«Ho imparato tante cose, e con qualche anno in meno avrei anche potuto proseguire e mettere a frutto quest’esperienza», dice Luciano Cimmino, e accarezza con lo sguardo le foto di famiglia, una famiglia d’imprenditori, dal bianco e nero di cinquant’anni fa ad oggi, 1400 negozi e migliaia di dipendenti in mezzo mondo sotto le insegne Carpisa e Yamamay. «Ho anche imparato, dopo un paio d’anni a Montecitorio, una cosa importante sulla politica», prosegue il presidente del gruppo, uno degli imprenditori che si è dato in prestito a Montecitorio nella tornata elettorale del 2013 per poi dimettersi a metà mandato, gesto rarissimo nel nostro Paese: «Ho imparato che per fare politica a certi livelli o hai un ruolo attivo, esecutivo, oppure, se devi galleggiare facendo il ‘pianista’ sui banchi del Parlamento, e quando arrivi al 150esimo voto quotidiano non capisci più nemmeno su quale emendamento stai votando e devi solo guardare il capogruppo per seguire quello che fa lui, no: è frustrante. Avevo promesso che non mi sarei limitato a ricoprire un incarico ornamentale, e a un certo punto ho mantenuto la promessa. Questa è la mia sintesi».

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Ma a questa sintesi l’imprenditore napoletano, che cinque anni fa fu scelto da Mario Monti e Carlo Calenda come capolista di Scelta Civica a Napoli, aggiunge un corollario, molto importante alla vigilia di un voto minacciato come non mai dall’ombra dell’astensionismo: «Io non ho maturato biasimo o disprezzo per la politica, anzi ai giovani dico di interessarsene presto, di non astenersi, e di non arrivare a 70 anni come me per prendervi parte. La politica va seguita. Il Parlamento è una cosa importante, è lì che si costruisce il futuro, e non possiamo permetterci che vi siedano autentici ignoranti, il cui numero purtroppo sembra destinato ad aumentare nella prossima legislatura. Andiamo a votare e votiamo bene, scegliendo le persone giuste».

Torniamo ai ricordi, per un attimo: come fu che lei discese in campo?

Io non avevo mai pensato di candidarmi e neanche mi ero mai accostato alla politica. Potrei dire che mi sono candidato a mia insaputa…

Cioè?

Ero al matrimonio di mio figlio a San Juan di Portorico, e al rientro, mentre ero ai controlli, squilla il cellulare: era Carlo Calenda. L’avevo conosciuto quando era stato direttore generale del Cis. Mi spiegò che aveva avuto il compito di fare le liste per Scelta Civica, il partito nato intorno a Mario Monti. Mi disse: ‘Qua chi mi tira da una parte chi dall’altra, non ti dico che nomi mi hanno proposto da Napoli. Io ti conosco bene, posso candidarti?’ Guardai mia moglie e pensai: sarà una candidatura d’appoggio, una testimonianza, diamo una mano a Monti e a Carlo. Appoggiare Monti non mi dispiaceva affatto, ero convinto che ci avesse salvato da un disastro totale. Dissi di sì a Calenda. Partimmo e… al rientro in Italia, i giornali avevano già i titoli: ‘Cimmino capolista’. Io sobbalzai: ‘Ma così, da capolista, devo fare campagna elettorale!’, mi dissi. Chiamai Calenda per farmi spiegare, un po’ sorpreso del tutto positivamente. Mi spiegò che gli avevano proposto altri nomi inappropriati_ ‘Spero che tu non te ne abbia a male’. Cominciò così questa mia discesa, o salita, in campo…

Come andò la campagna?

Mi piacque farla, e mi impegnai moltissimo, quasi allo stremo psicofisico, mi feci prendere totalmente, fu una full immersion, rividi luoghi che non vedevo da anni. Commisi per ingenuità l’errore di non prenotarmi alcun ruolo, per il dopo, sbagliando. Probabilmente in un ruolo più attivo e partecipe avrei potuto far di più. 

E come andò il voto? 

Nel mio collegio Scelta civica prese 110 mila voti, e negli anni successivi ho constatato che molti erano voti di opinione e stima per me. Io feci una campagna nei limiti previsti dalla legge, cioè spesi 60 mila euro e non uno in più. 

