Con l‘editoria d’informazione sta andando in crisi la democrazia, sempre più alla mercé di fake news e social media. I Paesi avanzati non possono permettersi un simile danno, devono agire e prevenire il peggio. Qualcosa si sta facendo, ma non basta; di più occorre fare, anche attingendo a risorse pubbliche. Perché se oggi il cinema nazionale assorbe la bellezza di 500 milioni di euro di denaro pubblico, all’editoria ne vanno in totale meno di 100: e sì, l’informazione libera e pluralista è un valore tutelato dalla Costituzione. Ma se il mercato priva i giornali professionali delle risorse minime per sopravvivere, un principio costituzionale di tale importanza viene calpestato.
È anche questo il messaggio che ha attraversato il convegno sul futuro dell’editoria promosso dal Corriere dell’Umbria, fiore all’occhiello del gruppo eCampus-Link University creato da Francesco Polidori e dalla sua famiglia. A Città di Castello, nella splendida cornice dell’Umbria del Nord, sono arrivati praticamente tutti i massimi esponenti del settore: dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega all’editoria, Alberto Barachini, al presidente dell’Agcom, Giacomo Lasorella. Una sorta di “stati generali” spontanei, nati dalla percezione condivisa che il sistema-informazione si trovi oggi davanti a un bivio.
Una crisi che non è più una crisi: è una svolta epocale
“Il presente è complicato, il futuro è tutto da vivere, magari non sotto la dittatura dell’intelligenza artificiale”, ha osservato Sergio Casagrande, direttore del Corriere dell’Umbria, con un’immagine efficace, perché fotografa lo stato d’animo di un’industria che ha smesso di chiedersi se cambiare e ha iniziato a chiedersi come sopravvivere. “Qui non siamo di fronte a un periodo di crisi – ha aggiunto – una crisi può essere momentanea, può essere superata. Qui siamo davanti a una svolta epocale, dove l’intelligenza artificiale sta prendendo il sopravvento addirittura sul lavoro dei giornalisti”.
Il tema non è più l’andamento del cartaceo in sé — che è in declino da oltre un decennio — bensì la ridefinizione dell’intero ecosistema informativo: produzione, distribuzione, modelli di business, qualità delle fonti, ruolo dei professionisti, funzione pubblica dell’informazione.
Cinque panel per discutere un sistema allo stremo
Il convegno ha articolato il confronto in cinque panel che hanno attraversato il cuore della crisi: dal tramonto delle edicole alle nuove forme di fruizione frammentata, fino alla sfida più grande, quella di un pubblico — soprattutto giovane — che “vive” notizie in pillole, spesso catturate nel flusso dei social, più facilmente esposto a fonti inattendibili. Non sono mancati, naturalmente, gli attriti. “Gli editori attaccano la legge di bilancio», si è detto con franchezza. Dall’altra parte i giornalisti denunciano la sordità degli editori sul rinnovo contrattuale, scaduto nel 2016: «I giornalisti hanno interrotto il tavolo di discussione aperto con gli editori — ha ricordato un rappresentante sindacale — e auspichiamo che si possa riprendere al più presto questa discussione”.
Il 28 novembre è previsto uno sciopero nazionale. “Non c’è futuro senza giornalisti”, è stato ribadito dal palco, «garanti del diritto dei cittadini a essere informati”. Un diritto che oggi è il più minacciato, proprio mentre cresce l’abitudine a forme di informazione rapide, non verificate, decontestualizzate.
Sostenere l’editoria significa sostenere la democrazia
Il sottosegretario Barachini ha difeso il percorso intrapreso dal governo, rivendicando gli interventi attuati a favore del settore: “Abbiamo lavorato in questi anni con tante misure a sostegno degli editori, degli editori locali, della stampa locale, delle edicole, e lavoreremo anche in prospettiva”. Poi l’impegno, reso esplicito davanti alla platea: 2Stiamo cercando risorse, abbiamo misure per sostenere l’editoria in un momento sicuramente complesso, ma che con la responsabilità condivisa fra le istituzioni e gli editori possiamo sicuramente superare”.
Parole importanti, ma che non cancellano il nodo centrale: la dimensione del sostegno pubblico all’informazione non è paragonabile a quella garantita ad altri settori culturali. Il cinema, giustamente considerato un’industria strategica, assorbe circa 500 milioni di euro l’anno, come si diceva all’inizio e come ha ricordato al convegno Francesco Dini, vicepresidente della Fieg; l’intero comparto editoriale, sommando tutto, non arriva a 100. Uno squilibrio che non può più essere rubricato tra le casualità della spesa pubblica: è una precisa scelta politica, e oggi mostra i suoi limiti. Perché dall’Umbria parte una linea di resistenza. Che proprio l’Umbria — una regione piccola, con una tradizione editoriale radicata — faccia da catalizzatore a questo dibattito nazionale non è un caso. Qui più che altrove la crisi della stampa locale è percepita come una perdita di presidio democratico: meno cronisti significa meno controllo, meno trasparenza, meno comunità.
Per questo l’iniziativa del Corriere dell’Umbria ha avuto un valore che va oltre la semplice riflessione teorica. È stato un tentativo concreto di costruire una linea di resistenza culturale e politica, ponendo al centro la domanda decisiva: può una democrazia avanzata permettersi che il suo sistema informativo collassi?
La risposta che arriva da Città di Castello è chiara: no. E per evitarlo serve un patto nuovo — tra editori, giornalisti, istituzioni, università, territorio — che ricolloca l’informazione nel posto che le spetta: un’infrastruttura della democrazia. In Umbria è stata accesa una miccia: spetterà al Paese decidere se lasciarla bruciare nel vuoto o usarla per illuminare una strada di riforme che non è più rimandabile.
















