Poche illusioni: ci aspetta un autunno di grande sofferenza

Le nuove norme sulla crisi d’impresa, che andranno in vigore tra qualche tempo, ovvero, quelle sulle procedure concorsuali ancora vigenti, benché siano piuttosto favorevoli all’impresa che verte in stato di insolvenza, non sono da sole sufficienti a risolvere le situazioni di difficoltà o di crisi aziendale ove l’imprenditore non abbia chiaro cosa fare, da dove (ri)partire, con quali obiettivi e, specialmente, se il business aziendale funzioni ancora.

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Per far (ri)decollare l’attività in un’azienda in crisi occorre costruire un nuovo Piano d’Impresa per evitare di continuare a navigare “a vista” o continuare a prendere decisioni basate sull’impulso emotivo, senza definire con chiarezzanuovi obiettivi, nuove strategie e nuove azioni concrete e misurabili, dal momento che soprattutto quando si parla di piccole imprese è proprio la mancanza di chiarezza elaconfusione che impediscono di capire le difficoltà e diintervenire con obiettività.

Paradossalmente, in un’azienda ormai in crisi, gli ostacoli che si incontrano quando si intervista l’imprenditore sono due; il primo quello di fargli comprendere che è stato il suo modo di operare ad aver portato l’azienda in crisi; il secondo quello di convincerlo che è giunta l’ora di cambiare.

Le risposte che si ricevono e che certificano la resistenza al cambiamento, infatti, sono sempre le stesse: “noi facciamo così”, “abbiamo sempre fatto in questo modo”. Emerge così, in tutta la sua evidenza, la difficoltà dell’imprenditore a farsi consigliare, a rinnovarsi, ad attuare un’innovazione o ad aggiornarsi e adeguare il proprio business in linea con i mercati. L’emotività è uno dei principali fattori che si incontra e viene fuori dalla solita intervista.

Nelle imprese di piccole dimensioni, comprese quelle gestite direttamente dall’imprenditore anche a livello familiare, è sempre difficile scindere i numeri dall’emotività e dagli interessi personali, specialmente quando si interviene nelle situazioni di crisi ormai cronica. Questo per evidenti ragioni legate alla lucidità che l’imprenditore ormai non ha più e, per questo, trascura il business aziendale per dedicarsi a tamponare i debiti, piuttosto che a recuperare gli ultimi crediti. Le scelte reattive non sono più razionali ma, giustappunto, del tutto emotive e, per questo, mal si conciliano con la ricerca delle più adatte soluzioni.

Esaminando i crediti di un’azienda in crisi, per fare un esempio ricorrente, ci si imbatte spesso in clienti che generano addirittura perdite e che pagano con un ritardo di gran lunga superiore alle normali scadenze. Eppure, per l’imprenditore, questo genere di clienti sono classificati tra quelli “affezionati”. Infatti, alla evidente dimostrazione che tal tipo di clientela non porta alcun beneficio all’azienda, ecco che ci si imbatte nel categorico rifiuto a voler affrontare la questione. In alcuni casi, viene impedito addirittura anche solo di poter trattare l’argomento.

Si assiste anche al caso in cui l’imprenditore, per evitare di attuare il Piano di Rilancio predisposto dai professionisti incaricati, non perde tempo a cercare altre vie o scorciatoie o altre più disparate soluzioni. Anziché fidarsi dei professionisti incaricati, chiede a destra e a manca consigli ad imprenditori che si trovano nella stessa situazione, nella speranza di risolvere magicamente i problemi. Addirittura, si autoconvince di essere diventato egli l’esperto in ogni campo. Succede infatti che, invece di concentrarsi sulla sua prerogativa, il business, e accettare la situazione di fatto e i consigli dei professionisti incaricati, l’imprenditore, si affretta a ricercare l’ennesimo finanziamento per fronteggiare il fabbisogno, rivolgendosi anche al mercato privato(…). Ciò comporta problemi e conseguenze che si ripresentano puntualmente nell’immediato futuro con maggior vigore.
Inconsapevole (a volte) che la ricerca di scorciatoie altro non farà che portare come risultato un’ulteriore perdita di tempo, egli continua a sprecare le poche, se non ultime, risorse finanziarie rimaste nelle casse aziendali. Questa, in sintesi, è la situazione in cui viene a trovarsi l’imprenditore che vive la propria azienda in crisi e che io definisco: “la psicosi del fallendo”.

Perdendo di vista il business, che continua a trascurare, altro non sente che i propri consigli, ascolta solo la sua voce, quasi fosse il canto ammaliatore delle Sirene che Ulisse udiva provenire dall’incerta isoladi Omerica memoria, come narrato nel noto episodio che si trova nel XII° canto dell’Odissea. Purtroppo, anziché comportarsi come Ulisse che, previdente, seguì i consigli della Maga Circe, otturando con la cera le orecchie dei compagni per sfuggire al pericolo di essere uccisi dalle Sirene, facendosi legare all’albero della nave (pur di non rinunciare ad ascoltare la loro voce), l’imprenditore destinato al fallimento, invece, continua ad ascoltare sé stesso, ad agire liberamente e, conseguentemente, a sbagliare. Serve,invece, che egli si metta da parte o, quanto meno, si faccia aiutare a dare vita ad un serio, concreto e fattibile Piano di Rilancio Aziendale. In certe condizioni, per risalire la china, all’imprenditore non resta che “limitarsi” a fare quello che meglio sa fare, produrre(!).

Continua……..

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