«Dalla parte delle imprese, e orgogliosi di far credito»
Corrado Sforza Fogliani, presidente dell’associazione nazionale banche popolari e vicepresidente Abi

Orgogliosi di erogare credito; sicuri – dati alla mano – che le banche di territorio possano lavorare meglio delle banche globali, e con maggior stabilità, perché conoscono bene i loro clienti; sicuri del presente e del futuro del credito cooperativo: sono questi i banchieri del genere di Corrado Sforza Fogliani – presidente della Banca di Piacenza, dell’Associazione Nazionale tra le Banche Popolari, del Centro studi Confedilizia (l’associazione tra i proprietari immobiliari) e vicepresidente dell’Associazione bancaria italiana – che in questi mesi sta quasi svolgendo una forma di “apostolato” per spiegare alle piccole e medie imprese italiane quel che anche Economy, grazie a lui e a Win The Bank, ripete dal primo numero: e cioè che il credito bancario – o quel che di esso rimane dopo le norme demenziali dettate dalla Germania per interposta Autorità bancaria europea – può essere chiesto e ottenuto anche dalle banche del territorio e non solo dai colossi nazionali (pochi) e internazionali (soprattutto) che agiscono secondo un “pensiero unico” sempre meno propizio alle imprese dalle dimensioni tipiche di quelle italiane. Economy ha intervistato in pubblico Sforza Fogliani a Piacenza e a Pavia, in due seguitissimi eventi pubblici: presso la Banca di Piacenza, che presiede; e nel Salone Teresiano dell’Università di Pavia. Ecco una sintesi del suo pensiero, così come l’ha espresso in quelle occasioni.

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La battaglia di Sforza Fogliani: difendere le banche di territorio dalla minaccia dell’oligopolio bancario internazionale

Macroeconomisti, piano con la fiducia

I tassi d’interesse sono destinati a salire, soprattutto per la crescita dell’economia statunitense, ma questo non implica che vi saranno più difficoltà ad attingere al credito bancario. Anzi: le banche saranno più propense a dare credito, perché facendolo, guadagneranno di più. Purtroppo però la nostra economia, nel suo insieme ed al di là di quel che dicono alla televisione, non è davvero in ripresa.

La crisi non è più così apparente come qualche tempo fa, ma certo persiste e certo non è tornata la fiducia piena che servirebbe per ripartire: perché, al di là di quel che credono di poter fare i  macroeconomisti, che pretendono di essere ingegneri dell’economia, la fiducia è una cosa che non si può far tornare spostando la liquidità da una parte o dall’altra…

Il valore del credito di territorio

Non è che le banche di territorio siano più generose o più brave o più buone delle altre, è che lavorare al meglio col territorio è il loro interesse. Per esempio, la Banca di Piacenza che presiedo ha una compenetrazione tale col suo territorio che i nostri stessi bilanci riflettono l’andamento dell’economia agraria della provincia.

Lavoriamo per sostenere le aziende del nostro territorio e il nostro bilancio sociale – includendo gli stipendi dei dipendenti, i dividendi ai soci e le tasse locali – che ammonta a più di 40 milioni. Non è affatto vero che questo legame stretto col territorio aumenti il rischio di credito perché, al contrario, conoscere i propri clienti permette, a chi sa governare il credito, di evitare i pericoli maggiori. Un famoso crack industriale degli Anni Novanta in provincia di Piacenza, ad esempio, colpì molte banche nazionali ma non la nostra, che non aveva mai voluto finanziare quell’azienda, proprio perché la conosceva bene e diffidava della sua stabilità.

Quanto al modello proprietario cooperativo, non solo non è superato – come dimostra ad esempio la forza del Credit Agricole – ma aggiunge vantaggi al territorio, che attraverso la cooperazione partecipa agli utili della banca.

E il mantra sulla necessità di aggregazioni? Esso è dettato solo dall’interesse di un oligopolio internazionale che vuole dirottare verso la finanza, e non più sull’economia reale, il risparmio degli italiani, obiettivo già ottenuto a danno dell’investimento  immobiliare, con la tassazione del 2011 imposta all’Italia.

