alimentare
Aldo Uva, CEO di CSM INGREDIENTS

«Gli ingredienti a base vegetale, al momento, sono il segmento di mercato in cui intravedo maggiore potenziale di sviluppo». Ne è convinto Aldo Uva, CEO di CSM Ingredients, multinazionale attiva nella ricerca e produzione di ingredienti alimentari con 500 milioni di euro di fatturato e 1.400 dipendenti. Il Gruppo opera a livello globale con 4 centri di ricerca e innovazione, 8 stabilimenti di produzione in Europa, Asia e Africa, 8 centri di sviluppo prodotto e 4 open innovation hubs. Lo scorso aprile, CSM Ingredients è stata acquisita da Investindustrial con l’obiettivo di creare un polo ingredient-tech dedicato alla ricerca di soluzioni innovative per il mondo food. In quest’ottica, un paio di mesi fa, CSM ha acquisito Hi – Food, start-up hi-tech di Parma specializzata nella ricerca, sviluppo e produzione di ingredienti di origine naturale e privi di additivi chimici.

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Uva, quali sono i nuovi trend dell’industria alimentare?

Il mondo del food è in una fase di grande evoluzione, soprattutto in ragione della forte spinta derivante dalle problematiche legate a “Planet Health e Humanity well-being” (Salute del Pianeta e Benessere dell’Umanità). Da qui ai prossimi 5 anni intravedo principalmente 5 macro- trend. Il primo è quello della clean label, ossia la necessità di avere etichette chiare e semplici. Questo significa realizzare prodotti con ingredienti naturali selezionati che provengono da fonti riconoscibili per il consumatore. Il secondo è relativo alla funzionalità dei prodotti offerti: c’è una tendenza crescente a realizzare prodotti tramite l’utilizzo di ingredienti cosiddetti funzionali, ossia ricchi di fibre, calcio, proteine etc..che contribuiscono al benessere dell’organismo riducendo gli stati di infiammazione. Il terzo trend riguarda invece la richiesta di prodotti cosiddetti premium a un prezzo accessibile. Utilizzando specifiche combinazioni di ingredienti, vengono realizzati prodotti sorprendentemente buoni che creano esperienze di consumo sofisticate. Il ruolo che giocherà la tecnologia sarà poi sempre più importante. Il futuro del food avrà nella tecnologia una forza di grande disruption. Da una parte consentirà ai consumatori di avere informazioni importanti sul cibo, per esempio quale è l’indice glicemico di ciascun prodotto, informazione fondamentale per capire l’impatto di ciò che mangiamo sul metabolismo di ciascuno di noi. Dall’altra consentirà alle aziende di formulare nuovi prodotti utilizzando l’Intelligenza Artificiale che permetterà di creare formulazioni sempre più in linea con le esigenze di nutrizione. Inoltre, bisogna considerare che nel campo della ricerca sugli ingredienti c’è ancora moltissimo da fare: quelli che conosciamo bene ad oggi sono appena il 10%. Dunque, sfruttare la tecnologia per trovare e testare altri ingredienti naturali sarà fondamentale per allargare la gamma di alimenti utilizzata. Questo eviterà inoltre che al maggior incremento di cibo necessario per nutrire una popolazione crescente corrisponda l’utilizzo della solita gamma ristretta di ingredienti, impoverendo così la bio-diversità. Ultimo grande mega trend riguarda il consumo di proteine vegetali in sostituzione di quelle animali. È un trend che abbraccia due necessità: limitare l’impatto sul Pianeta dell’allevamento di animali destinati alla nutrizione dell’uomo e il bisogno di realizzare alimenti più bilanciati e con ingredienti vegetali che possano avere impatto positivo sulla salute dei consumatori.

Quali i segmenti di mercato a maggiore sviluppo?

Gli ingredienti a base vegetale, al momento, sono il segmento di mercato in cui intravedo maggiore potenziale di sviluppo e gli operatori si stanno muovendo sempre più verso il settore ingredient-tech plant-based. Basti pensare a come il mercato della carne – che oggi vale circa 1,5 trilioni di dollari – fino a pochi anni fa fosse inaccessibile alle aziende di ingredientistica, mentre oggi costituisce un grande bacino di opportunità. L’attività di ricerca e sviluppo, infatti, ha consentito di realizzare prodotti a base vegetale che, combinando fragranze e texture diverse, sono in grado di replicare il gusto dei prodotti animali e derivati, garantendo al consumatore un prodotto non solo nutrizionalmente bilanciato ma anche “buono”. 

In che modo il boom dei prezzi di alcune materie prime può cambiare le tendenze?

