Dal bit al Covid: i primivent'anni di Internet

Non tutti i cigni neri vengon per nuocere. Anzi: se quando arrivano il sistema regge, significa che è stato progettato bene. E che chi l’ha messo in piedi è, in un certo senso, un visionario. Vent’anni fa, a inizio anno Duemila, visionarie furono le società che popolavano il campus di via Caldera a Milano, che diedero vita al Milan Internet Exchange, un’infrastruttura fondamentale per il funzionamento di Internet, poiché esercita il ruolo fondamentale di “collante” e di “facilitatore” della Rete e abilita un mercato aperto in regime di concorrenza. «Venticinque anni fa eravamo in pochi a immaginare il futuro che stava arrivando, però ci era chiaro che Internet avrebbe, passo dopo passo, scardinato tutte le attività tradizionali e trasformato la società stessa», dice Joy Marino ( al secolo Giuseppe Amedeo Marino, informatico e pioniere del web in Italia), presidente del MIX sin dalla fondazione. Se mai ci fosse stato bisogno di uno stress test, il lockdown lo è stato. «Possiamo dire che i “Cigni Neri” (cfr. Nassim Taleb) hanno proprio questa caratteristica: mettono alla prova i sistemi per tutto quello che non poteva essere previsto!», commenta. «Per MIX è stata l’occasione per dimostrare che: “se non ci fosse, bisognerebbe inventarlo”, un MIX, proprio per avere le risorse per reagire istantaneamente agli eventi imprevedibili come quello che abbiamo tutti vissuto».

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Joy Marino, presidente del MIX

Com’è andata?

Mi approprio della metafora dello “stress test”: immaginiamo un terremoto che scuota un palazzo o comunque una infrastruttura fisica: per quanto bravi siano gli ingegneri a prevedere, ci saranno forze che superano le previsioni. Immaginiamo di mettere al centro dell’infrastruttura un perno, un “pivot”, normalmente poco sollecitato, ma che sia connesso elasticamente a tutti gli elementi dell’infrastruttura e che sia dimensionato con sovrabbondanza per reggere bene agli sforzi improvvisi e imprevisti. Tutta l’infrastruttura ne beneficerà, e magari il palazzo rimarrà in piedi. Questo è proprio quello che ha fatto MIX. Per sua natura è dimensionato per reggere picchi di traffico, non programmati, anche di tre volte superiori al carico tipico; non solo: la sua natura di “pivot” nell’infrastruttura nazionale di Internet permette riconfigurazioni istantanee dei flussi di traffico, di qualunque tipo e tra tutti i soggetti interconnessi. In questo modo abbiamo dato immediatamente una grossa mano per far fronte ai nuovi – differenti – comportamenti degli utenti italiani di Internet, che si sono manifestati improvvisamente, dalla sera al mattino, all’inizio del lockdown.

Non proprio una passeggiata…

Non dimentichiamo che anche i nostri tecnici, così come quelli di tutti gli operatori di TLC, dal giorno dopo hanno cominciato ad aggiungere connessioni, riconfigurare apparati, anticipare gli upgrade, tutti interventi che sono stati fatti sul campo, in presenza. Senza fare troppa retorica, anche loro, come i tanti impegnati sui fronti sanitari, mettendo a rischio la salute.

E ora come sta andando?

Viviamo in un Paese che è, da sempre, mediocre nel pianificare e programmare, ma splendido per rispondere agli imprevisti e adattarsi ai cambiamenti. E lo vediamo tutti i giorni. Per quanto riguarda Internet, quei comportamenti che abbiamo dovuto adottare a marzo sono diventati la nostra “nuova normalità”. Dal punto di vista delle infrastrutture di rete, apparentemente sembra tutto come prima, ma, se si va a guardare, ci sono segnali persistenti di nuovi comportamenti: ancora oggi il massimo di utilizzo di Internet avviene nelle fasce orarie lavorative e non in quelle serali, chiara indicazione che lo smart working, la didattica a distanza, l’utilizzo continuo di Internet in tutte le nostre modalità di vita, continua come e più di prima. Quando leggo che l’Italia è sotto la media in tutti gli indicatori relativi al “Digitale” tra i paesi europei, vorrei ricordare che il nostro ritardo era soprattutto nella percezione dell’utilità della Rete nella vita quotidiana, con un buon terzo di Italiani che la consideravano del tutto inutile. È partendo da qui, cambiando questa percezione, che stiamo “svoltando”.

Ma facciamo un passo indietro: cos’è esattamente un IXP (for dummies)?

