Il sistema bancario ha cavalcato per anni una veloce diminuzione dell’incidenza dei crediti deteriorati sul totale del proprio bilancio: nel 2015 il totale dei crediti deteriorati netti si situava a 196 miliardi di euro, a fine agosto 2025 il dato – sorprendentemente positivo – è di soli 29.3 miliardi di euro. Dietro questa grande discesa vi è stato un robusto ricorso alla cessione a terzi di crediti deteriorati, in uno con una ritrovata economicità del sistema bancario che, facendo crollare il proprio cost/income, ha generato le risorse necessarie per svalutare i crediti deteriorati tutti, inclusi ovviamente quelli destinati alla cessione a terzi. È stata una grande performance, da celebrare: oggi le nostre banche hanno un cost-income competitivo a livello europeo ed un bilancio “pulito” da possibili sopravvalutazioni degli attivi problematici.

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Tutto bene, quindi? Non del tutto, purtroppo. I dati più recenti ci indicano che l’incidenza dei crediti deteriorati sul totale dei crediti ha smesso di scendere e sta purtroppo minacciando di ritornare a salire. Un recente studio di Abi e Cerved indica che l’incidenza dei crediti deteriorati, che a fine 2024 si situava al 2.6%, a fine 2025 dovrebbe posizionarsi al 2.9%, per poi salire ancora nel 2026. Le stime indicano che il problema è diffuso: coinvolge aziende grandi come aziende piccole, settori manifatturieri come settori dei servizi. Chi scrive prende atto di queste stime, ma in cuor suo teme fortemente che i dati futuri possano rivelarsi ben peggiori. Vedremo perché.

Il tema è serio, perché i crediti deteriorati sono il sintomo più importante dello stato di salute dell’economia. Le domande che ci dobbiamo porre sono due: cosa c’è dietro l’aumento dei crediti deteriorati? Cosa, in concreto, si può fare per eliminare – o comunque contrastare – le cause a monte del problema?

Le righe che seguono spiegano che la rimozione delle cause che originano il problema della crescita dei crediti deteriorati non sarà semplice.

Il credito alle imprese è il piatto forte dell’attivo delle banche italiane. Dunque, una incidenza dei deteriorati prevista crescente, seppur di poco, deve allarmare.

Si è detto in apertura che lo scrivente ha aspettative più negative di quanto apparso di recente nei comunicati ufficiali. Ecco cosa c’è dietro l’inizio della ricrescita dei crediti deteriorati, lasciando al lettore di definire se le cause di seguito esplicitate possano essere facilmente rimosse. Le cause principali sono, sicuramente:

1. il rimborso dei crediti Covid: durante la pandemia, per salvare le aziende, il governo ha (giustamente) largheggiato sulle garanzie ai prestiti che le banche facevano alle aziende. Ora quei crediti sono in scadenza e devono essere rimborsati e sono molte le aziende che non hanno il cashflow né il credito bancario per rimborsare;

2. la fine dei crediti ex 110, che sta creando difficoltà a tante aziende di costruzioni perché si esauriscono importanti flussi di cassa;

3. i dazi Usa, un 15% in più tra capo e collo;

4. la svalutazione del dollaro Usa, un altro 10-15% di riduzione dei ricavi in assenza di riprezzatura;

5. la debolezza delle esportazioni verso paesi storicamente importanti, causa una loro economia non fiorente (Germania, Francia, UK, ma anche Cina);

6. la forte riduzione della presenza delle banche attacker sul mercato dei prestiti alle imprese: diverse banche attacker sono scomparse e alcune delle rimaste hanno temi di conto economico da risolvere. Le banche attacker, giusto o sbagliato che sia stato, sono state per molto tempo l’ancora di salvezza di molte imprese in situazioni non rosee;

7. l’abbassamento – pur doveroso – delle garanzie pubbliche sui prestiti delle banche alle Pmi che agisce da freno sul credito erogato dalle banche ;

8. il sistema delle erogazioni bancarie strettamente legato al rating, che in momenti di difficoltà diventa fortemente prociclico;

9. il calo, ulteriore, della presenza di banche di medie dimensioni, da sempre più vicine ai loro clienti;

10. l’economia interna asfittica, che non cresce, nella quale il fare impresa sembra essere costantemente osteggiato (l’abolizione dei capitoli principali del Jobs Act, le decisioni in tema di mancata continuazione del rapporto di lavoro a valle del periodo di prova, gli scioperi puramente politici, per citare solo tre punti).

Difficilmente le dieci cause esplicitate sopra potranno essere rimosse. Ci aspetta quindi un doveroso periodo di riflessione su chi vogliamo essere e su quanti sacrifici siamo disposti a sopportare per diventarlo. Perché dobbiamo salvarci da soli, molto probabilmente. L’Europa ha altre priorità ora.