All’alba di lunedì, quante start-up americane avranno ancora in cassa i dollari necessari per pagare i prossimi stipendi?

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Nella grande roulette russa di Silicon Valley, dove una buona idea attrae milioni e milioni di dollari nella start-up che la sviluppa, come se fossero noccioline, senza nessuna delle prudenze che la vecchia Europa adotterebbe prima di spendere anche solo la metà degli stessi soldi…il crack della Silicon Valley Bank ha svegliato tutti bruscamente da un sogno psichedelico.

Il sogno che il denaro possa alimentare se stesso. Indefinitamente.

Non è così, e non tutte le start-up tecnologiche tanto apprezzate da una buona parte della finanza americana manterranno le loro promesse: anzi. Molte non guadagneranno, perderanno, e si sapeva.

Ma questo è nelle regole del gioco. Se su 10 start-up nelle quali un venture capitalist mette i suoi soldi una sola funziona ma centuplica il suo valore, anche se le altre 9 perdono tutti i capitali che gli erano stati dati, l’investitore guadagna lo stesso. E dunque?

Dunque il crack della Silicon Valley Bank fa emergere un’altra, e meno nota, demenzialità del Circo Barnum dell’hi-tech americano: che cioè la maggior parte delle start-up della Silicon Valley… vivevano grazie ai finanziamenti di una sola stessa banca. Che si era specializzata – si fa per dire – nel finanziarle senza garanzie o quasi; ma adesso ha finito i soldi. E non potrà più anticiparglieli. Perchè a questa stessa banca che aveva dato loro dei prestiti, le start-up debitrici affidavano i loro conti correnti, con dentro tutti quei soldi, che adesso sono stati fagocitati dal crack delle banca.

Il che significa, per quelle aziende, chiudere bottega: a meno di non trovare, ma immediatamente, dei nuovi finanziatori disposti ad anticipare loro la cassa che la banca non ha più: è fallita, è commissariata.

Per questo è probabile che un bel po’ di queste start-up stiano per fallire.

Chiaro? Questa banca si era specializzata nel fare un lavoro da venture capitalist più che da banchieri, e ha finito i soldi per una serie di comprensibili ancorchè gravissimi errori gestionali. Ha investito i suoi attivi in obbligazioni a lungo termine quando sembrava rendessero bene. Poi sono iniziati i rialzi dei tassi (ma guarda! come se non si sapesse che periodicamente i tassi salgono). Con tassi più alti, la banca ha dovuto remunerare meglio i depositi e per riuscirci ha investito in quelle obbligazioni. Il rialzo dei tassi ha reso meno convenienti quelle obbligazioni e quando la banca, per sostenere i costi accresciuti dai tassi dei suoi depositi, ha avuto bisogno di soldi ha dovuto svendere quei prestiti obbligazionari perdendoci, il che ha innescato il crack.

Insomma, mamma-banca ha finito i soldi, è andata in amministrazione controllata e… non può più allattare i suoi cuccioli.

La batosta è grossa, perché la Silicon Valley Bank è (era) il 16° istituto di credito più grande d’America, con circa 200 miliardi di dollari di attività. Eppure non è la fine di un’epoca. Di questo, si può essere sicuri. Perchè?

Semplice: perchè tutta Wall Street vive di droga finanziaria. Non può farne a meno, è una “addiction”, la borsa americana galleggia su una bolla di vaori strampalati, di derivati finanziari mai sgonfiati, di future surreali, e per esempio ha permesso che quel nulla sotto vuoto che sono – salvo poche eccezioni – le criptovalute raggiungesse livelli monstre senza batter ciglio. Ingurgiterà pure questo boccone amaro, e ripartirà. Magari un po’ ammaccata e un po’ più cauta, ma solo un po’. E’ troppo grande per saltare.

Ricordiamocelo tutti: è la finanza il principale prodotto industriale degli Stati Uniti. Può fallire la Coca Cola, può fallire la General Motors, può falllire la sedicesima banca americana, ma non può fallire Wall Street. Piuttosto, la Fed stamperà dollari falsi (cioè: riprenderà a farlo visto che per anni l’ha fatto, in parte imitata dalla Bce). Perciò: sangue freddo, tornerà il sereno. La Apple vale ancora 2.300 miliardi di dollari, quasi una volta e mezzo il Pil italiano. Pensateci: un’azienda che produce computer e telefonini in Vietnam e in Cina – insomma, roba che può fare chiunque, e infatti chiunque fa, e vende, anche se a prezzi molto più bassi di quelli Apple – che vale una volta e mezza il prodotto interno lordo della settima economia mondiale con 56 milioni di abitanti. Può avere un senso logico e razionale una roba del genere? No: eppure è così. E allora, coraggio, Silicon Valley si riprenderà. L’illogicità è imbattibile, siamo in America!

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Sergio Luciano
Sergio Luciano, direttore di Economy e di Investire, è nato a Napoli nel 1960. Laureato in lettere, è giornalista professionista dal 1983. Dopo esperienze in Radiocor, Avvenire e Giorno è stato redattore capo dell’economia a La Stampa e a Repubblica ed ha guidato la sezione Finanza & Mercati del Sole 24 Ore. Ha fondato e diretto inoltre il quotidiano on-line ilnuovo.it, ha diretto Telelombardia e, dal 2006 al 2009, l’edizione settimanale di Economy. E' stato direttore relazioni esterne in Fastweb ed Unipol. Insegna al master in comunicazione d’impresa dell’Università Cattolica e collabora al Sussidiario.net.