Da venticinque anni, sul colle di Bertinoro, piccolo borgo in provincia di Forlì, si parla di economia sociale. Ma mai come oggi questo tema è diventato centrale per comprendere la traiettoria del Paese. Perché? Perché i fatti, non le opinioni, dimostrano che il sociale è reale, e che la competitività dell’impresa e del sistema Italia poggia su una base apparentemente intangibile, ma maledettamente concreta: quella delle relazioni, della fiducia, dei legami che tengono insieme comunità e produzione, capitale umano e capitale economico. Nell’edizione 2025 delle Giornate di Bertinoro per l’Economia Civile, la più longeva piattaforma italiana di riflessione su questi temi, si è tornati a interrogare la libertà, non quella “da”, difensiva, né quella “di”, individualista, ma la libertà “per”: la libertà che orienta, costruisce e genera. Perché senza una libertà orientata da uno scopo non esiste sviluppo, ma solo crescita; non esiste bene comune, ma somma di interessi. È questa la tensione ideale che trasforma le transizioni in trasformazioni. Ed è la stessa logica che anima l’economia sociale, che non nasce per riparare i danni del mercato o dello Stato, ma per costruire un modo diverso di produrre valore.

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Oggi in Italia l’economia sociale è molto più che un settore: è una infrastruttura produttiva e civile.

Secondo l’Atlante dell’Economia Sociale presentato da Aiccon, il perimetro conta oltre 428 mila organizzazioni, 1,8 milioni di lavoratori e quasi 160 miliardi di euro di fatturato, pari al 7,5% del valore complessivo dell’economia nazionale. Numeri che raccontano un pilastro strategico, spesso invisibile, ma decisivo per la tenuta e l’innovazione del Paese. È in questo spazio che si costruiscono modelli organizzativi più resilienti, filiere di impatto e nuove forme di impresa comunitaria che legano il mutualismo al neomutualismo: per ogni 100 euro di fatturato, la cooperazione ne genera altri 28 in società collegate. Dati che rivelano come il valore sociale non sia un effetto collaterale, ma una leva economica a tutti gli effetti.

La recente rilevazione Istat sul non profit conferma il trend: 368.367 organizzazioni attive (+2,3% in un anno), 949.200 dipendenti (+3,2%) e una crescita significativa nel Mezzogiorno (+4,1%), dove il terzo settore si configura come infrastruttura di sviluppo locale. Le fondazioni e le associazioni di promozione sociale crescono, mentre le cooperative sociali, pur in lieve calo, continuano a rappresentare oltre metà dell’occupazione del comparto. È la fotografia di un’Italia plurale che innova dal basso e che, nel silenzio dei grandi numeri, sta ridefinendo il concetto stesso di produttività.

Ma se “reale è sociale”, è anche perché il modello economico attuale non regge più.

Negli ultimi dieci anni, mentre il Pil cresceva – seppur di pochi punti percentuali in termini reali – le persone in povertà assoluta sono passate da 4,1 a 5,7 milioni. Un aumento di oltre il 40%, che non è un incidente di percorso ma un sintomo di sistema: il Paese produce ricchezza, ma non la rigenera. Cresce, ma non redistribuisce. Questa frattura tra crescita e coesione è la vera emergenza economica italiana, e la nuova legge di bilancio lo mette in chiaro: in futuro le risorse pubbliche da distribuire saranno sempre meno rilevanti, e questo impone un cambio di paradigma.

Non potremo più contare solo sulla spesa pubblica come leva di riequilibrio; sarà necessario un modello di sviluppo capace di unire coesione e competitività, dove il valore sociale diventi parte integrante della produttività economica. In altre parole: un’economia che valorizzi ciò che genera valore – non solo ciò che produce profitto – e che metta in relazione capitale economico e capitale sociale.

È qui che entra in gioco il nuovo Piano Nazionale per l’Economia Sociale, promosso dal Ministero dell’Economia e delle Finanze e in consultazione pubblica fino al 12 novembre 2025.

Per la prima volta, l’Italia riconosce formalmente il ruolo di un’economia che misura il proprio impatto non solo in termini di Pil, ma nella capacità di generare fiducia, inclusione e valore pubblico.

Il Piano, se attuato con visione, può diventare una politica industriale per la sostenibilità integrale, e non un mero esercizio di ricognizione amministrativa. Definisce perimetri, strumenti di finanza dedicata, incentivi alla formazione e sistemi di misurazione dell’impatto sociale. Ma per essere davvero trasformativo deve essere attraversato da un principio: l’integrazione.

L’economia sociale deve entrare nelle filiere produttive, nei piani territoriali, nella transizione verde e digitale, nei programmi di investimento pubblico. Non come “addendum etico”, ma come infrastruttura di sviluppo nazionale. Per riuscirci servirà un nuovo protagonismo della Pubblica Amministrazione, chiamata non solo a regolare ma a orientare. Gli appalti, i fondi europei e il Pnrr devono diventare leve di co-produzione, non di mera distribuzione episodica.

Serve una finanza d’impatto capace di investire sulla fiducia e sulle relazioni, e un’impresa che riconosca nel mondo cooperativo e comunitario una risorsa competitiva, non un vincolo. Il salto non sarà economico, ma culturale: passare da un’idea di efficienza che esclude a una di efficacia che include; da una crescita che consuma a una crescita che rigenera.

È in questa direzione che si muove l’Emilia-Romagna, prima regione italiana ad aver istituito una delega specifica all’Economia Sociale e ad avviare una strategia regionale che punta a incidere non solo sul welfare, ma anche sul sistema produttivo, industriale e della conoscenza.

Un modello che mira a trasformare l’economia sociale da “settore di nicchia” a infrastruttura di sviluppo, capace di alimentare un nuovo patto produttivo fondato sulla collaborazione, sulla fiducia e sulla partecipazione attiva delle comunità.

L’economia sociale non è dunque la “terza via” tra Stato e mercato, ma la via maestra per un’economia finalmente a misura di società. Perché la vera modernità non è produrre di più, ma produrre insieme. Ed è questo, in fondo, il messaggio che da venticinque anni Bertinoro consegna al Paese: ricordarci che la libertà, lo sviluppo e la giustizia non sono variabili dell’economia, ma la sua condizione di possibilità. Che senza relazioni non c’è valore e he il reale è sempre… sociale.