Covid-19 fa strage nel retail in Italia
Il 14% degli intervistati della survey ha dichiarato di aver chiuso definitivamente

Se la pandemia di Covid-19 in Italia ha colpito con forza il manifatturiero e i liberi professionisti, nel settore del retail ha fatto una vera e propria strage, tuttora in corso. Lo testimonia il dato più significativo emerso da una ricerca condotta da Engel & Völkers Commercial Milano insieme a Rödl & Partner, colosso internazionale della consulenza legale e fiscale: un punto vendita su tre non ha ancora riaperto a seguito del lockdown e la metà di questi di questi dichiara di aver cessato definitivamente l’attività. 

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Il retail in sofferenza

La ricerca è stata condotta nel periodo 16-18 giugno su un campione di 6.600 esercenti su base nazionale. Alla domanda “A seguito della fine del lockdown avete riaperto la vostra attività?”, il 14% degli intervistati ha dichiarato di aver chiuso definitivamente; un altro 14% ha affermato di non aver ancora riaperto “perché è troppo costoso tenere riaperta l’attività con le attuali nuove regole”; il 49% ha affermato di “aver riaperto ma con personale ridotto”; infine il 29% conferma di essere “regolarmente operativo”.
 
Non propriamente uno scenario incoraggiante, anche considerando che quasi un rispondente su tre ha dichiarato di essere regolarmente operativo. Infatti, anche le previsioni sull’andamento commerciale sono pessimistiche: il 29% degli intervistati si aspetta un calo del fatturato superiore al 40% e il 43% una diminuzione tra il 20% e il 40%. Il 14% osserva invece un trend positivo della propria attività. 

Spazi più piccoli e abbattimento dei costi

Un dato piuttosto trasversale ai rispondenti alla survey è l’intenzione di ridurre gli spazi commerciali a propria disposizione. Una scelta dettata da diversi fattori, come spiega Gianluca Sinisi, Licence Partner di Engel & Völkers Commercial Milano e Lombardia: «Una delle grandi conseguenze che l’emergenza sanitaria e la successiva emanazione di norme volte alla tutela della salute pubblica ha portato con sé riguarda proprio la fisicità delle attività commerciali. Il 72% degli operatori che ha risposto alla nostra indagine ritiene che per futuri piani di espansione cercherà location con una superficie minore, risposta forse figlia di minore disponibilità economiche e di una maggiore integrazione con l’e-commerce». Il 16% ammette che il punto fisico dovrà per forza essere supportato dall’online, mentre il restante 12% degli intervistati risponde che rimarrà lo stesso.
 
Tra i fattori e i costi che pesano sulla scelta di mantenere un punto vendita fisico vi è il canone di locazione: il 44% degli intervistati della survey ha chiesto una riduzione o uno slittamento del canone di affitto e il 29% di loro dichiara di non averlo ottenuto. Un altro 44% sta ancora pensando se chiederlo o deve ancora decidere. 

Maggiore attenzione alle clausole legali

I dati dell’indagine condotta Engel & Völkers Commercial Milano con Rödl & Partner, che ravvisano uno scenario di significativo cambiamento sul mercato del Real Estate con destinazione retail, hanno degli interessanti risvolti anche sul fronte legale, relativamente ai contratti di affitto. «I primi segnali indicano che questa crisi connessa alla pandemia porterà a un cambiamento
permanente nel mercato della locazione immobili retail», commenta Valeria Spagnoletti Zeuli,
partner di Rödl & Partner.
 
Il fatto che sarà posta una maggiore attenzione a clausole che fino ad oggi venivano considerate standard traspare dal fatto che il 43% dei rispondenti ha espresso la “necessità di un canone più sostenibile”, il 32% ha chiesto “maggiore flessibilità nella durata contrattuale”, il 25% ha auspicato una “maggiore libertà di uscita dal contratto”.
 
«A fronte di consistenti cali di fatturato e della mancanza di liquidità necessaria per far fronte alle spese, fra cui il canone di locazione – continua Spagnoletti Zeuli – i conduttori mostrano di essere alla ricerca di un accordo con i locatari che preveda nuove soluzioni, anche con nuove formule quali ad esempio, ove possibile, la compartecipazione agli utili nella quantificazione del canone, soluzione che nelle risposte all’indagine è essere gradita a circa il 70% degli intervistati».
 
Nello specifico, il 29% degli intervistati si è mostrato interessato a una forma di compartecipazione nella quantificazione del canone con la parte preponderante in percentuale sul fatturato, mentre il 43% preferirebbe la parte preponderante del canone fissa e una quota residuale in percentuale sul fatturato. Il 28% dei rispondenti ha infine affermato di non essere interessato a soluzioni di questo tipo.