OK, “Internet Exchange Point for Dummies”. La metafora che usiamo di più è quella della “piazza del mercato”: un posto dove si incontrano fisicamente produttori e consumatori, chi porta merci (o offre servizi) e chi va per comprare o incontrare altre persone. Il solo fatto che tanti “portatori di interessi” possano incontrarsi in un posto (fisico) unico moltiplica le opportunità, abbatte i costi delle transazioni che si fanno, e attrae sempre nuovi soggetti, che vadano al mercato per vendere o per comprare, o anche solo per curiosare. Nove anni anni fa, l’associazione degli IXP europei, Euro-IX (sì, perché siamo in tanti, tanto che abbiamo una associazione che ci raggruppa, fondata nel 2001 da un piccolo gruppo di precursori tra cui c’era MIX), realizzò un video che spiega in modo molto semplice che cos’è un IXP. Lo si può trovare, anche doppiato in italiano, ad esempio QUI. Dal mio punto di vista, la cosa buffa è che, anche se gli anni passano, il paradigma del “interscambio”, quasi banalizzato nel video, è sempre valido e attuale. Internet è cambiata, ci sono soggetti che allora nessuno si poteva immaginare, ma i bit si muovono sulle reti sempre obbedendo agli stessi protocolli; il “bestiario” dei soggetti che operano su e con Internet si è arricchito di nuove specie, soprattutto nella categoria “extra-large” (basta andare a vedere l’elenco delle prime 10 o 20 aziende più capitalizzate al mondo oggi), ma la varietà dei servizi e contenuti offerti continua a crescere e a differenziarsi.

A questo punto dell’intervista, è il momento di dare i numeri (del Mix).

Alcuni numeri per rappresentare i primi venti anni di MIX: il traffico scambiato è cresciuto di circa mille volte (superando il picco di 1.1 Tbs ma è disponibile una banda 6 volte maggiore), la superficie del data center è passata da 150 a 1000 mq, i clienti dai 50 iniziali sono oggi oltre 300 dei quali il 25% internazionali. Questi risultati sono stati possibili anche grazie a importanti investimenti: a testimonianza del livello di solidità raggiunto, nel 2018 l’assemblea dei soci di MIX ha deliberato un aumento di capitale a titolo gratuito da € 99.000 a € 1.000.000 mediante il passaggio a capitale di una corrispondente parte delle riserve iscritte a bilancio.

Una storia che parte da lontano: correva l’anno 1999…

Anche qualche anno di più, in realtà. Ho tenuto copia di una mail di giugno 1996 in cui si propone “MIX” come nome per il costituendo NAP (“Neutral Access Point”, allora si chiamavano così) di Milano. La data è importante: Video-On-Line (qualcuno si ricorda della mitica creatura di Nicky Grauso?) era appena stata acquisita da Telecom Italia e, nel dispositivo con cui l’Antitrust dava il semaforo verde all’acquisizione, si parlava esplicitamente dell’impegno a costituire un punto neutro a cui si potessero collegare tutti gli ISP italiani e a cui Telecom Italia avesse l’obbligo di interconnettersi. Dopo il via informale e puramente cooperativo grazie al piccolo gruppo di ISP che allora avevano appena iniziato l’avventura Internet, “il MIX” operò informalmente fino al 1999, crescendo di anno in anno.

E poi?

Fu alla fine del 1999 che gli aderenti al MIX informale, ormai più di 20, costituirono MIX s.r.l., con un capitale iniziale di 100.000 Euro. Accettai di fare il presidente di MIX, pensando che sarebbe stato un impegno a termine, in quel momento Internet era come la corsa all’oro e si aprivano nuove opportunità di business ad ogni passo. Solo un anno e mezzo dopo ci sarebbe stato il 9/11, ma la bolla di quella Internet aveva cominciato ad afflosciarsi già all’inizio del 2001. Invece non accadde altrettanto per MIX che continuò a crescere sensibilmente, senza essere influenzato dalle congiunture; direi che nei periodi euforici i clienti e il traffico crescevano a traino della crescita di Internet, nei momenti recessivi MIX, e gli IXP in genere, crescevano perché i loro clienti cercavano di ottimizzare le loro reti migliorando il numero e la distribuzione delle loro interconnessioni.

Immaginavate di esserci ancora, vent’anni dopo, e con queste dimensioni?