L’oligopolio bancario in costruzione ridurrà la concorrenza tra banche e aumenterà i costi delle imprese.

Le statistiche dimostrano che nelle zone con banche territoriali efficienti ci sono condizioni creditizie più vantaggiose per i finanziati: perché essendo locali, le banche non possono spostarsi a erogare sui mercati dove l’erogazione è più favorevole per chi presta!

Lo squallido complotto della riforma

La riforma delle banche popolari e del credito cooperativo imposta dal governo Renzi è stata funzionale a un interesse preciso dei colossi finanziari internazionali.

Lo dimostrano i dati relativi alla proprietà delle 11 principali banche italiane: sono ormai tutte controllate da fondi speculativi prevalentemente statunitensi, che si sono avvalsi di un’opportunità di mercato vantaggiosissima, vista la corsia preferenziale aperta loro dalla riforma in una fase di bassi valori per le aziende creditizie. Il credito locale infatti, rappresenta per i colossi globali un boccone appetitoso e, insieme, finchè resta autonomo, una spina nel fianco perché sul proprio territorio è più competitivo.

La riforma Renzi va giudicata anche da questo: il suo effetto è stato che le banche popolari trasformatesi in società per azioni sono cadute tutte preda della finanza internazionale.

La crisi immobiliare

La riforma della tassazione sugli immobili del 2011 ha messo in crisi il settore ed è stata quindi anche tra le principali concause della crisi del credito, perché i valori immobiliari, crollati sul mercato a seguito di quella tassazione, hanno comportato che le garanzie immobiliari che il sistema bancario aveva in essere in quel momento hanno improvvisamente perso valore, tutte insieme, e quindi buona parte delle sofferenze bancarie di oggi non derivano dalla cattiva erogazione del credito ma da quella riforma fiscale contro i beni immobili.

A questo si è fatalmente aggiunto il malcostume delle esecuzioni immobiliari, qualcosa di disastroso.

Oggi si arriva al realizzo di un bene immobiliare dopo plurime esecuzioni di aste a prezzi vili e nonostante questo – si pensi un po’ – quando nel 2015 si discusse della riforma del catasto, l’Agenzia delle Entrate si rifiutò di inserire tra i fattori di calcolo delle rendite catastali i valori spuntati alle aste, a conferma del fatto che quei prezzi non sono significativi.

«Aggregazioni necessarie? lo dice chi ha interesse a dirottare sulla finanza, e non più sull’economia reale, il risparmio degli italiani» 

Oggi le esecuzioni immobiliari soffrono del fatto che sono operativamente antiquate.

Noi, per esempio, come Banca di Piacenza stiamo costruendo un sistema autonomo per tener conto dell’andamento delle aste precedenti e offrire così un  riferimento per l’estimatore.

La normativa europea sul credito

Le regole europee che definiscono l’attività creditizia nel 2016 sono state cambiate due volte al giorno. Questo la dice lunga sul disastro normativo in corso.

Ma non dimentichiamo le premesse di tutto ciò.

La Germania ha saputo contrattare molto meglio degli altri Paesi dell’Unione europea le migliori condizioni per difendere la propria industria creditizia: è stato il primo Paese a erogare finanziamenti pubblici, in ingentissima  misura, alle proprie banche, e a ruota sono seguite la Francia e gli altri, e poi ha vietato gli aiuti di Stato a chi non li aveva ancora attivati, Italia innanzitutto.

Per cui ad oggi in Italia solo per il Monte dei Paschi e le due venete c’è stato esborso di denaro pubblico ma gli altri interventi sono stati sovvenzionati privatisticamente dal sistema bancario.

Un unico elemento a favore dell’Italia è stato il riscontro ottenuto in Europa dalle proteste italiane contro il famigerato “addendum” che la vigilanza della Bce pretenderebbe di aggiungere alle norme in vigore sulla copertura patrimoniale degli impieghi, che sarebbe insostenibile e che per ora sembra essere stato scongiurato.