Sul Dl Aiuti è stata posta la fiducia al governo. La discussione inizia venerdì, ma il voto finale è previsto per lunedì alle 14. Dopo l’incontro tra Mario Draghi e Giuseppe Conte di giovedì pomeriggio le spaccature nel governo sembrano rientrate. I grillini dovrebbero, pur con riserva votare la fiducia, sebbene questo non modifichi le decisioni dell’esecutivo su Superbonus e reddito di cittadinanza, che erano le richieste arrivate dal consiglio nazionale dei Cinquestelle, che Conte ha presentato a Mario Draghi. Si chiede in sostanza di rifinanziare il Superbonus e di non modificare il reddito di cittadinanza, come nelle intenzioni dell’esecutivo.
Conte pronto a spaccare, ma non ora
Sono ore difficili per Giuseppe Conte, che dovrà decidere se togliere o meno il proprio appoggio all’esecutivo. Da una parte c’è una forte ala governista, composta dai quattro ministri pentastellati e dal presidente della Camera Roberto Fico, assieme ad alcuni fedelissimi di Conte come Paola Taverna, dall’altra c’è una base (composta da un gruppo di senatori e dai consiglieri regionali) sempre più insofferente verso Mario Draghi, colpevole di voler ritoccare le due conquiste che il Movimento avrebbe ottenuto in questa legislatura, cioè il Superbonus 110 e il Reddito di Cittadinanza, che presumibilmente saranno i punti forti della campagna elettorale.
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A settembre anche la Lega potrebbe uscire
Ma il redde rationem è soltanto rimandato, perché secondo indiscrezioni la Lega a settembre potrebbe uscire dal governo. Se l’abbandono del Movimento Cinquestelle non comporterebbe una caduta (visto che hanno soltanto 105 parlamentari) al contrario i leghisti con loro 137 scranni sono il partito più rappresentato potrebbe rappresentare una minaccia. L’uscita di Cinquestelle e Lega porterebbe a una caduta del governo e uno scioglimento anticipato delle camere. Nemmeno tanto anticipato, anche perché le elezioni non sono state spostate a giugno, ma rimangono a marzo. Gli unici a voler tardare il voto sono i parlamentari del Partito Democratico interessati a chiudere la partita delle 400 nomine.
L’altro punto che il parlamento dovrà affrontare in questi mesi è quello della legge elettorale o quantomeno della riforma delle circoscrizioni. La riduzione dei posti in parlamento comporta anche le necessità di ridisegnare la mappa dei collegi. Questo cambierebbe anche gli equilibri dei voti regionali, perché molti deputati e senatori non trovano più posto a Roma potrebbero ripiegare sulle amministrazioni regionali.
















