Mentre gli imprenditori italiani diminuiscono, quelli stranieri aumentano. E a fronte di 2,4 milioni di disoccupati italiani, abbiamo 2,5 milioni di lavoratori stranieri. Anche questo è un segno distintivo della “società signorile di massa”, come l’ha definita il sociolodo Luca Ricolfi, docente di Analisi dei dati all’Università di Torino nonché presidente della Fondazione David Hume. Una società in cui il numero di cittadini che non lavorano ha superato ampiamente quello di chi lavora, in cui l’accesso ai consumi opulenti ha raggiunto una larga parte della popolazione, con l’economia in stagnazione e la produttività ferma. «Una delle caratteristiche distintive della crisi iniziata nel 2008 è stata precisamente l’aumento dell’occupazione straniera a discapito di quella italiana. In nessuna altra società avanzata la differenza fra la propensione al lavoro degli stranieri e quella dei nativi è così mostruosamente sbilanciata a favore dei primi: 59.8% contro 43.3%», commenta Ricolfi. «Bisogna osservare che l’aumento degli imprenditori stranieri è anche dovuto, semplicemente, al fatto che ci sono sempre più stranieri». Così, gli italiani si arrendono perché «i politici, i burocrati e i magistrati fanno tutto ciò che è in loro potere per ostacolare l’attività economica, sono i custodi del “barocco italiano”, dove per barocco intendo l’attitudine a rendere ogni cosa molto più complicata, difficile e lunga di quel che sarebbe necessario in una società normale».
Ma c’è dell’altro, secondo Ricolfi: «Gli italiani di oggi, rispetto a quelli degli anni ’50 e ’60, sono più avversi al rischio, meno disposti a fare sacrifici, e sostanzialmente incapaci di differire la gratificazione. Faccio notare che “investire” significa esattamente, sul piano economico, affrontare costi attuali in vista di benefici futuri. E noi siamo diventati antropologicamente incapaci di investire». Sono gli immigrati a colmare il gap. «Gli stranieri riescono a superare le difficoltà del fare impresa in Italia proprio perché, dal loro punto di vista, quelle difficoltà, per quanto notevoli, sono più sopportabili di quel che toccherebbe loro rimanendo in patria. In un’economia in cui la formazione di nuovi posti di lavoro (dipendente) è molto modesta, sia giocoforza, se si intende lavorare, inventarsi un lavoro. Ma non è solo questo. C’è anche il fatto che spesso, in Italia, il lavoro in nero e l’evasione fiscale sono necessarie per quadrare i conti, e la propensione al rischio degli stranieri è sufficientemente alta da consentirgli di intraprendere attività irregolari». Il che non significa che l’imprenditore straniero sia uno che viola le regole. Anche perché, di norma, è molto ben informato: «La capacità degli stranieri, extracomunitari e non, di sfruttare tutte le pieghe della legislazione italiana per ottenere sussidi e benefici di vario tipo è semplicemente prodigiosa. E gli stranieri, mediamente, hanno una propensione al rischio assai maggiore dei nativi».
















