Da un lato l’ampliamento dello storico divario nord-sud, con le imprese centro-meridionali che, come attesta l’ultimo Rapporto regionale Pmi Confindustria – Cerved, rischiano di pagare il prezzo più alto nonostante il Covid-19 abbia colpito soprattutto al nord. Dall’altro l’emergere di un’arretratezza dello stesso nord, resa evidente in particolare dagli errori e dai ritardi del sistema sanitario in Lombardia. Ma soprattutto la crescente frammentazione del Paese, non solo tra nord e sud ma anche all’interno di ciascuna zona: un fenomeno che come riportato dall’Istat si è accentuato a partire dalla crisi del 2008, e si è rafforzato negli ultimi mesi. Visto il quadro, non sorprende che alle elezioni regionali di questo mese di settembre la coalizione che sostiene il governo Conte si presenti in ordine sparso.
Il fronte del Covid ha esasperato la crescente frammentazione del paese, non solo tra nord e sud, ma tra le diverse regioni
È un’eredità divisiva quella che ci lascia la pandemia. Ci sono troppe Italie, ma c’è anche un’occasione che non capiterà più: quella di riportarle a unità grazie al collante dei fondi europei anti Covid-19. Centinaia di miliardi di euro che se ben utilizzati, il che non è affatto scontato visti i precedenti, potrebbero permettere di ricucire la storica lacerazione nord – sud, di curare i malanni dello stesso nord, e last but not least di rendere più omogeneo un tessuto nazionale estremamente asimmetrico: più che il Paese di Pulcinella, sembra quello di Arlecchino. «Stiamo uscendo dalla pandemia con un’Italia che ha aumentato al suo interno le distanze» dice Giuseppe Tripoli, segretario generale di Unioncamere, «da diversi punti di vista: settoriale, visto che ci sono settori che hanno chiuso del tutto durante il lockdown e altri no; per differente dotazione infrastrutturale delle aree, si pensi ad esempio che solo dove la connessione alla Rete era effettiva la scuola ha potuto svolgere una decorosa formazione a distanza; ma anche per genere, visto che le nuove imprese femminili sono calate più di quelle maschili nel periodo della pandemia; così come per aree territoriali, alcune ripartite più rapidamente di altre». I dati Istat confermano la crescente disomogeneità del Belpaese: tra il 2008 e il 2017 il Pil è calato in tutte le regioni tranne il Trentino Alto Adige e la Lombardia, ma in misura molto diversa. E se è vero che il nord ha fatto meglio del sud, è anche vero che la Puglia ha battuto il Piemonte e la Campania ha superato la Val d’Aosta. Se poi si guarda alla creazione di valore aggiunto, ecco che l’Italia si mostra per quello che è, un Arlecchino appunto: la variazione dal 2008 al 2016 premia il nord, ma come sottolinea l’Istat la variabilità all’interno di ciascuna zona è molto ampia: a nord si va dal +23,1% di Bolzano al -11,0% di Imperia, al centro dal +13,5% di Livorno al -14,3% di Rieti, al sud dal +13,8% di Catanzaro al -13,5% di Matera e Campobasso.
Il Covid-19 non ha fatto che peggiorare le cose, e le troppe Italie si sono appalesate con una qualche comicità, pur nella tragedia, al momento della riapertura dopo il lockdown il 14 aprile scorso: la distanza di sicurezza, ovunque di un metro, in Toscana era di un metro e ottanta; i negozi di vestiti per bambini erano accessibili a tutti gli italiani, tranne ai sardi e ai piemontesi; e per andare in libreria bastava non essere lombardi, e si può capire, ma anche campani o trentini… Secondo il Rapporto regionale Pmi 2020 Confindustria – Cerved, l’emergenza sanitaria produrrà quest’anno effetti peggiori sui conti delle aziende del nord, ma lascerà ferite più profonde nel sud, in termini di struttura finanziaria e di capacità di rimanere sul mercato: i dati sulla redditività, che al centro-sud cala di più nel 2020 e crescerà di meno nel 2021, lo confermano. Così, il direttore generale per la Politica regionale della Commissione Ue, Marc Lemaitre, ha espresso al governo italiano la sua preoccupazione per l’esiguità degli investimenti statali al sud: lo 0,43% contro il 4% delle regioni dell’Europa centrale che come il Mezzogiorno ricevono i fondi strutturali. Proprio da Bruxelles sono in arrivo le risorse che possono permettere il varo di un piano di programmazione economica che miri a un recupero di sviluppo omogeneo. «L’Europa ha fatto un significativo scatto in avanti» sottolinea Tripoli, «si è mutualizzato non solo il debito necessario per superare la crisi generata dall’epidemia, ma si è condivisa anche la soluzione ad un problema comune, si è trovata una modalità che consente ai Paesi membri, e tra questi all’Italia, di aggiungere risorse che non pesano sul loro debito pubblico interno, le focalizza su obiettivi prioritari, cioè sanità, digitale, economia sostenibile e circolare». Oltre all’opportunità, però, ci sono le difficoltà. «Le risorse messe a disposizione da Bruxelles sono molto più rilevanti, e i tempi di utilizzo ridotti di più della metà, rispetto ai vari Fondi europei finora gestiti» osserva il segretario generale di Unioncamere, «questo ci metterà alla prova su tre necessità: definire gli obiettivi, mettere in fila i programmi e infine realizzarli rispettando i tempi rapidi che sono stati previsti. Non sarà facile, visto che abbiamo un track record spesso non brillante nella capacità di spesa dei fondi europei».
