Come è noto, la pressione fiscale, intesa come il rapporto tra il complesso delle entrate tributarie e contributive delle amministrazioni pubbliche e il Prodotto Interno Lordo (Pil), secondo i dati relativi al 2017, si attesta attorno al 43 per cento, ben al di sopra della media europea e del paesi dell’OCSE (sesti dopo Danimarca (45,9%), Francia (45,3%), Belgio (44,2%), FInlandia (44,1%) e Svezia (44,1%). Eppure nonostante, tale livello di tassazione ( e i tagli alla spesa operati sia livello centrale che locale) il risanamento dei conti pubblici appare ancora lontano. Secondo i dati resi noti da Bankitalia, il debito pubblico italiano continua a crescere a fine 2017 esso ammonta a 2.256,1 miliardi di euro contro i 2.219,5 del dicembre 2016, i 2.173 di e 2015 e i 2.137 di fine 2014 . Cresce il rapporto debito PIL ora a 131% , pur con un avanzo primario di circa l’1,5% sul Pil, il debito pubblico anche perché circa il 4% del Pil serve solo per pagare gli interessi, con un conto finale di quasi il 2,5%.. Persino le maggiori entrate derivanti dalla lotta all’evasione e dalle varie rottamazioni delle cartelle esattoriali si sono rivelate irrisorie se rapportate alla spesa per interessi pagata annualmente (circa 80 miliardi di euro, 760 miliardi nell’ultimo decennio) .
In questo contento, appare necessario adottare misure in grado di ridurre pressione fiscale e debito pubblico ma anche in grado di sostenere la domanda globale e di rimettere in moto la crescita, in modo da consentire anche l’acquisizione di maggiori entrate . Le misure proposte (reddito di cittadinanza e flat tax), profondamente diverse tra loro, appaiono certamente disruptive in quanto in grado di innescare processi redistributivi della ricchezza, sostenendo i redditi, delle classi più deboli e attraverso il moltiplicatore negativo delle imposte (ridotte con l’applicazione di un’aliquota unica inferiore a quella media) la domanda e piena occupazione. Non può tuttavia tacersi l’esigenza di assicurare piena copertura finanziaria, dovendo i provvedimenti legislativi da adottare comunque rispettare il principio di equilibrio finanziario di cui all’art. 81 della Costituzione oltre che i vincoli posti dalla finanza pubblica europea. A questo fine, appare opportuno, da un lato ancora restituire maggiore efficienza alla spesa pubblica, troppo spesso fuori controllo e improduttiva, tracciarne gli impieghi e rendendo conoscibili i beneficiari, valorizzare il patrimonio pubblico, ancora in larga parte sotto e male utilizzato, e dall’altro, e soprattutto, ridisegnare i modelli di prelievo, orientati prevalentemente nella direzione della tassazione dei redditi (soprattutto di lavoro e di impresa) e della casa, individuando nuove fattispecie imponibili, rappresentative delle nuove forme di ricchezza (si pensi, tra le tante, alla web economy e al cloud), e colpendo sprechi, privilegi e consumi dannosi all’ambiente e la salute (introducendo i c.d. tributi disincentivanti).
Einaudi: «Gli uomini vogliono rendersi ragione del perché pagano; e se non gli viene spiegata, gridano all’ingiustizia»
In un mondo disuguale quale il nostro, tributi e spesa pubblica appaiono gli strumenti più idonei per perseguire maggiore equità, per correggere le distorsioni e le imperfezioni del mercato a favore delle libertà individuali e collettive nell’ottica dell’equo riparto e dell’etica della responsabilità. Una finanza pubblica che sappia minimizzare il sacrificio del prelievo e massimizzare i benefici della spesa e che sia in grado di superare il modello della fiscalità lineare ed esponenziale (che ha portato la pressione fiscale e la tassazione dei redditi tra le più elevate del pianeta e che resta indifferente rispetto alle dinamiche della spesa , sempre in crescita come il debito) per approdare a quello della fiscalità circolare che sappia apprezzare la dimensione promozionale del fisco, tassare gli sprechi e favorire il riuso e il riciclo, limitare la spesa pubblica improduttiva e clientelare, rimettere in moto lo sviluppo senza distruggere la ricchezza.
Sempre attuale sul punto è il pensiero di Luigi Einaudi secondo cui: «Gli uomini vogliono istintivamente rendersi ragione del perché pagano; e se quella ragione non è spiegata chiaramente, gridano all’ingiustizia. La credenza nella monarchia o nella repubblica (…) è un atto di fede. Ma la credenza nell’imposta sul reddito, sul patrimonio o sulle eredità o sui consumi non è un atto di fede».
















