La recessione è (soprattutto)nell’occhio di chi guarda

«Il problema recessione lo vivranno acutamente solo le imprese che operano in prevalenza in Italia. Chi esporta no. Tra l’altro, la gran parte della nostra produzione trova i suoi clienti tra quel 5% della popolazione mondiale che rappresenta la maggioranza dei più abbienti, cioè coloro i quali non hanno problemi di congiuntura economica»: Donato Iacovone, amministratore delegato di Ernst & Young in Italia, ha focalizzato in tanti anni di consulenza strategica una visione nitida delle risorse che il nostro Paese ha, pur con il suo tessuto di imprese più piccole e meno integrate di quelle di molti paesi concorrenti. E ritiene che a certe condizioni il rallentamento della congiuntura possa essere un handicap irrilevante per chi faccia leva appunto su queste risorse.

Quindi crescere senza crescita generale dell’economia si può, dottor Iacovone?

Ma sì, sul fronte del business quel che sta succedendo è chiarissimo. Si è ricreato un clima di incertezza che raffredda la propensione al consumo, in Italia e in alcuni altri mercati europei. Ma chiunque abbia una presenza commerciale globale o comunque multi-country non ne risente, perché ci sono molti mercati che crescono a ritmo intensissimo.

Insomma, mica tanto: perfino la Cina rallenta

Scherzerà: rallenta di 2 punti decimali al 6,2%! Non è un brutto rallentare, mi sembra. Inoltre, chi è globale o multi-country può anche diversificare l’accesso al credito, disponibile con modalità diverse ovunque si operi.

Però l’Italia che esporta, lusso a parte, ha bisogno di vendere la sua tecnologia avanzata, categoria di produzione sensibile al ciclo, non crede?

Anche per l’alta tecnologia il cliente-tipo delle aziende italiane rientra in quella fascia di pubblico, privato o imprenditoriale che sia, abbastanza forte economicamente da non risentire di un lieve rallentamento del ciclo.

Va bene, allora siamo contenti, non c’è nessun problema e l’intervista finisce qui?

In realtà il problema c’è, se le interessa saperlo, ed è come possa fare un’impresa italiana che lo desideri a diventare più grande e a consolidarsi, anziché essere venduta, come capita a molte. E poi c’è il problema dei tanti imprenditori – troppi – che operano solo in Italia. Questi ultimi il rallentamento dell’economia lo patiscono eccome. Perché questa stagnazione da attesa c’è, e non mi sembra un problema da poco.

Stagnazione da attesa?

Ma sì, quel rallentamento che si determina quando le persone e le imprese non hanno più fiducia e attendono prima di fare qualunque scelta. Si aspetta prima di consumare, prima di investire, prima di progettare.

«Il clima di incertezza raffredda i consumi. ma chiunque abbia una presenza commerciale multi-country non ne risente»

Ma perché si esita tanto?

Da alcuni mesi, si è creata un’atmosfera di incertezza rispetto al futuro e superarla deve essere una priorità, anche per il Governo.

Ci vorrebbe una riflessione che non vedo fare. Quando ci si ferma, come ci si deve comportare? Ad esempio, tagliando i costi per liberare risorse e investirle in nuovi prodotti e nuovi mercati, ragionando più come un’azienda. La pubblica amministrazione non ha ancora definito una concreta politica di contenimento dei costi. Cosa che sarebbe possibile, come in qualsiasi azienda Se constato che la macchina della spesa deve funzionare con 90 anziché con 100, cerco di raggiungere questo obiettivo di maggior efficienza. I risparmi sono importanti perché servono nuovi investimenti per sbloccare il Paese

Tutta colpa del reddito di cittadinanza?

Rilanciare le politiche attive del lavoro è giusto e può aiutare le fasce più deboli della popolazione, ma non è sufficiente, Bisogna soprattutto creare nuovo lavoro.

In compenso con quota 100 si libereranno posti da coprire.

