L’evoluzione procede per catastrofi: disastri naturali, guerre, epidemie. Il Covid dice ai sordi e a chi non vuol sentire, che la civiltà industriale è finita il 9-11 (suggestione: nine-eleven) 1989 e la civiltà informatica costruisce un altro mondo. Il modello di sviluppo fondato su poche megalopoli ove concentrare tutte le possibilità e le risorse (economiche, tecnologiche, umane) è sbagliato: fa i ricchi sempre più ricchi, i poveri più poveri; ed è fragile: colpita la “testa”, il sistema si blocca: da New York, Los Angeles, San Francisco… e da Milano si torna a riabitare l’interno vuoto, cioè da noi Sud e dorsale appenninica, i due terzi del Paese (condannati al minimo di trasporti, infrastrutture, servizi, diritti costituzionali). Il futuro è lì. Da remoto. La Lombardia è stata la peggiore a gestire il morbo (Le Monde: “Lombardia: autopsia di un disastro”; Los Angeles Times: “il disastro del virus in Lombardia è una lezione per il mondo”, gli errori commessi “saranno studiati per anni”). Il Sud ha fatto meglio e con meno (la spesa pubblica pro-capite per la salute nella Provincia di Bolzano è di quasi 185 euro, in Calabria 16) e ha ospitato e guarito malati lombardi (il Veneto no, nonostante il 60 per cento dei posti letto di terapia intensiva vuoti). Per El Pais il virus ha capovolto i ruoli storici del Nord e del Sud d’Italia e la migrazione dalla Lombardia al Sud indica il futuro; le tv anglosassoni scoprono l’eccellenza degli ospedali di Napoli (il Cotugno, unico senza contagi fra malati e personale sanitario) e gli italiani lo apprendono traducendo dall’inglese (i sociologi Valentina Cremonesini e Stefano Cristante analizzano 30 anni di Tg1, tv di Stato!, e mostrano che dedica al Sud, 34 per cento della popolazione, il 9 per cento del tempo, quasi solo mafia e malasanità). Mentre si pubblicizzava l’ospedale della Fiera di Milano, costato circa 25 milioni, in due mesi, per una dozzina di malati, a Napoli ne facevano uno per 72 posti, con 7 milioni, in 30 ore “e 45 secondi”. Per il presidente della Toscana, Enrico Rossi, non fosse stata la Lombardia, ma una regione del Sud, l’avrebbero commissariata.
Nel 1973, il colera a Napoli, debellato in due mesi, 24 morti. Da allora si insultano i meridionali “colerosi” (Matteo Salvini ci ha rimediato una condanna per razzismo). A ruoli invertiti, nulla per i quasi 17mila morti di Covid nella sola Lombardia, ma giornali e tv parlando di “astio verso i primi della classe”, da parte dei terroni, “razzismo”, come se da Sud augurassero stragi di padani, tipo: Vesuvio ammazzali tutti, o li chiamassero “porci”, “topi da derattizzare”, “di merda”.
Se la politica italiana non continuasse a ostacolare lo sviluppo del sud, in pochi anni saremmo primi in europa
“Il male del Nord” (il mio libro) è che non è più “quel” Nord e il Sud è sempre meno “quel” Sud. Da un secolo e mezzo, lo Stato concentra gli investimenti pubblici a Nord (in Lombardia circolano più treni che in tutte le regioni del Sud messe insieme), alimentandone l’economia e l’idea che “il più” sia un merito locale. Ma di quella economia figlia dei soldi di tutti, non resta niente: dai giganti della chimica (la Pirelli? Cinese) alla meccanica (la Fiat è via). Si sono venduti i grattacieli di Milano, l’Italian style, l’Italian food, i giocattoli: Milan e Inter sono cinesi. Il Nord campa di risorse sottratte alla cassa nazionale, con “la spesa storica” (ed Expo, Mose, Olimpiadi…). L’ente statale Conti Pubblici Territoriali documenta che ogni anno, 61-62 miliardi (dieci ponti sullo Stretto) sono tolti al Sud e girati al Nord. “Locomotiva”? Il resto d’Europa, dal 2000, è cresciuto dal 18 al 38 per cento, l’Italia è ferma fra zero e zero virgola.
Alberto Quadrio Curzio e Marco Fortis in “L’economia reale del Mezzogiorno”: se l’Italia non ostacolasse lo sviluppo del Sud, in pochi anni saremmo primi in Europa. Il covid-19 è venuto a dire: o questo, ora, o l’Italia si spezza per secessione del Sud.
















