Atteso, preventivabile, perfino comprensibile. Eppure a leggerlo così, sulla carta, che il pil italiano calerà del 15% nel primo semestre del 2020, c’è da farsi venire il mal di testa. Un risultato mai ottenuto in tempi di pace, neanche durante la Grande Depressione. Certo, la speranza è che una ripresa, seppur modesta, possa già presentarsi nel terzo trimestre, prima di prendere vigore alla fine dell’anno, quando – è l’augurio di tutti – si sarà trovato un vaccino. D’altronde, se molte aziende non hanno mai smesso di lavorare e altre hanno mantenuto un minimo di operatività grazie allo smart working, ci sono interi comparti che sono completamente fermi. Il turismo, per esempio. O il mondo della ristorazione e dell’ospitalità.
Non solo. Secondo l’Upb, l’Ufficio Parlamentare di Bilancio, “si prefigura per la prima metà dell’anno un calo dell’attività economica di intensità eccezionale, mai registrato nella storia della Repubblica. Nell’ipotesi di un regresso dell’epidemia l’attività tornerebbe ad espandersi nel trimestre estivo”. Insomma, se tutto va bene, se non ci saranno nuovi focolai, se il calo dei dati sarà confermato, se non ci saranno nuovi contagi in autunno… rivedremo la luce da luglio. Altrimenti, per citare Marchionne, la luce in fondo al tunnel sarà quella del treno che ci arriva addosso.
“Si stima – si legge ancora nella nota – , per la sola parte relativa alle richieste cig, che il numero complessivo di ore autorizzate possa essere ampiamente superiore, anche triplo, rispetto ai valori massimi storicamente osservati su base mensile dalla crisi finanziaria del 2009”. Secondo l’Upb, che a sua volta riporta dati dell’Inps, le richieste di cassa integrazione con causale “Covid-19” pervenute fino al 10 aprile riguardano 2,9 milioni di lavoratori. A essi vanno sommati gli 1,7 milioni di assegni ordinari che sono stati richiesti.
















