Ha definitivamente cambiato faccia, Giuseppe Conte. E il motivo non è difficile intuirlo: se inizialmente il ruolo da “padre protettivo” dell’Italia ammalata era il più adatto per l’avvocato pugliese, oggi la situazione si è ribaltata. Troppo alto il rischio di tensioni sociali, troppo marcata la possibilità di radere ulteriormente al suolo l’economia provocando danni permanenti su una fetta enorme della popolazione. Per cui, Conte ha deciso: nessun lockdown generalizzato, nessuna chiusura delle scuole, almeno quelle primarie e medie. Ma nel frattempo i contagi sono letteralmente impazziti: sono oltre 15mila, numeri che fino a qualche giorno fa sembravano impossibili. Il rapporto con i tamponi è salito fino a oltre l’8% e, di questo passo (ammoniscono i Lincei) si rischiano 500 morti al giorno entro la metà di novembre. Un prezzo altissimo per un paese che ha già dovuto piangere oltre 36mila persone.
Intanto, le regioni stanno iniziando a imporre restrizioni più significative di quelle contenute nell’ultimo Dpcm. Acqua fresca, rispetto all’urgenza che sta attraversando il nostro Paese. Ma d’altronde che fare? Blindare nuovamente in casa gli italiani per 4-5 settimane, “resettando” il sistema sanitario che, ad oggi, viaggia spedito verso i 1.000 ricoveri in terapia intensiva? È vero che la sola Lombardia può far fronte a 4.000 malati gravi, ma è anche statisticamente improbabile ritenere che tutte le urgenze dipendano esclusivamente dal Covid. Nessun tumore? Nessun infarto? Nessun incidente stradale? Impossibile.
E quindi bisogna continuare così, tra l’incudine del Covid che è tornato a mordere il nostro paese e il martello di una crisi economica mai vista in tempi di pace. Non rimane che tirare la cinghia, aspettando che la proverbiale “nuttata” di Eduardo non venga definitivamente passata. Un pizzico di ottimismo, in fondo, rimane: i vaccini procedono spediti, le cure stanno iniziando a dare i primi effetti e c’è la grande speranza legata alle terapie monoclonali di cui lo stesso Conte ha parlato nella notte di domenica. Vedremo che cosa succederà.
