E dunque, Montecitorio. Fu bello?

Be’, emozionante: entrare in quei saloni, sede in aula, e poi lavorare con tanti colleghi di partito di grande valore, da Paolo Vitelli ad Alberto Bombassei, allo scrittore Edoardo Nesi. C’era Andrea Vecchio, l’imprenditore siciliano antimafia che vive sotto scorta, c’era la scienziata Ilaria Capua, insomma eravamo un bel gruppo, persone perbene e qualificate. Ebbi anche la gratificazione di essere nominato, da Monti, vicepresidente di Scelta Civica. Mi proposi e fui accolto nella commissione Sviluppo Economico, presieduta da Guglielmo Epifani, persona seria.

Tutto bene, dunque. Ma allora perché le dimissioni?

Per tre motivi. Il primo fu che ho lavorato sodo, per 14 mesi, alla legge sugli orari commerciali. Partimmo con i Cinquestelle che volevano imporre 52 chiusure domenicali più 12 chiusure festive, e arrivammo ad approvare all’unanimità un testo che imponeva solo 6 chiusure in tutto, da scegliersi tra le 12 festività nazionali. La cosa che mi deluse profondamente fu che questo testo, approdato al Senato, si è insabbiato. E’ stato bloccata – sembra – per volontà di Renzi che non ha voluto creare scompiglio su un’innovazione di quella portata. All’epoca non ero nella sua compagine, lo fossi stato gli avrei contestato la cosa. Ebbene: quando ti accorgi che hai lavorato invano per 14 mesi a un progetto in cui credi, è frustrante. E nel frattempo…

Arriva il secondo motivo?

Sì: nel frattempo Monti decide di lasciare politica attiva e tenersi il seggio di senatore a vita, lasciandoci tutti in braghe di tela. Con questo, confermo tutta la mia stima per l’uomo e per quanto ha fatto per l’Italia, ma non si può dire che la sua sia stata una bella azione. Prima susciti risorse attorno a te, te ne poni alla guida e poi, senza una ragione cogente, te ne vai dicendo: arrangiatevi…

Terzo motivo?

Vedevo che, insieme a tante persone di valore, c’era però anche nelle file del parlamento come un vuoto pneumatico di competenze, mi chiedevo come facessero a diventare deputati soggetti con assoluta carenza di cultura….io ho fatto sempre l’imprenditore, in origine commerciale, ma ho sempre creduto che la cultura sia alla base della riuscita di ogni buon progetto. Dove ho trovato un substrato culturale, ho viste le cose crescere; senza, mai. Io dico: se non hai studiato, ma hai lavorato molto e bene, o hai un grande spirito artistico, insomma hai dei contenuti, dei talenti, almeno ci sono le basi. Ma quando non c’è niente, proprio niente, come si può pensare che possano assurgere ai vertici del Paese persone così totalmente sprovvedute? Io sono veramente molto preoccupato da quello che ho visto e ancor più dal futuro. Spero che alle prossime votazioni si guardino soprattutto gli uomini, visto che le ideologie sono tutte distrutte…

Dunque lei a metà legislatura sceglie di dimettersi… Scusi: e il vitalizio?

Non ho preso una lira, né la prenderò, i contributi di due anni e mezzo non mi sono stati versati…perché non ho fatto conteggi di questo tipo, prima di rassegnare le dimissioni, e così mi sono dimesso poco prima di averne maturato il diritto. 

Il rientro nella vita di prima?

Direi senza traumi, tutto bene, gli impegni appropriati, le relazioni di sempre, i progetti sempre nuovi. 

Neanche un rammarico?

Be’, sì. Da una parte mi sono sentito un po’ un traditore verso coloro che mi avevano dato il voto, confortato però dal fatto che molti mi hanno capito. E poi un’altra cosa. Essendo, di mio, una persona benestante, ho potuto devolvere tutti gli emolumenti percepiti in beneficenza, e quindi mi sono goduto il fatto di poter dare un appoggio concreto a tante iniziative utili… Certo, continuo a farlo, ma meno di prima ovviamente, in proporzione… Avere avuto quel surplus è stato bello e dover ridimensionare questo impegno nella solidarietà ai livelli precedenti mi ha fatto sentire un poco in colpa. Ma per il resto…