La crisi di governo per il momento non ci sarà: l’incontro tra Mario Draghi e Giuseppe Conte si è risolto nella consegna di una lettera da parte del capo del M5S. Conte ha lasciato a Draghi un foglio con una serie di macro richieste, prevalentemente sui temi della guerra e dell’economia, senza entrare nello specifico dei temi cari ai parlamentari pentastellati, cioè il rifinanziamento del Superbonus 110 e il no alla costruzione di un termovalorizzatore a Roma.
Responsabili a costo di perdere gli elettori
«Noi sempre responsabili, mai voltato spalle al paese» ha scritto Giuseppe Conte facendo esplicito riferimento alla al fatto che «Non si può nascondere che il processo politico e la collocazione nel governo, hanno pesato sul nostro elettorato. Lo hanno sfibrato e anche eroso. Ma mai, e sottolineo mai, le ragioni di convenienza di parte e le valutazioni elettorali hanno offuscato in noi la priorità assoluta del bene dell’Italia».
Proprio per questo l’ex presidente del consiglio ha chiesto un segnale forte di discontinuità «perché fuori dai palazzi in cui le istituzioni di governo si riuniscono, nelle case, nelle strade, nelle fabbriche e negli uffici, sta montando – giorno dopo giorno – un malessere sociale a cui dobbiamo dare una urgente risposta». ha scritto.
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La rivolta dello zoccolo duro
Ma il malumore per la permanenza al governo persiste non solo tra gli elettori, ma anche tra i consiglieri regionali e molti parlamentari. Durante il Consiglio Nazionale molti tra i senatori hanno espresso la propria volontà di non rimanere più al governo. A meno che non arrivi un segnale forte, che molti avevano pensato potesse essere il voto sul Superbonus 110, all’interno del decreto aiuti previsto per il 16 luglio. Eppure finora in concreto non è arrivato nulla e c’è chi non esclude che non vi siano altre defezioni dal gruppo parlamentare che al momento adesso conta 105 scranni.
A tenere legato il Movimento al governo finora sono stati il Garante Beppe Grillo, ma anche i contiani di ferro Taverna, Castaldi, Crimi, Bonafede e il presidente della Camera Fico, ma anche i quattro ministri Patuanelli, D’Incà, Dadone e Todde. Chi invece ha una posizione intermedia è Danilo Toninelli, che negli ultimi mesi è sempre più silenzioso e interviene sempre meno. Poi c’è il gruppo di senatori che avrebbe già virato verso l’appoggio esterno, se non ci fosse stata la mediazione. Fuori dal parlamento nei consigli regionali soprattutto sta montando l’insofferenza per un governo nel quale quello che era il primo partito il giorno dopo le elezioni ha un ruolo sempre più defilato. Il primo punto richiesto da Conte al presidente del consiglio Mario è proprio il riconoscimento dell’operato politico del M5S.
















