Ci piace Matteo Marzotto.Non ci piace Glovo.

Ci piace. Un addio in stile a chi non sa riconoscere l’innovazione

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Matteo Marzotto dimissionario dal vertice di Italian Exhibition Group, una sua invenzione per creare un gruppo fieristico competitivo e internazionale

L’ha presieduta per anni con successo, l’ha aperta al mondo esportando a Dubai la sua “Vicenzaoro” – la più importante manifestazione espositiva della gioielleria – e, miracolo, è riuscito a fonderla con quella di Rimini, in modo da creare un polo capace, a giorni, di quotarsi in Borsa, l’“Italian Exhibition Group”. Pet utte queste ragioni, Matteo Marzotto ci piace. Ci piace meno che l’imprenditore abbia ritenuto di dover concludere la sua esperienza gestionale nell’azienda. L‘ha fatto con stile – è un suo pregio – e senza troppe polemiche, ma la sua è una di quelle uscite che raccontano la scelta di un “male minore”. E lasciano l’amaro in bozza. E questo non ci piace. Ma se l’ha fatto, è perchè ci è stato costretto. Meglio chiudere un’esperienza considerandola “missione compiuta”, perchè in parte lo è, che intestardirsi ad estenderla contro ogni evidenza e contro il fuoco di sbarramento dei soci di maggioranza riminesi, perché Marzotto e i vicentini, pur di creare il polo unico tra le due fiere, avevano accettato l’inevitabile conseguenza di finire in minoranza, ma l’avevano pagata in termini di assoluta e imprevista marginalizzazione. Ora, beghe e dissapori a parte – che certo non aiutano un’azienda ad entrare nel mercato borsistico con l’opportuno generale gradimento – resta il problema di fondo: l’unica fiera davvero grande in Italia, quella di Milano, è solo terza in Europa per capacità espositiva con 345 mila metri quadrati; Rimini e Vicenza insieme arrivano a 200 mila, e non entrano nemmeno nella top-ten europea. Molta strada ci sarebbe da fare ancora. Con la strategia di Marzotto era stata intrapresa. Si vedrà ora se proseguirà.

Non ci piace. Glovo “si pappa” foodora. E i rider? Peggio per loro

La multinazionale del food delivery ha comprato la rivale. Ma i “fattorini” rischiano di ritrovarsi ancor più precari. è questo il nuovo che avanza?

Glovo assorbe Foodora, e ci sta. Ci sta perché questo mercato colorito e visibilissimo – ma di modesto valore intrinseco – del “delivery” di cibo e altro, cioè del fattorinaggio, è uno dei segni plastici di un’evoluzione del costume che offre piccole, nuove praticità nella risposta a bisogni non nuovi (chiunque abbia i capelli grigi ricorda che “i ragazzi del bar” esistono da ben prima dell’invenzione di Internet): e quindi ben venga. Ma, chiarito che l’innovazione, quella vera, è ben altro dai fattorini, e che non c’è niente di male a offrire “lavoretti” che integrino i salari bassi dei tanti lavori part-time di questa nostra epoca precaria, c’è molto di male invece nel progettare sviluppo sui maltrattamenti. In due parole: il delivery rende poco alle imprese che lo gestiscono e quindi deve costare pochissimo. Ci si sono messi in tanti, e il mercato italiano non li regge tutti. Quindi i più dinamici, tra cui Glovo, mangiano gli altri, tra cui Foodora. Peccato che quello straccio di garanzie che i fattorini, circa 2000, di Foodora avevano acquisito, pur nel precariato in cui erano, sia stracciato dall’accordo. I loro contratti erano, in massima parte, di co.co.co, quindi di collaborazione ma fissa, e invece Glovo accetterà le loro candidature di continuità ma solo a condizioni di assoluta autonomia, insomma a gettone. Una considerazione sorge spontanea. Questi lavoretti, giovano o nuociono a chi li fa a seconda se abbiano o meno un minimo di tutela. Se per stare in piedi le aziende non posso assicurarne neanche un po’, tanto vale farne a meno. Uscire dall’ufficio per la pausa pranzo anziché chiamare un fattorino fa bene: due passi ci vogliono, a metà giornata.