«Il passato c'insegna a costruire oggi la ripresa»

«Non bisogna farsi prendere dal panico. La situazione è certamente complessa, bisogna coordinarsi, essere trasparenti, resistere: ma intanto pensare già al dopo, a come riprenderci. E non guasta un po’ di sano patriottismo, ricordarci che siamo un grande popolo. Del resto, ci stiamo comportando bene, stiamo facendo da test per tutti, siamo il primo Paese a gestire una pandemia in un regime pienamente democratico». Emma Marcegaglia, imprenditrice e presidente dell’Eni, era al vertice della Confindustria sia quando esplose la crisi finanziaria del 2008-2009 sia quella successiva del debito sovrano, nel 2012. E ha vissuto sulla sua pelle lo stress di un evento imprevedibile, globale, ed economicamente devastante come minaccia di essere il coronavirus. «Proprio sulla base di quelle esperienze dico che nel gestire l’emergenza bisogna sapere pensare anche al dopo, dedicarci almeno il 30 per cento del nostro tempo. Se saremo i primi a uscirne, com’è lecito sperare, essendo stati i primi a essere colpiti, potremo anche trarre particolare vantaggio dalla ripresa».

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«Il crack della Lehman Brothers arrivò del tutto inatteso, ci piombò addosso e vedemmo ricavi e ordinativi dimezzarsi»

Ma cosa si prova, in posizioni di grande responsabilità, quando da un giorno all’altro il mondo sembra crollarci addotto? Per esempio quando fallì la Lehman Brothers e i mercati crollarono?

Arrivò senza avvisaglie, non c’era stato nessun segnale che ci facesse preparare. Ce la siamo trovata davanti all’improvviso, con quei crolli di Borsa pazzeschi e con i fatturati che da un mese all’altro andavano giù del 50%. Quel che io mi ricordo è che come presidente della Confindustria sono stata tantissimo in giro sul territorio. Illustravamo le strategie di difesa e di resistenza, portavamo a tutti gli esempi dei migliori. Ricordo un bellissimo documento del Centro Studi dove evidenziammo quali erano state le strategie vincenti in quel periodo. Certo: alcuni poi non ce l’hanno fatta, ma molti altri ne sono usciti rafforzati.

Bisogna resistere al panico, unirsi, dedicare da subito una buona parte del lavoro di ogni giorno a preparare il dopo

E che insegnamenti ha tratto da quell’incubo?

Innanzitutto: stare uniti, respingere il panico, interrogarsi su quali fossero appunto le reazioni più giuste. Chiedersi ad esempio se bloccare gli  investimenti o no, cercare di decidere razionalmente. Sul piano piscologico, l’imperativo era quello della calma per sopravvivere nel breve. Sul piano strategico, costruire la ripresa. E molte aziende in quel periodo adottarono strategie corrette per risalire la catena del valore, fare più ricerca ed innovare. Nelle statistiche quello scalino si vede chiaramente. Il valore aggiunto medio dei prodotti italiani s’è alzato. Chi ce l’ha fatta è diventato più solido, più forte e più competitivo. 

Lei personalmente si trovò di fronte a una tempesta perfetta, e in un ruolo di grandissima visibilità e responsabilità. Come lo visse?

Ricordo una fase di grande fatica fisica, viaggiavo tantissimo, vivevo al telefono e avevo anche una figlia piccola da seguire. E poi le trattative con il governo, i sindacati, l’Abi. Ci inventammo allora le moratorie sui mutui, la Cassa integrazione in deroga nacque lì. E poi le relazioni interne con la nostra base confindustriale.

Momenti di sconforto?

Qualcuno. Quando sembrava che il calo non finisse più… Però ricordo anche una grande solidarietà: il Paese si unì. Gli imprenditori erano arrabbiati ma compatti. E alla fine si iniziò a vedere pian piano che quest’inferno stava finendo.

Per poco: poi arrivò il 2011…

Per certi versi fu anche peggio. Prima del 2008 avevamo inanellato alcuni anni buoni, molti di noi avevano accumulato solide riserve. Nel 2011-12 non fu così. Quando lo spread arrivò a 570, la tensione andò alle stelle. Ricordo telefonate da cardiopalmo con i massimi livelli istituzionali, e con un sensazioni di rischio sistemico imminente. Ricordo quella crisi con più ansia che non la prima. E mentre la prima era mondiale, la seconda si focalizzò sull’Italia.

Sul ruolo dell’europa mi dico:se non ora, quando? È il momento di dimostrare il senso dell’unione con un grande piano comune

E nel frattempo, lei seguiva anche le vicende del suo gruppo di famiglia con altrettanta apprensione…

E per seguirle facevo i salti mortali, giornate da venti ore… Ma ecco, noi per fortuna venivamo da anni molto buoni. Ricordo che il primo anno perdemmo la metà del fatturato! Ma riuscimmo a non fare cassa integrazione. Ci accordammo col sindacato per creare una banca delle ore lavorate, per compensare il minor lavoro della crisi con il maggior lavoro della ripresa, a retribuzione costante. E non abbiamo fermato gli investimenti. Anche lì: fu questione di forza, determinazione, niente panico, massima attenzione alla cassa… Nel giro di un anno e mezzo di siamo ripresi… E sempre presenti in azienda: anche adesso, le parlo dall’ufficio di Gazoldo. Le nostre persone sono in smart-working per la grande maggior parte, ma noi siamo qui. È importante far sentire ai tuoi stakeholder la tua presenza e il tuo impegno e la solidarietà con i lavoratori.

La globalizzazione riprenderà il suo corso come gliel’abbiamo visto compiere finora?

Sono sicura che la globalizzazione non finisca certo qui. Però in passato c’è forse stata come un’ubriacatura che ha indotto a qualche eccesso. Tutte le catene del valore si sono spostate verso la Cina, che è diventata l’officina del mondo: materie prime e semilavorati, componentistica e manifattura. L’Occidente lì solo a dare le finiture e applicare i marchi. Eccessivo. Forse questa batosta potrà indurci a riequilibrare un po’ il sistema, alcuni anelli della catena del valore potranno forse tornare all’Ovest. Ma questo non vuol dire rinnegare le tante cose buone fatte globalmente. Del resto, i Paesi europei e il Nordamerica hanno un sistema di costi da tenere in considerazione. Però certo: ci vuole più equilibro e secondo me ci sarà. Mi auguro che avremo ancora la globalizzazione, sì, ma con una nuova attenzione alla circolazione dei beni, con meno eccessi e più regole. Di sicuro, niente protezionismo.

Infine il fronte europeo, un’altra sua esperienza unica, con la recente presidenza di BusinessEurope. Il cigno nero del virus sembra aver ridato vita ai peggiori particolarismi. 

Sull’Europa mi vien da dire: se non ora, quando? La presidente Van der Layen ha detto subito che il patto di stabilità è sospeso, ed ha fatto bene. Ma non basta. Adesso bisogna fare di più. Sentiamo parlare di emissioni di healt bond, di eurobond, innovazioni importanti e necessarie per  finanziare un grande piano di sostegno all’economia. In questa situazione se l’Europa non reagisce con forza anche i più convinti europeisti tentennano. Se si arriva a concepire di chiudere le esportazioni di mascherine o respiratori e ciascuno, da solo, deve andarsele a cercare in Cina, se manca un grande e corale supporto alle imprese e alle famiglie… vien meno il senso stesso dell’Unione. Ecco: questo è veramente il momento di un’Europa che dimostri di essere unita attuando un grande piano di ripresa comunitaria.