Negli ultimi anni il private equity ha consolidato la propria funzione strategica all’interno del tessuto economico italiano, assumendo un ruolo sempre più determinante nel sostenere la crescita dell’economia reale.

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Da strumento prevalentemente finanziario, è diventato un vero e proprio motore industriale, capace di favorire sviluppo, innovazione e occupazione. In particolare, nelle piccole e medie imprese, cuore pulsante del sistema produttivo nazionale, il contributo dei fondi si traduce in trasformazione operativa e manageriale, rafforzando competitività e resilienza.

La ricerca condotta da Bip Corporate Finance & Strategy in collaborazione con Aifi – Associazione Italiana del Private Equity, Venture Capital e Private Debt mostra questa evoluzione.

Dall’analisi di un campione di 23 operatori (per il 78% domestici) e 64 operazioni con disinvestimento tra il 2019 e il 2024, emerge che la principale leva di creazione del valore risiede nella crescita operativa, responsabile del 71% del valore complessivo generato. Di questa percentuale, il 57% è attribuibile all’aumento dei ricavi e il 14% al miglioramento dell’Ebitda.

Questi dati confermano una dinamica strutturale: la leva finanziaria ha oggi un peso marginale, mentre la capacità di generare sviluppo interno, rafforzare la governance e accelerare i processi di trasformazione industriale è diventata il vero fattore differenziante. In altre parole, la creazione di valore non si gioca più su leve puramente finanziarie, ma sulla qualità della gestione, sull’innovazione e sull’esecuzione.

L’impatto del private equity sulle imprese partecipate è evidente. Nel passaggio dall’ingresso all’exit, i ricavi medi crescono da 101 a 163 milioni di euro, con un tasso di crescita annuo composto prossimo al 19%. L’occupazione aumenta del 52%, mentre la marginalità passa dal 16,8% al 18,1%.

L’enterprise value sale da 105 a 273 milioni di euro medi, con multipli EV/Ebitda che si ampliano da 7,4 a 9,6 volte. Di conseguenza, anche l’equity value triplica, passando in media da 77 a 217 milioni di euro. I ritorni per gli investitori restano solidi, con un multiplo cash-on-cash di 3,7 volte e un Irr medio del 30%.

Alla base di questa crescita si colloca il rafforzamento del management e della governance aziendale. L’introduzione di figure chiave come cfo e comitati di controllo, insieme a sistemi di reporting evoluti e meccanismi di incentivazione legati a obiettivi strategici, contribuisce a creare un ownership mindset condiviso tra fondo e impresa.

Questa cultura della corresponsabilità e del risultato favorisce una gestione più consapevole, orientata al lungo periodo. Un ulteriore fattore di successo è rappresentato dalle operazioni di crescita inorganica, che consentono di consolidare settori frammentati e ampliare il perimetro competitivo. Le strategie di buy & build e gli add-on acquisitions rafforzano la capacità delle aziende di crescere in modo sostenibile, sfruttando sinergie industriali e competenze complementari.

Nel mercato italiano, caratterizzato da una forte presenza di PMI, queste operazioni rappresentano un volano per aumentare la scala e la solidità delle imprese. Il private equity si afferma così come partner industriale e strategico, in grado di accompagnare le imprese lungo percorsi di trasformazione che integrano innovazione digitale, sostenibilità e sviluppo delle competenze. Il valore creato non risiede solo nei risultati economici, ma nella costruzione di organizzazioni più robuste, strutturate e orientate al futuro.

Oggi, il private equity è un acceleratore di crescita industriale che coniuga redditività e impatto, contribuendo in modo concreto alla competitività del sistema produttivo italiano. La partita del valore, sempre più, si gioca all’interno delle aziende: nelle persone, nei processi e nelle scelte strategiche che trasformano il capitale in crescita sostenibile.