ELABORAZIONE CENTRO STUDI WIN THE BANK SU DATI BANCA D’ITALIA

Circa vent’anni fa, entravamo infaustamente nell’Euro, con le prime prove di aggancio (l’ECU). Ai primi anni ’90 avevamo circa 1.000 banche; oggi il Presidente dell’ABI, Patuelli, stima che il trend futuro vada verso le 100, ed altri commentatori, tra cui chi scrive, ritiene che il risultato finale vedrà una concentrazione ancora più forte. Per ciò che ne so io, questo si chiama Oligopolio. La presidentessa del Meccanismo di Vigilanza della BCE, Nouy, ha affermato che l’attuale problema delle banche sarebbe legato all’incapacità di generare profitti, ed è necessario porre attenzione a non aumentare in modo eccessivo il rischio per raggiungere l’obiettivo. Pone poi la seguente domanda: “sono ancora necessarie le reti di sportelli nell’era del digital banking?”; ed esorta a non operare tagli nei settori sbagliati. Il messaggio che implicitamente lascia è quindi quello di tagliare personale e attacca un sistema bancario a suo dire poco produttivo, esortando a perseguire il profitto attraverso il taglio di costi a suo dire inutili (le persone). Ma qualcuno ha un’idea dei risultati di tali politiche?

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Dal grafico, si nota che gli sportelli bancari sono cresciuti fino alla presunta “crisi” del 2018 (in realtà un cambiamento deliberato e pianificato di modello economico); poi, le uniche ad andare in controtendenza rispetto al taglio sono state le Popolari (fino alla recente riforma) e le Banche di Credito Cooperativo. Si nota chiaramente il trend a campana del declino degli ultimi anni. Del resto, il Meccanismo di Vigilanza della BCE, nel suo rapporto annuale, afferma che è necessario procedere con fusioni transfrontaliere tra banche, per offrire vantaggi all’economia ed ai consumatori. Da quando – di grazia – il benessere arriva dall’Oligopolio? Si sostiene perfino che il benessere del sistema passa attraverso fusioni ed acquisizioni bancarie, e l’Europa favorirà fusioni tra banche di Paesi diversi. Sempre in tale rapporto, si sostiene poi che società e famiglie “avranno accesso a più numerose fonti di finanziamento”. Da questo rapporto si evincono due prese di posizione assolutamente opinabili. Il primo è il disegno volto ad eliminare la territorialità delle banche, attraverso fusioni che creeranno a livello europeo poche grandi banche, di fatto sistemiche. Ma l’attenzione va posta anche sulle conseguenze che questo disegno avrebbe per un Paese, come l’Italia, costituito da imprese di dimensionamento tutt’altro che grande, le quali perderebbero pertanto un interlocutore bancario di piccola dimensione, vicino alle loro logiche.

Per la Nouy, della vigilanza bce, l’attuale problema delle banche sarebbe legato all’incapacità di generare profitti

Il secondo è il fatto che le società e famiglie, come detto sopra, avranno tutt’altro che accesso a più numerose fonti di finanziamento; al contrario, sarà pregiudicato loro l’accesso al credito con regole internazionali e logiche profondamente diverse. Il vero vantaggio sarà per i fondi speculativi esteri, i quali potranno ottenere il controllo della ricchezza e dei risparmi degli italiani, da sempre ritenuti il vero patrimonio del Paese.  Il presidente dell’ABI, Antonio Patuelli, ha affermato che a fine 2018 è presumibile che ci saranno solamente 110 gruppi bancari in Italia, numero molto basso se consideriamo i 60 milioni di abitanti. Questo è volto a mettere in concorrenza tra loro le banche attraverso aggregazioni.

Qualcuno ha idea del trend di questo ventennio? In un ventennio, abbiamo fatto sparire dal mercato il 26% delle SPA, il 51% delle Banche di credito cooperativo, il 75% delle Banche Popolari: complessivamente, il 43% delle banche italiane. E poi, come scrive il Vice Presidente ABI Corrado Sforza Fogliani nel suo ultimo libro (Siamo Molto Popolari), quanto dell’azionariato è rimasto italiano? Quindi, se il risultato dichiarato è quello di migliorare la presunta competitività, al fine di fornire più credito alle imprese, in uno Stato come l’Italia di tale obiettivo non si vede nemmeno l’ombra, almeno per il comparto produttivo.