La legge Bassanini ha reso le regioni simili a piccoli stati e l’abolizione delle province ha accentuato la frammentazione
Per il sociologo controcorrente Domenico De Masi, se le nuove risorse dell’Ue riusciranno oppure no a rendere meno diseguale l’Italia dipende da come verranno utilizzate. «Se la filosofia di fondo che guiderà il governo sarà di tipo neoliberista, le distanze non si ridurranno, anzi si accentueranno» afferma De Masi, «questo è sicuro, è insito nel modello neoliberista di allargare le disparità, come accade ovunque nel mondo. Se invece la filosofia sarà di tipo socialdemocratico, allora le distanze si ridurranno. Sono due politiche aut aut, o si sceglie una o l’altra, non ci sono i fondi, per quanto ingenti, che permettano di portare avanti quelli che stanno avanti e trascinare velocemente quelli che stanno dietro». Su come si comporterà l’esecutivo in carica se sarà chiamato a gestire il recovery fund, De Masi ha le idee chiare: «Reddito di cittadinanza e nazionalizzazione delle autostrade sono due cose da socialdemocrazia» osserva il sociologo, «è il motivo per cui Conte ha il consenso, che è fatto da tutti, anche dai poveri». Per De Masi è proprio l’adesione al modello neoliberista a spiegare il fiasco del modello sanitario lombardo di fronte alla sfida della pandemia: «Il nord, e in particolare la Lombardia che ha un governo della Lega da molti anni, è avanzato in senso neoliberista» scandisce il sociologo, «ma il progresso neoliberista ha i piedi d’argilla quando avvengono fatti come la pandemia che richiederebbero maggiore solidarietà, mentre è più forte nei momenti in cui occorre competitività: il che è implicito nel modello basato sulla concorrenza, sull’egoismo, sulle idee di Adam Smith. È un modello che ha presentato le sue crepe ovunque nel mondo si sia presentato il coronavirus, a New York non meno che a Milano, perché è basato sul privato, trascura gli aspetti solidali, manda i vecchi negli ospizi. Inoltre anche in caso di pandemia tende a chiudere le aziende il più tardi possibile e a riaprirle quanto prima, con un concetto di lavoro post calvinista che confligge con la tutela della salute. E la Lega era contraria a ogni chiusura, come Bolsonaro, come Trump». Anche Giuseppe Tripoli vede un legame tra quanto accaduto nel nord del Paese e lo scenario internazionale: «La globalizzazione ha posto una serie di problemi: se l’economia è globale bisogna avere sistemi di sicurezza solidi» rimarca, «altrimenti le persone si sentono molto esposte; questo accade ogni volta che una crisi esplode, abbia essa origine finanziaria, o terroristica, o pandemica o, e già si intravede, climatica. Il sistema di sicurezza sociale in Italia, mi riferisco non solo al sistema sanitario ma più in generale al welfare, ha pagato molto in questi anni in termini di riduzione degli investimenti pubblici. È stato indebolito in misura pressoché equivalente al nord, centro e sud». Tutto il Paese ha insomma bisogno di recuperare il terreno perduto. Per farcela, come ha detto il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, l’uso dei fondi Ue dovrà essere tempestivo, concreto ed efficace.

















