Le Pmi piemontesi potenziali emittenti di minibond

Sono fondamentalmente due le strade a disposizione di una Pmi per farsi investire dai Pir. Quella più diretta, ma anche più complessa, è la quotazione a un mercato di borsa dedicato alle piccole e medie imprese, come l’Aim, destinatario di una forte corrente di liquidità dai Pir. L’altra è l’emissione di minibond, operazione meno onerosa ma il cui successo, almeno per quanto riguarda la partita Pir, è legato in misura maggiore al varo di nuovi veicoli ipotizzati dal governo, che investano in minibond di Pmi meritevoli e non quotate, e siano inseriti nei Pir dai gestori (vedi l’intervista a Fabrizio Pagani del Mef).

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Minibond, strumento tutto da rilanciare

Nel 2016 le emissioni di minibond in Italia sono state 106, per un controvalore nominale di 3,57 miliardi di euro. Solo il 52% però sono state attuate da Pmi, cioè da aziende con fatturato inferiore ai 50 milioni di euro; di queste 21 avevano un fatturato compreso tra i 2 e i 10 milioni di euro, 19 inferiore ai 2 milioni. Le emissioni delle medio piccole hanno superato comunque il miliardo di euro. Dal novembre del 2012, quando è stata introdotta la normativa, le emissioni sono state in tutto 292. Nell’intervista a Economy il capo della segreteria tecnica del Mef Fabrizio Pagani conferma che i Pir possono investire in minibond. Ma aggiunge che è quasi impossibile che un fondo investa in strumenti emessi da società non quotate, proponendo però una possibile strada per far pervenire liquidità dai Pir alle società meritevoli non quotate, che è al momento al vaglio di non meglio precisati fondi e soggetti finanziari: l’istituzione di  veicoli di Permanent Capital che investano a loro volta in strumenti di società non quotate. Se questi veicoli partissero allora i minibond diventerebbero la strada maestra verso la liquidità proveniente dai Pir per quelle piccole aziende non quotate appunto meritevoli, ma ancora distanti dall’Ipo. Peraltro, l’illiquidità degli investimenti nelle imprese non-quotate, che li scoraggia, è un problema che appunto si supera se questi investimenti, come accade con i fondi immobiliari, confluiscono in “panieri” quotati, e come tali “liquidi”.

Quotazione all’Aim strada maestra ma complessa

La strada maestra per essere investiti da un Pir resta quella della quotazione in borsa. Il ragionamento vale anche in senso inverso: i Pir hanno bisogno di essere investiti da un cospicuo numero di quotazioni di Pmi, per evitare il rischio che una massa importante di liquidità si concentri su un numero ridotto di società quotate, aumentando i rischi di illiquidità. Il mercato entry level è l’Aim Italia, che secondo alcune stime riceverà dai Pir 3,9 miliardi di euro in cinque anni. Fanno parte dell’Aim aziende con fatturato prevalentemente inferiore ai 10 milioni di euro, le cui azioni hanno visto un vertiginoso aumento degli scambi negli ultimi mesi, dovuto proprio ai Pir. Gli incentivi per la quotazione, oltre a quello principale di poter beneficiare dei proventi degli stessi Pir, non mancano. In attesa di sapere se si concretizzerà un credito d’imposta ad hoc nella prossima legge di bilancio, sono infatti già attive le misure nel programma del Governo Finanza per la crescita, che da tre anni cerca di spingere le Pmi verso la quotazione. La più importante è probabilmente quella che ha istituito le azioni a voto multiplo, che permette solo alle non quotate di emettere azioni con voto triplo, dando così una maggiore garanzia all’imprenditore di mantenere il controllo dell’azienda pur collocando sul mercato una parte importante del capitale. Ci sono poi la riduzione del capitale sociale minimo delle SpA da 120 a 50 mila euro, la soglia OPA per le Pmi quotate fino al 40%, la soglia per la comunicazione delle partecipazioni.