Una Grande Speranza o una Grande Illusione del mondo globale. Infatti, che cosa poteva succedere con la chiusura dello Stretto di Ormuz con centinaia di petroliere bloccate dai Guardiani della rivoluzione (e, soprattutto, dalla paura delle mine piazzate in quei bassi fondali del Golfo Persico di fronte ai terminali di Bandar Abbas) e il prezzo del greggio raddoppiato nei giorni più caldi della crisi, quasi un replay della crisi del 1973 quando, dopo la guerra del Kippur, il listino petrolifero quadruplicò letteralmente da tre a 12 dollari al barile; che cosa poteva a succedere?

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Poteva succedere che i paesi occidentali, messi alle strette, privati della materia prima, il petrolio e il gas, che alimenta le loro economie, avrebbero potuto per un attimo dimenticarsi di Trump, smetterla di lamentarsi, e cominciare a guardare con occhi (e previsioni) diversi ad altre fonti di energia, il sole, il vento, le maree e – perché no? – il nucleare.  Insomma, come scrive uno dei maggiori filosofi francesi della politica, Jacques Attali (che è stato anche il grande “educatore” del giovane Emmanuel Macron ai tempi della presidenza Sarkozy e della “Commissione Attali” che avrebbe dovuto riformare la République), la chiusura di Ormuz poteva essere “une bonne nouvelle”, una buona notizia, un’occasione per accelerare il distacco dalle energie fossili, quelle che secondo Attali sono il circuito sanguigno che alimenta quella che lui chiama l’ “economia della morte” (visti gli effetti nefasti della concentrazione di CO2 nell’atmosfera e quest’anno sarà il peggiore di sempre anche a causa del Nino), e per aumentare, al contrario, gli investimenti nelle cosiddette energie rinnovabili, quelle che, invece, alimentano l’ “economia della vita”.

“Siamo come dei drogati del petrolio e del gas che arriva dal Golfo Persico (il 20% del fabbisogno mondiale, come si sa), forse la chiusura di Ormuz – che continua dopo il fallimento dei colloqui Usa-Iran a Islamabad –  poteva diventare uno spartiacque nella storia energetica del mondo” ha scritto Attali in un editoriale sul quotidiano economico “Les Echos” intitolato significativamente “Ormuz ou la vie”, O Ormuz o la vita, in cui attacca soprattutto l’Europa che avrebbe tutti i mezzi, le risorse e la cultura, per passare dall’economia della morte (che, secondo il grande intellettuale francese, rappresenta oggi il 50% del pil mondiale) all’economia della vita sostenuta da un mix di energie rinnovabili che proteggono il pianeta ma anche il portafoglio se è vero che il costo di un megawattora prodotto da un impianto solare è vicino allo zero nelle ore di maggiore insolazione (per poi tornare a 120 dollari dopo il tramonto: un nuovo spread energetico, per dirla con il giornalista Fubini del Corriere della Sera, che autorizzerebbe tutti gli investimenti nelle batterie di accumulo).

Insomma, approfittare della chiusura di Ormuz per accelerare con le energie rinnovabili sarebbe stata la Grande Speranza del mondo globale. Che, invece, si è presto trasformata in una Grande Illusione perché il mondo globale, impaziente e imprevidente, ha preferito tornare su una delle fonti fossili più inquinanti esistenti in natura: il carbone.

Se la guerra non finisce e, quindi, se lo stretto di Ormuz resta chiuso, il 2026 sarà ricordato come l’anno del carbone, hanno scritto preoccupati gli economisti del Center on Global Energy Policy della Columbia University di New York. E la tendenza già si vede in Asia, grande cliente delle petromonarchie del Golfo: secondo i dati raccolti da Bloomberg le importazioni di Gnl, il gas naturale liquefatto, dal Golfo Persico sono crollate negli ultimi due mesi dell’8,6% e quindi ai paesi dell’Asia, dalla Cina al Vietnam, non è rimasta altra strada che tornare al vecchio carbone che – diciamolo – rappresenta ancora più del 50% della loro produzione elettrica.

