Che ne sarà di quel laboratorio di collaborazione “cosmopolitica” che è stata, negli ultimi due decenni, la stazione spaziale internazionale? La guerra tra Russia e mondo libero che cicatrici lascerà? Se lo chiedono in queste settimane anche in Italia decine, centinaia di imprenditori che stavano puntando sulla “space economy” e che temono di essere precipitati in un buco nero da guerre stellari. Prima i russi hanno annunciato che era in loro potere far schiantare al suolo la stazione orbitante Iss, magnifico esempio di collaborazione globale sul tema dello spazio. Poi l’Esa ha annunciato la fine della partnership con Roscosmos (l’agenzia spaziale russa) nel progetto Exomars, il programma continentale di esplorazione spaziale più ambizioso degli ultimi anni il cui scopo è cercare tracce di vita, passata o presente, nel sottosuolo. La partenza dell’operazione era stata fissata per il settembre di quest’anno, e a questo punto c’è da pensare che sia definitivamente tramontata. La risposta russa non si è fatta attendere, con l’annuncio che l’esplorazione del pianeta rosso verrà portata avanti da Mosca in solitaria. La nuova contrapposizione tra i blocchi ha portato ad altri effetti piuttosto complessi. «Ci sono state delle ricadute sia a breve che a lungo termine – spiega a Economy Raffaele Mauro, general partner di Primo Space, un fondo di venture capital che compra quote di aziende operanti soprattutto nel settore della space economy con l’obiettivo di farle crescere. È stato il primo veicolo di questo tipo nell’Europa continentale e il secondo in tutto il territorio dopo il Seraphin del Regno Unito. Fondato tra luglio e agosto del 2020, attualmente ha una dotazione di 86 milioni di euro e ha operato sette investimenti, tra seed ed early stage, con un ticket che varia dai 100mila ai 5 milioni. A livello globale, secondo Bryce, nel 2020 il venture capital è stato responsabile del 64% dei 7,6 miliardi di investimenti complessivi in start-up dedicate allo spazio. Cifra che è arrivata a 12,3 miliardi nel 2021. Tra il 2000 e il 2020 sono stati messi sul piatto 36,7 miliardi, di cui 26,2 dal 2015 in poi.
«Alcuni programmi di esplorazione», sottolinea Mauro, «si basano sulla cooperazione e collaborazione internazionale. L’esempio più evidente e noto, ma non l’unico, è quello dell’Iss che ha tra i suoi membri anche la Russia. Ma ci sono conseguenze anche nell’operatività immediata, perché le limitazioni all’accesso al cosmodromo di Bajkonur in Kazakistan, uno dei più importanti spazioporti al mondo, implicherà un riposizionamento delle molte attività di lancio già preventivate».
A farne le spese, ad esempio, OneWeb, azienda specializzata in satelliti che aveva preventivato il lancio di 36 elementi il 4 marzo scorso ma che ha avuto non pochi problemi con Roscosmos e le autorità russe. E ancora: il personale russo è stato smobilitato dalla Guyana francese, creando non poche difficoltà operative. Insomma, la nuova Guerra Fredda fa male allo spazio. Ma ci sono anche conseguenze di lungo termine che, per assurdo, potrebbero non essere così negative per il comparto. È il caso della scelta delle potenze mondiali di uno spazio sempre meno globalizzato e sempre più militarizzato, con delle conseguenze. In questo caso le aziende potrebbero dover riparametrare la propria offerta, ma potrebbero anche vedere aprirsi delle opportunità non indifferenti. Purtroppo, viene da aggiungere. Il sogno di uno spazio senza barriere e senza confini diventa nuovamente un’utopia, mentre si torna a parlare sempre più di scudi e di sistemi di difesa planetaria.
Tanti business in orbita
Degli oltre 350 miliardi di fatturato della space economy, il 73% è riconducibile all’industria satellitare, che include servizi per le telecomunicazioni, per l’osservazione della Terra e per il posizionamento. «È vero che il turismo spaziale e il volo umano sono quelli che emozionano maggiormente – prosegue Mauro – ma quando si parla di space economy la componente rilevante è quella dell’infrastruttura spaziale e delle tecnologie satellitari. In questo caso, in realtà, le applicazioni relative alle telecomunicazioni, all’earth observation e ai sistemi di posizionamento sono in uso da anni. Tuttavia possiamo vedere dei trend che si intensificano maggiormente e delle innovazioni legate all’accessibilità e riduzione dei costi. L’osservazione della Terra è sempre più importante per l’agricoltura, per il monitoraggio delle colture e l’irrigazione; per la logistica e i trasporti; per l’Internet of Things; per il monitoraggio delle infrastrutture; per la lotta al climate change. Sono tutti fattori fondamentali per il futuro. C’è un altro elemento: l’infrastruttura di internet si sta legando sempre di più allo spazio. Starlink è sicuramente l’azienda più attiva, ma ci sono anche Amazon, Google, Apple e ognuna di queste aziende sta facendo investimenti nello spazio».