Vent’anni fa ero a capo di ITnet, uno dei primi ISP italiani. Se mi avessero chiesto se ci sarebbe ancora stata una ITnet dopo 20 anni, sarei stato molto dubbioso, eppure sono orgoglioso di verificare che la mia vecchia azienda, cambiando pelle e proprietà più volte, è ancora qui. Per MIX invece, avrei risposto che ci sarebbe sempre stata, a meno che Internet non venisse completamente snaturata dai potentati delle telecomunicazioni (quello che Tim Wu definì “the Master Switch”). E così è andata. Sulle dimensioni ammetto di essere molto di parte: nel corso di questi vent’anni abbiamo dovuto rincorrere i grandi IXP europei che hanno avuto tutte le fortune: sono partiti prima, avevano mercati internazionali su cui far leva, avevano un contesto metropolitano di Data Center neutrali (che qui a Milano sono nati solo dopo il 2015), avevano l’appoggio (o la non ostilità) nell’ex-monopolista nazionale e l’attenzione delle autorità municipali. Noi abbiamo dovuto remare controcorrente per tanto tempo, ma avere davanti come punto di riferimento i maggiori IXP mondiali (che sono tutti europei) era sia di stimolo a fare sempre meglio, che la conferma che il modello di business era quello vincente. E continuerà ad esserlo ancora a lungo. Negli ultimi anni il Sud Europa, e MIX in primis, stanno riducendo il gap con i primi della classe, con una velocità di crescita che è circa il doppio di quella degli IXP nord-europei da svariati anni.

E fra vent’anni? Come cambierà la rete?

Più il futuro è remoto è più è facile fare previsioni, tanto nessuno le andrà a verificare… Il difficile è prevedere che cosa succederà tra 5 o 10 anni. Internet è stata data per moribonda tante volte eppure è sempre qui, nonostante tutti cambiamenti tecnologici ed economici che sono avvenuti. Da almeno 15 anni esiste poi la consapevolezza che certi “valori” che caratterizzano Internet e che sono venuti fuori quasi casualmente nel corso della sua evoluzione, sono importanti per tutta l’umanità e vanno quindi difesi e salvaguardati. Soprattutto, Internet continua a rimanere “a prova di futuro”, nel senso che riesce a mantenere quella capacità generativa che permette alle innovazioni di germogliare e crescere, nonostante ci siano sempre forze egemoniche che cercano di prendere il sopravvento, come avviene in tutte le industrie dei media e delle comunicazioni. Quindi la Rete continuerà ad esserci, anche se sarà completamente diversa da quella che vediamo oggi. Per le prossime generazioni sarà come l’aria si respira: non si renderanno nemmeno conto di viverci dentro e non ne potranno fare a meno. E sarà talmente pervasiva che non avrà nemmeno un nome: sarà la “rete” (minuscolo) e basta.

Ce la faremo a cablare l’Italia? Oppure non ha più molto senso?

Se c’è un momento in cui si comincia davvero a capire quanto senso ha cablare l’Italia è proprio questo. Ieri erano solo le avanguardie tecnologiche che immaginavano case che avessero bisogno di essere connesse in rete a 1Gbit/sec, oggi, con lo smart working, la didattica a distanza, gli eventi sportivi (solo via Internet), i film e le serie in qualità da sala cinematografica, credo che ben pochi sarebbero pronti a sostenere che 30 Mbit/sec bastano e avanzano. Quindi è proprio il momento di correre pancia a terra a cablare – in fibra! – tutta l’Italia. Se ai nostri figli e nipoti lasceremo in eredità, oltre a una montagna di debiti, come ben sappiamo, anche un Paese dove la fibra arriva ovunque, forse ci manderanno un po’ meno maledizioni. Sul “Digital Divide” rispondevo già più sopra: se uno va a guardare un po’ in dettaglio gli indicatori DESI, vedrà che gli indici infrastrutturali (copertura della banda larga, velocità, etc.) convergono alla media europea; le differenze tra un paese e l’altro sono sempre più piccole, il ranking non vuol dire molto, a meno che non lo si voglia usare strumentalmente.

In che senso?

Là dove ci sono differenze significative tra noi e i paesi “virtuosi” è sulla cultura della rete, sull’uso degli strumenti e dei servizi, sulle percentuali di utilizzo nelle fasce di età più alta. Prima del lockdown temevo fortemente che avremmo finito di cablare l’Italia prima che gli Italiani fossero tutti pronti a farne uso. Ora credo che ci siamo dati una svegliata. È un’occasione da non perdere. Per quanto riguarda il dibattito sulla rete unica, ho cercato di tenermene fuori, non mi compete. Però le opinioni che esprimevo una decina di anni fa le posso confermare anche oggi. “Rete unica” è una condizione a priori: come in tutte le reti di distribuzione, si tratta di un monopolio naturale; bisogna prenderne atto e pensare piuttosto a impedire che si trasformi in un monopolio economico. Come? Impedendo l’integrazione verticale del soggetto titolare della rete. Internet è la prova provata che si possono avere mercati aperti e competitivi nell’accesso, nei servizi, nei contenuti, etc. etc., pur in assenza di concorrenza nelle interconnessioni fisiche sottostanti.