“Non avevano altra scelta – ammette la capa economista di banca Natixis per il Pacifico Alicia Garcia Herrero che è anche docente di economia all’università di Hong Kong – la loro priorità era ed è quella di garantire sicurezza energetica a un sistema economico che cresce a gran velocità e che deve competere con mezzo mondo”. Si avverte, continua l’economista di Natixis, un sentimento di urgenza in tutta l’Asia e in particolare in India dove l’avvicinarsi delle alte temperature estive fa temere la caduta della rete elettrica. Per questo il governo di Modi, il 23 marzo scorso, ha autorizzato la riapertura (fino a giugno) dell’enorme centrale a carbone di Mundra nel Gujarat di proprietà del gruppo Tata che era stata chiusa nell’ambito delle politiche di decarbonizzazione e che ha una capacità di quattro gigawatts. Anche la Tailandia sta seguendo la stessa strada e ora si prepara a rimettere in funzione due centrali a carbone chiuse nel 2025. E lo stesso sta facendo, a dimensioni enormemente più grandi, la Cina come dimostra la riduzione veloce delle sue scorte di carbone nelle zone industriali: segno che è stato già bruciato negli altoforni per produrre l’energia che serve al suo apparato industriale.

La  Cina, infatti, deve fare i conti con il 15° piano quinquennale appena approvato dal Comitato centrale del partito comunista ( il Globalista ne ha riferito nei numeri scorsi di Economy), mentre Giappone e Corea del sud, al contrario, possono agire con maggiore prudenza ammorbidendo i divieti, appena introdotti, di produrre una certa quantità di elettricità con il carbone. Un atteggiamento rivelatore della crisi indotta dalla chiusura di Ormuz (con la conseguente riduzione delle forniture di GNL).

Nel 2025 Tokio e Seul avevano aderito alla Powering Past Coal Alliance, un accordo internazionale che aveva l’obiettivo di ridurre l’uso del carbone per la produzione elettrica a vantaggio delle energie rinnovabili. “La marcia indietro di Corea e Giappone – si legge in un paper di Wood Mackenzie, gigante inglese della consulenza in materia energetica fondato a Edimburgo nel lontano 1923 – dimostra invece come le vecchie centrali a carbone siano di nuovo considerate un asset strategico. Perfino in Italia, paese dipendente dal gas del Qatar, dove il governo Meloni ha deciso di rinviare al 2038 la chiusura delle ultime quattro centrali a carbone.

Ancora oggi, secondo l’Agenzia internazionale dell’energia il 34% dell’elettricità a livello mondiale è prodotto con il carbone e sempre secondo la stessa Agenzia questa percentuale doveva scendere sensibilmente entro la fine del decennio. Un obiettivo ora diventato quasi impossibile, spiegano alla Wood Mackenzie. Perché la guerra in Medio Oriente ha trasformato la Grande Speranza in una Grande Illusione, checché ne pensi Jacques Attali per il quale “Ormuz ou la vie”. Peccato, perché per ora non ha funzionato. E le notizie che arrivano dai negoziati di Islamabad non autorizzano nessun ottimismo. Il vecchio inquinantissimo ma disponibilissimo carbone si prende la rivincita. Purtroppo.

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Giuseppe Corsentino
Giuseppe Corsentino è un giornalista di un’altra era. Quando le redazioni dei giornali erano “officine” in cui si lavorava con l’informazione e la cultura e per scrivere un’inchiesta non si copiava da Wikipedia ma si trottava sul campo. Ha cominciato a L’Ora di Palermo quando il quotidiano diretto da Vittorio Nisticò era una leggenda (e non solo per le sue battaglie antimafia). Poi al Corriere d’Informazione e a La Notte, mitici quotidiani del pomeriggio. Quindi a Panorama dove ha applicato la cronaca all’economia; a ItaliaOggi (di cui è stato l’ultimo direttore), al Giornale di Bergamo, a Economy (quando la testata era ancora nella scuderia mondadoriana) dove ha applicato le regole del giornalismo al marketing editoriale. Da ultimo al Gambero Rosso, dove ha inventato il primo (e unico) quotidiano on-line dedicato alla “wine economy”, Tre Bicchieri distribuito ogni giorno a migliaia di operatori del settore. Ha chiuso la carriera a Parigi come corrispondente di ItaliaOggi e come blogger del sito Huffington Post. Ora è a Milano, legge e scrive per noi.