È ragionevole pensare che la difficoltà delle banche italiane verrà trasferita alle imprese, già penalizzate dai cambi fissi

Secondo uno studio Unimpresa i prestiti bancari alle imprese sono calati di 37 miliardi di euro nel corso del 2017. Aumentano invece i prestiti alle famiglie (credito al consumo e mutui); mica un bel segnale, sapete? In questo scenario, continua la manfrina della vigilanza sui crediti deteriorati, che dimentica sistematicamente il rischio ben superiore dei derivati, cioè i titoli di livello due e livello tre, detenuti per lo più da banche tedesche e francesi. Le indicazioni contenute nell’”Addendum” della Bce si applicano ai crediti deteriorati a partire da aprile 2018, ed impongono alle banche tempi più brevi per la svalutazione dei valori in bilancio. L’ABI ha chiaramente dichiarato che queste regole favoriranno l’erogazione di credito solo ai clienti con rating elevato, riducendo così la disponibilità verso le famiglie produttrici e le piccole e medie imprese. Palesemente le banche saranno costrette a trasferire ai clienti i costi più elevati legati agli assorbimenti patrimoniali, causando così un aumento generale dei tassi di interesse pagati dai clienti. È ragionevole pensare che la difficoltà delle banche italiane verrà trasferita alle imprese italiane, già penalizzate da un sistema a cambi fissi, rendendole così ulteriormente meno competitive, il tutto a favore dei concorrenti diretti, come ad esempio la Germania. Naturalmente, ci sarà chi avrà da ridire sul pessimismo di tali previsioni. Dato che in materia di economia parlano i fatti e non le opinioni, prendiamo ad esempio quanto è successo addirittura nella prima Regione italiana, non certo l’ultima o la meno produttiva o competitiva in Europa: la Lombardia. L’effetto di queste presunte “riforme” sono state quelle di una erogazione asimmetrica del credito. Continuano sui principali organi di informazione a darvi dati italiani e imprenditoriali aggregati, per non farvi capire la situazione; l’Oligopolio va a danno delle piccole imprese, che sono la stragrande maggioranza del nostro tessuto industriale. Anche in Lombardia è consolidato un trend italiano, che vede il credito bancario ristretto alle piccole imprese, mentre concesso a quelle medio-grandi. Lo studio condotto da Cerved ha infatti messo in luce come nel triennio dal 2015 al 2017 diminuisca in percentuale il credito concesso alle imprese trimestre dopo trimestre, con un calo cumulato importante soprattutto per le piccole imprese. Infatti, esiste una profonda differenza sull’erogazione del credito tra le grandi e le piccole. Se osserviamo le grandi imprese, si sta riducendo l’espansione del credito (ma il segno resta positivo). Tuttavia, se osserviamo le piccole, scopriamo un dato completamente diverso: il segno non è positivo, come vi fanno credere dai dati aggregati, ma negativo.

Poiché il grafico triennale mostra la variazione trimestrale sul trimestre precedente del credito concesso alle piccole imprese, e dato che le piccole imprese sono la stragrande maggioranza del tessuto industriale, come si può affermare che si sia usciti dalla “crisi”? Come si può affermare che sia iniziata l’espansione del credito alle imprese? La verità è che gli effetti di un disegno oligopolistico porteranno maggior credito alle multinazionali e alle grandi imprese, e una restrizione asimmetrica alle piccole. 

Le presunte “riforme” degli ultimi anni (non ultima quella delle Banche Popolari) hanno contribuito a tale brillante risultato. Ora, il disegno oligopolistico, toccherà anche alle Banche di Credito Cooperativo?

* Valerio Malvezzi, co-fondatore di Win The Bank, è docente al Master Universitario MUST e docente incaricato presso il Collegio Universitario Griziotti, Università degli Studi di Pavia.