicati su riviste indicizzate. Secondo uno studio di Securvita su 15700 persone curate con l’omeopatia, rispetto a chi non lo fa hanno risultati sanitari molto migliori: meno ricoveri, meno assenze dal lavoro. C’è una normativa europea che garantisce la qualità. Esistono farmaci omeopatici basati su ricerche recentissime, come i neurotrasmettitori, a bassi dosaggi. Sono particolarmente adatti a patologie croniche, mentre quelli tradizionali sono più indicati per quelle acute. E per evitare le pluri-terapie che vengono seguite da tanti senior. Un terzo degli over 65 prende oltre 10 farmaci al giorno. È importante integrare la medicina dei sistemi, che raggruppa la medicina low dose e altre medicine dolci, all’interno del sistema sanitario nazionale, utile in particolare per dare una visione che interpreta l’uomo nella sua globalità di corpo, mente, spirito ed emozioni e non solo come espressione di una serie di patologie».

Gli investimenti privati nella sanità pubblica

Giacomo Camisa, sales director intermediary, Schroders, intervenendo sul tema della spesa sanitaria pubblica ha messo l’accento sugli investimenti privati: «Vanno a braccetto, perché ciò che spende il pubblico lo guadagna l’azienda privata. L’esperienza Covid lo dimostra con la grande crescita di fatturato di Pfizer. Attenzione però, la crescita non può essere legata solo all’investimento pubblico. La nostra realtà, per esempio, e altre realtà di asset management hanno fatto grandi investimenti, soprattutto in innovazione, AI, biotecnologie, telemedicina. Il mercato italiano è meno finanziarizzato di altri, per esempio di quello anglosassone. Astra Zeneca è stata finanziata da privati nelle sue attività per lo sviluppo del vaccino Covid. Per quanto riguarda il private equity, ci sono aziende che hanno la necessità di essere accelerate nel loro percorso di crescita. Qui l’investimento dei privati diventa prezioso: un esempio è quello degli Stati Uniti, dove il 30/40% di investimenti nella sanità va sprecato».