Questo provvedimento può aiutare, anche se è difficile fare valutazioni sui suoi impatti occupazionali. Oggi robotica e automazione riducono progressivamente il numero di risorse necessarie. Dovremmo, quindi, puntare a creare le nuove competenze che il mercato richiede, aspetto su cui finora non si è fatto a sufficienza. Dovremmo pensare a cosa può creare nuova occupazione. Nell’immediato i cantieri, certamente. Ma per il medio periodo bisogna capire quali investimenti possono portare lavoro e crescita. Questa è la scelta da fare, ragionare cioè in una prospettiva di lungo periodo e investire sul futuro.

Per crescere occorre tagliare i costi inutili e investire in altre direzioni e su altre competenze. Ma serve un profondo reskilling del lavoro

Ma lo Stato non è un’azienda qualsiasi…

Certo, ma sulla gestione economica e strategica dovrebbe ragionare, di fatto, come un’azienda.

E come ragiona l’azienda Ey?

Come ragioniamo noi, e quindi le aziende per le quali lavoriamo, è esattamente così: stiamo riducendo i costi e investendo. Un esempio? Oggi in amministrazione lavorano molte meno persone rispetto al passato. Stiamo aggiungendo robotica, cioè usando la tecnologia per creare efficienza. Ma contemporaneamente stiamo aprendo un ufficio a Bari con persone che stanno sviluppando tecnologie nuove e puntiamo in alcuni anni ad assumerne 300. Dunque, diminuiamo le risorse dedicate ai lavori ripetitivi e ricorrenti, che sono per definizione automatizzabili, e puntiamo su altri tipi di professionalità, innovative e creative. Stiamo investendo anche sul marketing, per esempio, e sulla comunicazione in Rete. Dove fino a poco fa non avevamo nessuno, avremo 10 risorse. Da una parte crei efficienza, impiegando meno persone ma controllando meglio i processi; dall’altra parte aumenti le risorse dedicate al software e alla logistica. Il risultato è positivo.

Quindi le aziende, per crescere, devono tagliare i costi?

Quelli inutili sì, e investire in altre direzioni e su altre competenze.

Dove si trovano, però, queste competenze?

Ecco un problema serio. Possiamo dire che serve un profondo reskilling, in italiano riqualificazione, del lavoro. E che a medio-termine è la scuola che deve formare i nuovi talenti. Ma c’è un ritardo enorme. E’ lì che lo Stato deve investire.

Ma se torniamo sui banchi di scuola nel frattempo la concorrenza ci spiana…

In attesa che la scuola migliori e formi i talenti necessari, bisogna ingegnarsi a cambiare da subito, a cambiare già noi. Bisogna avere persone che siano in grado di ripensare ogni giorno quel che devono fare. È in atto una vertiginosa accelerazione dei cambiamenti: sia nei servizi che nei prodotti, tutto ha vita più breve, bisogna attrezzarsi per operare di conseguenza. E quindi occorre riqualificare le persone che sono già al lavoro!

Voi per esempio cosa fate in Ey?

Il core business era la revisione dei bilanci, un mestiere uguale a se stesso per 40 anni, basato essenzialmente sulla carta. Oggi la carta non si usa più. Basterebbe questo per capire quant’è cambiato il mestiere del revisore. Ma noi stiamo creando nuovi servizi di cui il mercato ha bisogno in termini di assurance. La consulenza si è sempre fatta in un certo modo, molto graduale, adesso è sempre più in digitale e lo sarà ancora di più in pochissimi anni, il mercato richiede sempre di più un mix di professionalità diverse. Bisogna allargare il perimetro delle attività svolte e sperimentare cose nuove, questo vale per tutte le aziende. Guardi all’editoria, a quel che sta facendo il gruppo Cairo, diversificando negli eventi e nella formazione.

Come se fosse necessario sviluppare start-up all’interno di business tradizionali…

Già. E a proposito di start-up, recentemente ne esaminavo una, lanciata da un ragazzo bravissimo. Vuole affermare in Italia e in Spagna, mercati per molti versi simili, una piattaforma che mette efficienza nel sistema dell’estetica e dei parrucchieri. L’App mi individua i saloni disponibili nelle vicinanze in numerose località italiane e straniere, mi informa sui servizi che offrono, la loro qualità, mi permette di prenotare e saltare le code, i turni di apertura. E permette di pagare alla fine della prestazione. Stanno innovando un’attività tradizionale.

Insomma: reazioni agili a crisi paralizzanti.

