All’indomani del “no” referendario che ha affossato la riforma della giustizia proposta dal governo Meloni, la situazione della macchina giudiziaria italiana — tra lungaggini inammissibili, peggiori delle medie europee, e iniquità conclamate — è e resta un problema gravissimo, duramente nocivo per l’Azienda Italia.

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Oggi, se si ha un credito incagliato con un qualsiasi debitore privato inferiore ai 15-20 mila euro, è inutile sperare di recuperarlo invocando la giustizia: non accadrebbe, e il tentativo costerebbe tanto denaro e tantissimo tempo. I cosiddetti “piccoli reati” — che piccoli non sono affatto: scippi, furti d’appartamento, spaccio, rapine, truffe — non vengono quasi più denunciati dagli italiani (e solo da pochi extracomunitari convinti di vivere in un Paese civile). Non esiste una vera strategia di contrasto al narcotraffico; il riciclaggio imperversa nelle zone ricche del Paese, il caporalato in quelle più povere.

Negli ultimi trent’anni centrodestra e centrosinistra si sono passati il testimone dell’ipocrisia, ciascuno accusando l’altro di inazione sulla giustizia ma essendo in realtà entrambi gravemente colpevoli. Il referendum non avrebbe minimamente intaccato questi problemi, ma avrebbe costituito un segnale di svolta.

Ma il nuovo problema politico aperto da quel “no” è un altro: dopo lo smacco del 22 e 23 marzo, come ne esce il governo Meloni? Come un’anatra zoppa.

La gente non ha risposto compatta ai tredici minuti di sproloquio della premier in persona; le intemperanze verbali del ministro Nordio, pur simpatiche, non hanno pagato; le prodezze di un sottosegretario alla Giustizia impresentabile si sono fatte sentire; forse l’appoggio acritico dell’intera compagine alle mattane di Donald Trump è stato controproducente.

Fatto sta che oggi il governo non sembra avere più la benché minima chance di prevalere in alcun altro referendum costituzionale che dovesse rendersi necessario per far passare qualcuna delle altre riforme di peso promesse quattro anni fa agli elettori.

Il governo Meloni si era impegnato sul fronte della giustizia, e ha perso; aveva fatto promesse sul premierato — dove aveva già perso Renzi — e dove difficilmente la premier avrà ancora voglia di misurarsi; si era impegnato sull’autonomia differenziata “rafforzata”, cara alla Lega, e non se ne parla più; e sul rafforzamento dei poteri dell’esecutivo — e apriti cielo.

È facile prevedere che, a questo punto, Giorgia Meloni si guarderà bene dal persistere su questa linea di riforme forti; ma anche quelle non costituzionali — una per tutte, la riforma fiscale — finiranno con l’impantanarsi, a causa di questo crollo della fiducia che il governo di centrodestra era sembrato finora aver scongiurato, contrariamente a quanto accaduto solitamente a tutti i governi longevi della storia della Repubblica italiana nell’ultimo biennio del loro mandato.

Ma la scommessa su cui Meloni & C. si giocheranno una riconferma alle prossime politiche sarà proprio quella di realizzare comunque le riforme fattibili, a cominciare da quella fiscale, ancora a bagnomaria e sostanzialmente poco incisiva rispetto ai numerosi aspetti inutilmente vessatori dell’operato di alcuni settori della pubblica amministrazione.

L’Azienda Italia ha un disperato bisogno di efficienza, velocità e sburocratizzazione. Una riforma della macchina giudiziaria doveva e poteva essere la premessa di ulteriori misure capaci di spingere il Paese nella direzione giusta, tanto più che anche l’Europa soffre di una paralizzante tendenza al formalismo burocratico. Ma, appunto, la sfida referendaria perduta da Meloni non deve avere l’effetto collaterale di bloccare anche le riforme fattibili in Parlamento. A saperci lavorare, senza inutili toni cesaristi.