L’altro ieri Trump dato per ricoverato d’urgenza, poi smentita, oggi di nuovo tutto normale alla Casa Bianca: il circo continua, insomma. Ma mentre l’attenzione è sulle condizioni di salute del presidente, la vera domanda per il resto del mondo è un’altra: cosa succederebbe se al suo posto ci fosse JD Vance?
Vance è, in sostanza, Trump senza la componente spettacolo. Stessa grammatica populista, stesso bersaglio preferito – migranti, élite liberal, media, capitali globali – ma confezionata in un discorso più ordinato, più risentito, più coerente. Dove Trump urla, Vance spiega. Il risultato però non è più moderazione, è solo più metodo.
Sul capitolo immigrazione Vance è l’uomo della “maxi pulizia”. Per lui l’America è vittima di un’“invasione” che spiega tutto: salari stagnanti, affitti alle stelle, criminalità, declino della classe media. La risposta non è gestire i flussi, ma ridurli drasticamente, anche quelli regolari, e attrezzare lo Stato per deportazioni di massa. In più non si fa scrupolo a rilanciare storie palesemente inventate, come i migranti che rubano e mangiano i cani dei vicini in Ohio: un’anticipazione di quanto il confine diventerebbe, sotto un presidente Vance, non un dossier, ma il tema unico della politica interna.
In economia Vance si vende come il becchino del vecchio liberismo repubblicano. Il libero mercato non è un valore, è una leva da piegare a vantaggio dell’industria domestica: dazi generalizzati, soprattutto contro Cina ed Europa, e una politica industriale muscolare per semiconduttori, difesa, manifattura pesante. È la promessa di riportare a casa le fabbriche, con un occhio alla Rust Belt e uno ai grandi gruppi che vivono di appalti federali. Il conto arriva sotto forma di prezzi più alti, ritorsioni commerciali e bilanci pubblici sotto pressione, ma su questo dettaglio la campagna è tradizionalmente più sfumata.
In politica estera Vance appartiene alla scuola del “meno mondo, più America”. L’Ucraina diventa un costo da ridurre, l’Europa un alleato che deve pagare di più, la Cina il nemico sistemico su cui concentrare le energie. Meno armi e assegni per Kiev, più pressioni su Bruxelles perché metta mano al portafoglio e si riallinei a Washington su dazi e tecnologia. La guerra culturale interna viene esportata: agli europei non si rimproverano solo i tagli alla difesa, ma anche l’ossessione regolatoria, l’accoglienza ai migranti, la censura mascherata da tutela dei diritti.
Sulla tecnologia, e in particolare sull’intelligenza artificiale, Vance è il candidato ideale di chi teme più i regolatori che gli algoritmi. La parola d’ordine è deregolazione: l’AI deve correre, non essere frenata da vincoli su privacy, lavoro, bias o potere di mercato. L’Europa con il suo approccio normativo viene descritta come un freno alla libertà d’espressione, la Cina come un pericolo autoritario; gli Stati Uniti, naturalmente, come il faro di un’innovazione “libera da influenze ideologiche”. È lo stesso schema che unisce big tech e destra culturale: lasciare mano libera alle piattaforme in nome della libertà di parola, salvo intervenire se i contenuti non vanno nella direzione giusta.
In questo quadro l’elemento forse più interessante è il dopo Trump. Vance non è un incidente di percorso del trumpismo, è la sua candidatura a diventare dottrina. Meno improvvisazione, più struttura. Meno reality, più regolamenti, decreti, linee guida. Chi oggi sospira di sollievo ogni volta che una breaking news sul presunto ricovero di Trump viene smentita dovrebbe tenere a mente un dettaglio: il vero salto di qualità del movimento potrebbe arrivare proprio quando, un giorno, alla Casa Bianca ci sarà qualcuno che fa il trumpismo senza sembrare Trump.
