L’agilità è una dote che tutto il mondo invidia alle aziende italiane. A fronte di questo, c’è l’handicap delle piccole dimensioni medie. Non a caso, alcuni fondi come l’Investindustrial di Bonomi stanno mettendo insieme aziende del design perché anche lì la dimensione media è insufficiente.

Un problema sistemico…

Sì, e infatti a mio avviso lo Stato dovrebbe intervenire lì. Incentivando la crescita dimensionale e la concentrazione tra le aziende della creatività. E l’innovazione: perché anche lì c’è un problema di coding. Oggi non si crea più a carta e matita. Ogni idea richiede un processo digitale. Se oggi entriamo in un grattacielo di Dubai e ci proponiamo come i migliori designer d’interni del mondo, per vincere l’appalto dobbiamo condividere i codici dei programmi con cui il grattacielo è stato costruito, altrimenti non ce la faremo mai. Dobbiamo capire dove passano gli impianti, come funziona la coibentazione, il fonoassorbimento. Puoi farcela solo se condividi la piattaforma…

Quindi se lei avesse potere…

Mi chiederei: dove sta andando il futuro? E m’impegnerei con tutte le forze a formare le intelligenze per il futuro dei settori per i quali siamo apprezzati nel mondo. Valutando severamente la qualità delle attività formative. Come fanno, ad esempio, la Bocconi, la LUISS, i Politecnici di Milano, Torino e Bari. Anche tutte le altre università italiane devono attrezzarsi per misurare la propria qualità calcolando il tempo che i loro laureati impiegano a trovare lavoro. Lo fanno le più grandi università del mondo, devono imparare a farlo tutti i nostri atenei.

IL DECALOGO DELL’ORACOLO DI OMAHA

Più che un decalogo per la crescita, quello di Warren Buffet è un decalogo per la buona salute delle aziende, concetto che naturalmente include quello della crescita profittevole e sostenibile nel tempo. Vediamo questi comandamenti del guru di Omaha, il più grande investitore di tutti i tempi, con un patrimonio stimato nel 2017 in 75.6 miliardi di dollari, liberamente adattati rispetto al testo originale.

Reinvesti i tuoi profitti

Quando inizi a guadagnare i primi profitti, potresti essere tentato di spenderli e goderteli subito. Non farlo. Cerca di reinvestirli.

Ragiona con la tua testa

Stai facendo la cosa giusta non perché tutti sono d’accordo con te, ma perché fatti e numeri lo confermano.

“Non succhiarti il pollice”

Buffett definisce ogni tentennamento nel prendere una decisione “succhiarsi il pollice”. Quando si è convinti di aver avuto una buona idea bisogna attuarla.

Abbi tutto sotto controllo prima di agire

Il tuo potere contrattuale è sempre maggiore prima di iniziare un lavoro se quello che offri è quello che la controparte vuole. Sfrutta questa posizione!

Tieni sotto controllo le piccole spese

Buffett ama investire in aziende gestite da manager ossessionati dai più piccoli costi. E’ essenziale per non far impazzire i costi grandi.

Poni un limite a ciò che chiedi in prestito

Buffett non ha mai chiesto prestiti importanti, né per investimenti e né per mutui o ipoteche.

Sii ostinato

Con la tenacia e l’ingenuità puoi tenere testa anche ai competitor più affermati. Per lui la tenacia “vuol dire star seduti sulle proprie chiappe finché non ce la fai!”

Capisci quando è il momento di fermarti

Da adolescente, Buffet scommise su una corsa e perse. Per recuperare il denaro perduto, scommise sulla corsa successiva. Perse di nuovo. Imparò la lezione e non commise mai più quell’errore.

Se devi recuperare qualcosa non devi per forza farlo nello stesso modo in cui l’hai persa.

Valuta i rischi

Secondo Buffett il rischio è la probabilità di perdere l’investimento iniziale. E non è qualcosa a cui puoi ovviare diversificando o utilizzando altre strategie.

Sii consapevole di cosa davvero significhi avere successo

Non significa accumulare denaro: infatti, nonostante la sua immensa ricchezza, Warren si è impegnato a donare la quasi totalità del proprio patrimonio in beneficenza.