C’è un’Italia industriale che corre, esporta, compete e regge il confronto con le grandi economie europee. E poi ce n’è un’altra che fatica, resta indietro e fatica a trasformare innovazione e crescita in risultati concreti. A separare questi due mondi non è tanto la dimensione quanto la qualità della gestione. In altre parole, la presenza – o l’assenza – di manager.
Il dato, emerso durante un evento istituzionale al Ministero delle Imprese e del Made in Italy, fotografa una realtà difficile da ignorare: su circa 370mila imprese industriali italiane, solo una piccola quota può dirsi davvero managerializzata. Una minoranza che rappresenta appena il 5% del totale, ma che concentra una fetta significativa della capacità competitiva del Paese.
A sottolinearlo è stato Valter Quercioli, presidente di Federmanager, intervenendo all’inaugurazione della mostra dedicata agli 80 anni di eccellenze industriali. Il paradosso è evidente: poche imprese, ma decisive. Sono loro a sostenere gran parte del valore del Made in Italy sui mercati internazionali, grazie a livelli di produttività che, in molti casi, risultano allineati a quelli di competitor come Germania e Francia.
Il confronto diventa meno favorevole quando si guarda al resto del tessuto produttivo. Nelle aziende più piccole e meno strutturate, la produttività per addetto scende in modo significativo, evidenziando un divario che non è solo dimensionale ma soprattutto organizzativo. La presenza di una guida manageriale, capace di pianificare, innovare e gestire la complessità, fa la differenza tra chi compete e chi resta ai margini.
In uno scenario economico sempre più instabile, segnato da transizioni tecnologiche accelerate, dalla sfida energetica e da nuovi equilibri geopolitici, questo gap rischia di ampliarsi ulteriormente. Le imprese chiamate a confrontarsi con mercati globali, supply chain complesse e innovazione continua hanno bisogno di competenze gestionali avanzate. Senza una struttura manageriale adeguata, la trasformazione rischia di rimanere incompleta.
La questione, quindi, non riguarda solo l’efficienza delle singole aziende, ma il posizionamento complessivo del sistema economico italiano. L’obiettivo indicato dal mondo manageriale è ambizioso ma chiaro: aumentare in modo significativo il numero di imprese guidate da manager, portando nuove realtà dentro un modello organizzativo più evoluto. Si tratta di un passaggio cruciale per rafforzare le filiere produttive, sostenere l’innovazione e generare quel valore necessario a mantenere in equilibrio crescita economica e sostenibilità del welfare.
Il rischio, altrimenti, è quello di un Paese diviso in due: da una parte un nucleo ristretto di imprese competitive a livello internazionale, dall’altra una platea ampia ma fragile, meno attrezzata per affrontare le sfide del presente. In mezzo, una leva – quella manageriale – che può ancora fare la differenza.
















