Cos’avrà mai di elettronico, la fattura prossima ventura, è ancora da capire: nessun transistor, né condensatore, neppure l’ombra di un led. Al limite la resistenza, quella sì, e parecchia. Che liberi professionisti, imprese e commercialisti hanno tentato fino all’ultimo di opporre. Fino all’intervento del Garante della privacy, che il 16 novembre, a meno di un mese e mezzo dalla sua entrata in vigore, ha affermato che la fatturazione elettronica così regolata «presenta rilevanti criticità» per quanto riguarda il rispetto della nuova normativa sulla protezione dei dati personali, introdotta dal Gdpr lo scorso 25 maggio, e ha chiesto all’Agenzia delle entrate di «far sapere con urgenza» come intenda renderla conforme. Nel momento in cui questo numero di Economy viene chiuso in tipografia, per esempio, viene annunciata l’esenzione dall’obbligo per medici e farmacisti.
Solo i contribuenti con regime dei minimi e forfettario sfuggono alle maglie di un regime pensato anti-evasione ma di dubbia efficacia
Il presidente della commissione Finanza del Senato Alberto Bagnai, della Lega, ha chiesto esplicitamente una «riflessione più profonda». Certo un rinvio sarebbe paradossale: se la Ue, con la direttiva 55 del 2014, chiedeva l’e-fattura negli appalti pubblici, siamo noi – ma sarebbe meglio dire “chi per noi” – che abbiamo voluto estenderla all’universo mondo, privati titolari di partita Iva inclusi. Sono circa 3 milioni i soggetti che sono tenuti a adottarla dal primo gennaio, inviando o facendo inviare da un intermediario le fatture elettroniche al Sistema di interscambio (vedi box). L’Italia è il primo paese europeo a introdurre l’obbligo della fatturazione elettronica tra privati: il legislatore è persuaso che il nuovo fardello magicamente faccia emergere il sommerso (anche se chi non fatturava prima, difficilmente lo farà ora). Alle maglie della fatturazione elettronica, che sarebbe più opportuno definire digitale, al momento sfuggono solo i contribuenti con regime dei minimi e quelli col regime forfettario. Con la flat tax, la soglia massima per poter accedere all’agognato regime forfettario dovrebbe essere innalzata a 65mila euro, riducendo così di un numero consistente ma ancora imprecisato la platea dei forzati della nuova fatturazione. Il Governo insomma introduce una nuova norma dimostrando di credere nei suoi effetti benefici, ma contemporaneamente riduce in modo significativo il numero di chi ne è soggetto: misteri della legislazione all’italiana.

Un allarme che è stato accolto dal Garante, che ha sottolineato i rischi legati a «usi impropri» dei dati da parte degli intermediari. «Ciò che si teme – ha scritto Cuchel al Garante della privacy – è che, poiché sono soggetti commerciali a fornire le piattaforme per la fatturazione elettronica, possa essere fatto un uso improprio dei dati contenuti nella documentazione che viene trattata». Secondo il presidente dell’Anc, quindi, «vi è il concreto rischio che i dati contenuti nelle fatture possano essere oggetto di interesse da parte di terzi, motivati a conoscere le scelte degli operatori economici e profilarne le caratteristiche». L’interesse per i dati contenuti nelle fatture parrebbe confermato dalla presenza di aziende che si offrono di svolgere il servizio di intermediazione con il Sdi praticamente gratis: meglio leggere con attenzione le norme relative alla gestione dei dati, specie quelle scritte in piccolo…

Davide Grassano (rsm): «mi pare che molte aziende stiano sottovalutando l’impatto della fatturazione elettronica»
Stiamo parlando di imprese che hanno un fatturato compreso in un range ampio, tra i 10 e i 500 milioni di euro. Le medie aziende italiane spesso sono poco informatizzate, quando vai in una multinazionale vedi una differenza di impostazione molto forte. In particolare la fatturazione elettronica impatta sulla filiera, sull’integrazione con i fornitori». Fin qui le brutte notizie. La cosa positiva è che le aziende lungimiranti possono trasformare la grossa rogna in una opportunità di crescita e, dopo un necessario investimento iniziale, anche di ottimizzazione dei costi. «È possibile integrare anche la fatturazione in flussi automatizzati, inseriti direttamente nei sistemi aziendali – sottolinea Grassano – Nel momento in cui sei fortemente integrato con il fornitore, per esempio, riduci anche i tempi di consegna. Si pensi al modello delle vendite online, che prevedono una forte integrazione e quindi tempi rapidi: bisogna andare in quella direzione. Vanno implementati maggiori controlli preventivi anche sugli aspetti formali della fatturazione, per garantire l’accuratezza, e va monitorato adeguatamente il flusso di invio e ricevimento di fatture attive e passive».
CONFAPI CONCRETA: «AIUTATECI CON UN CREDITO D’IMPOSTA»
Confapi chiede al Governo un credito d’imposta sui costi sostenuti dalle Pmi italiane per adeguare i propri sistemi tecnologici alla fatturazione elettronica. Secondo la Confederazione italiana della piccola e media industria privata, cui aderiscono oltre 80mila imprese, la nuova normativa comporterà per le Pmi costi compresi tra 1.500 euro per le imprese più piccole e 6.000/7.000 euro all’anno per quelle di media dimensione. «La nostra proposta è di concedere un credito d’imposta su tale onere – afferma il presidente nazionale Confapi Maurizio Casasco – come è già avvenuto in altre circostanze e come è stato previsto nel decreto collegato alla manovra 2019 per l’adeguamento all’obbligo di invio di corrispettivi telematici». Dover sostenere un onere di questo tipo in tempi grami non è poca cosa: le Pmi chiedono che almeno ci sia per loro un aiuto di natura fiscale.
IL GRANDE FRATELLO SDI
Lo Sdi è il Sistema di interscambio già operativo per le fatture destinate alla PA. L’Agenzia delle entrate ne è il gestore, mentre la Sogei è la struttura dedicata alla realizzazione dei servizi strumentali e alla sua conduzione tecnica. Per ogni fattura elettronica correttamente ricevuta, lo Sdi esegue controlli formali e in caso di esito negativo consegna – entro 5 giorni – una “ricevuta di avanzo” al soggetto, trasmessa sullo stesso canale di invio. In questo caso la fattura è considerata “non emessa” e il trasmettitore ha 5 giorni per rispedirlo a Sdi – un tempo unanimamente considerato molto ristretto. In caso di controllo positivo, il Sdi consegna la fattura elettronica al destinatario e, nel caso di un risultato positivo, invia al soggetto trasmittente una “ricevuta di consegna” con la quale la fattura è finalmente considerata emessa.



Confapi chiede al Governo un credito d’imposta sui costi sostenuti dalle Pmi italiane per adeguare i propri sistemi tecnologici alla fatturazione elettronica. Secondo la Confederazione italiana della piccola e media industria privata, cui aderiscono oltre 80mila imprese, la nuova normativa comporterà per le Pmi costi compresi tra 1.500 euro per le imprese più piccole e 6.000/7.000 euro all’anno per quelle di media dimensione. «La nostra proposta è di concedere un credito d’imposta su tale onere – afferma il presidente nazionale Confapi Maurizio Casasco – come è già avvenuto in altre circostanze e come è stato previsto nel decreto collegato alla manovra 2019 per l’adeguamento all’obbligo di invio di corrispettivi telematici». Dover sostenere un onere di questo tipo in tempi grami non è poca cosa: le Pmi chiedono che almeno ci sia per loro un aiuto di natura fiscale.