“Never waste a big crisis” (Mai sprecare una grande crisi). Ed è proprio da questa crisi che stiamo vivendo sul prezzo e sulla disponibilità di materie prime che dobbiamo partire per craere un mondo del food più sostenibile. L’aumento dei prezzi delle materie prime porterà gli operatori del settore, a fronte di una disponibilità più limitata, a trovare formule innovative e alternative per realizzare nuovi prodotti. L’attività di Ricerca e Sviluppo, quindi, sarà un driver di crescita fondamentale. In questo contesto è importante che le aziende agiscano in maniera responsabile: l’incremento dei costi non può e non deve avvenire in maniera indiscriminata, incidendo sull’intera catena del valore, ma deve essere razionalmente riconducibile a quei prodotti realizzati con materie prime il cui prezzo è realmente aumentato. In questo senso, noi imprenditori abbiamo un compito importante per evitare che si crei una forte spinta inflattiva. 

Il tema della sostenibilità è diventato non più procrastinabile: quanto si è fatto e quanto ancora deve essere completato?

A mio avviso oggi il business del food sta scontando il fatto che per lungo tempo non sia stato adottato un approccio sostenibile che favorisse la biodiversità. Le monocolture e l’utilizzo esclusivo di determinati ingredienti presenti in natura hanno creato dipendenza nell’approvvigionamento, oltre a danneggiare, a volte in modo permanente, la varietà di prodotti che la natura offre. La situazione contingente dello scoppio della guerra in Ucraina ha fatto emergere queste criticità: l’inaccessibilità all’olio di girasole dell’Ucraina che insieme alla Russia rappresenta il 60% della produzione mondiale

Si può e si deve ancora fare molto in termini di sostenibilità e le aziende del settore hanno un ruolo fondamentale nel portare avanti e diffondere una cultura sustainable oriented. Per CSM Ingredients, ad esempio, le questioni legate all’ESG non sono un plus, ma rappresentano i pilastri fondamentali del nostro progetto di crescita. Attraverso il nostro piano, Thrive for Impact, portiamo avanti un cambiamento che possa generare impatti positivi non solo sul business e sulla filiera alimentare, ma soprattutto sul modo in cui agiamo nella vita di tutti i giorni. Thrive for Impact rappresenta l’impegno del Gruppo a migliorare il benessere delle persone, del pianeta e ad arricchire la varietà dei suoi ingredienti. In quest’ottica, recentemente, è entrata a far parte del Gruppo Hi-Food, azienda innovativa specializzata nella ricerca, sviluppo e produzione di ingredienti di origine naturale che darà un significativo contributo alla realizzazione di soluzioni che abbiano un impatto positivo sull’ambiente e sulle comunità. 

Il Nutriscore cambia le carte in tavola?

Qualsiasi etichettatura si utilizzi, a semaforo, come Nutriscore, o altro, non farà altro che dare l’opportunità al consumatore di comparare prodotti della stessa categoria: bevande gassate con bevande gassate o formaggi con formaggi. Il vero problema, a mio avviso, non è l’etichettatura ma la scarsa educazione alimentare che oggi tutti noi abbiamo. È evidente che il dibattito sul sistema ideale di etichettatura poggi su un problema di fondo: a livello scientifico, non è possibile identificare dei parametri universali circa i valori nutrizionali e la funzione metabolica dei prodotti. Ogni persona, infatti, ha un determinato stato metabolico che dipende da diversi fattori – attività motoria, condizioni di salute, età etc.. – pertanto, dovrebbe basare le proprie scelte alimentari su elementi che vanno ben al di là delle indicazioni che possono essere inserite in un’etichetta. Entrambe le proposte di etichettatura, Nutriscore e Nutrinform, dunque rischiano di essere sistemi inefficaci e, nel peggiore dei casi, fuorvianti. Personalmente ritengo sia necessario concentrarsi piuttosto sull’educazione del consumatore rispetto a questi temi, spostando l’attenzione verso la qualità degli ingredienti e l’impatto reale degli alimenti sul proprio organismo. 

Draghi un paio di settimane fa ha parlato per la prima volta di una possibile economia di razionamenti: è un’emergenza reale?

Se parliamo di energia, dobbiamo porci il problema di come diversificare le fonti di approvigionamento ma non solo, dovremmo preoccuparci di capire come ridurre il consumo e come utilizzare di più fonti rinnovabili. Per troppo tempo ne abbiamo parlato, per troppo tempo si è dibattuto su energia solare, eolica ma nulla è stato concretamente fatto per rendere il nostro consumo minore e differenziato. Forse al razionamento non si arriverà ma sarebbe un gran peccato non avviare programmi di ricerca che ci permettano di guardare al futuro in modo diverso e senza vincoli legati ad una nazione fornitrice o ad una materia prima. Come ho detto prima, never waste a big crisis.