Da notare come il peso dei satelliti nello spazio stia aumentando sempre di più. Secondo Bryce, nel 2020 è stato lanciato il 40%, cioè 1202 dispositivi, del totale mandato in orbita negli ultimi 10 anni. Una cifra che arriva al 69% se si considera anche lo scorso anno. Cresce soprattutto il numero di quelli di dimensioni più contenute, cioè sotto i 600 kg, che rappresentano il 94% del totale dei dispositivi lanciati lo scorso anno. La massa totale dei satelliti orbitanti è di circa 564 tonnellate, con un trend in aumento che porta con sé anche parecchi rischi: primo fra tutti quello di inquinamento dello spazio, ma anche il pericolo crescente di possibili collisioni tra i corpi che orbitano intorno alla terra. Cresce anche il numero di satelliti in orbita: sono circa 6.000, di cui quasi 2.800 operativi, il 54% a uso commerciale, il 16% governativo, il 13% militare, il 5% civile; la metà sono satelliti di telecomunicazione (49%), il 29% è attivo nel monitoraggio del pianeta e della sua atmosfera, il 12% nello sviluppo tecnologico e il 6% nella navigazione satellitare.
Se il privato batte il pubblico
Proprio Starlink, l’azienda che si occupa di lanci di satelliti e che fa parte della “galassia” – è proprio il caso di dirlo – di società che fanno capo a Elon Musk, è tra le più attive nella space economy, tanto che qualcuno ha iniziato a pensare che potesse essere pronta per “sostituire” i governi. SpaceX, che vale da sola oltre 100 miliardi di dollari e che ha contribuito a fare del manager sudafricano l’uomo più ricco del mondo, è stato il secondo operatore per numero di lanci nel quarto trimestre del 2021 dopo l’agenzia spaziale cinese. E negli ultimi 10 anni è stata responsabile del 42% del totale di lanci. «Il ruolo della autorità pubbliche – aggiunge Mauro – continuerà a essere centrale. Le dimensioni dell’economia che fa capo allo spazio continuano ad allargarsi, così come la presenza dei privati. Ma questo non significa che ci sia una diminuzione del peso delle agenzie spaziali tradizionali, anzi. Tutti i Paesi stanno incrementando gli investimenti perché è quello il futuro. Semmai, quello che aziende come SpaceX stanno contribuendo a fare è dimostrare che lo spazio non è appannaggio del settore pubblico. Elon Musk stesso, pur con le sue peculiarità, ha contribuito allo sviluppo di una maggiore consapevolezza intorno alla space economy e all’importanza delle discipline Stem. Certo, fa parte di quella “baronia” dello spazio per cui imprenditori come Richard Branson o Jeff Bezos hanno reinvestito i proventi di altre attività per costruire satelliti e altri velivoli. C’è però anche un lato oscuro: il mancato rispetto delle regole o della visione collettiva può creare qualche problema di troppo. Una cosa è certa, l’esplorazione dello spazio e la space economy sono un potente incentivo per pensare al futuro e agire con una visione di lungo termine». Tanto che con l’approvazione del Pnrr, l’Italia ha destinato risorse allo sviluppo di questo comparto per oltre un miliardo di euro, che verranno impiegati per il raggiungimento di vari obiettivi, dall’osservazione dei corpi celesti al monitoraggio dei fenomeni legati al climate change, dall’agricoltura di precisione alle previsioni meteo. A questo si aggiunge anche il piano nazionale per la space economy del valore di 4,7 miliardi complessivi. L’Italia, tra l’altro, è il terzo contributore netto dell’Esa, l’Agenzia Spaziale Europea, con poco meno di 600 milioni all’anno. Siamo quinti al mondo e secondi nel Continente per spesa destinata allo spazio in relazione al Pil (0,55% della ricchezza). A livello complessivo la space economy ha un valore stimato attuale tra i 350 e i 380 miliardi di dollari e, secondo diverse fonti si arriverà sopra al trilione entro il 2040. Considerati i tempi piuttosto lunghi per la realizzazione di questi progetti, significa che fin d’ora sta aumentando nettamente il peso dello spazio nelle nostre economie.
Un po’ di amarcord
Ma il conflitto tra Russia e Ucraina ha riportato indietro le lancette. La scollatura tra Mosca e la Nato, le minacce neanche troppo velate di un conflitto atomico, la sensazione di crescente tensione e la percezione che i tempi della “cortina di ferro” non sono poi così lontani. Una delle caratteristiche della Guerra Fredda fu quella di innescare una corsa verso lo spazio che culminò nel primo volo transorbitale di Juri Gagarin il 12 aprile 1961 e nell’operazione di “conquista” della Luna il 12 luglio 1969 con Neil Armstrong e Buzz Aldrin che riuscirono a posare il piede sul satellite. In quegli anni i programmi spaziali di Usa e Urss erano avanzatissimi, ma anche Regno Unito e Canada non erano da meno. E allo stesso modo l’Italia. Nel 1962, infatti, il nostro Paese fu tra i pionieri di un programma sperimentale, ribattezzato poi Progetto San Marco, per l’addestramento di tecnici iperspecializzati in tandem con gli Usa. Due anni dopo fu la volta del primo lancio di un satellite interamente costruito e lanciato da una nazione europea. Il San Marco 1 era ben diverso dagli attuali dispositivi per l’esplorazione spaziale. Pesava circa 115 kg e venne lanciato in orbita per condurre studi sulla ionosfera. Il progetto San Marco, dopo aver raggiunto l’apice alla fine degli anni ‘60, conobbe poi una fase di declino prima di essere definitivamente accantonato nel 1979. Ma l’eredità rimane pesante con sette astronauti che hanno portato a termine missioni nello spazio per complessivi 755 giorni trascorsi fuori dai perimetri canonici della Terra. Per oltre due anni consecutivi, dunque, nelle varie missioni c’è stato un esponente del nostro Paese. Un bel traguardo.
















